La mostra “Be light,” curata da Enrico Morteo e allestita da Pierluigi Cerri con Antonio Colombo all’interno della Fiera, ma aperta al pubblico, voluta dal Cosmit per sollecitare l’attenzione alla rassegna biennale Euroluce, era dedicata ai lampadari. Il corridoio d’accesso alle stanze tematiche, che visualizzavano le emozioni connesse a luci ed ombre, allineava in un tripudio di scintillii, esasperati dai fondali riflettenti, oltre 200 lampadari di produzione.
Mancavano i più belli. Quelli di Pae White, artista di Los Angeles, in mostra, durante il Salone del mobile, alla galleria di Francesca Kaufmann in via dell’Orso a Milano. Tre lampadari, in tre gradazioni di rosso, che aprivano gli esili bracci dal soffitto al pavimento, creando un’irreale vegetazione luminosa, una sorta di scintillante ricamo. Da lontano, inquadrati nel vano della porta, questi giganteschi lampadari, fuori scala nell’angusto spazio di una stanza, parevano quelli tradizionali in vetro di Murano. Più da presso, s’avvertiva che non avevano il nitore e la perfezione del vetro, si scopriva che la materia era sorda. I bracci, i pendagli, i portalampada mostravano evidenti imperfezioni che davano ai pezzi, desueti per dimensione, un sapore consueto e domestico. I rossi lampadari di Pae White non sono di vetro, ma di terra cotta, realizzati a mano, pezzo per pezzo, nell’Est Europa. Più prodigiosi di quelli in vetro per minuzia esecutiva. Più incredibili per l’inaspettata naiverie. Più umani, per le volute irregolarità di una materia consistente, come la terra cotta, che mantiene apparente la sua natura, cioè il suo essere fatta di terra. Una materia/materica e non immateriale, come il vetro, che tradisce la sua origine, mutando la sabbia originaria in asettica trasparenza.
La magia dell’opera, con tutto il suo dispendio decorativo, consiste nel contrasto tra l’aereo disegno floreale e la grossolanità del materiale, enfatizzata da un’esecuzione che pare estemporanea. Appartiene alla poetica di quest’ artista, di formazione grafica, lo sconfinamento nei territori del design, alla ricerca di uno scarto che restituisca alle cose una qualità estranea all’essenza oggettuale. Nelle sue opere, destinate a rendere favolistico il quotidiano, sovente realizzate con materiali poveri, evita la perfezione esecutiva del design, pertinente agli oggetti seriali, per sperimentare il piacere, tutto femminile, di armeggiare con le materie, privilegiando la trascuratezza dell’improvvisazione, attinente all’unicità dell’opera d’arte. Operando sul crinale tra discipline (arte, grafica, design), rende immanente l’arte e trascendente il design, creando una felice sintesi tra opere e contesto vitale/spaziale.
Per quelle coincidenze che non sono mai casuali, ma scritte nel destino dei tempi, nella stessa città, nella medesima occasione, una mostra celebra il valore decorativo del lampadario, attualizzando e legittimando, apparecchi d’illuminazione che sembravano irrimediabilmente confinati in ambito kitsch. E un’artista crea un’installazione con tre lampadari, non di vetro, ma di terra cotta, volutamente imperfetti, per rendere più evidente lo scarto tra arte e design, operando la consacrazione definitiva del lampadario, trasformato in simbolo di un’arte operosa.
Cristina Morozzi








