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Home Nuovo numero Rem Koolhaas in Seattle

| OMA Rem Koolhaas |

Rem Koolhaas in Seattle

| Seattle | USA |
| Letter from America |


007-1
Il primo flash che ho della biblioteca centrale di Seattle è notturno: si eleva da un terreno degradante come un parallelepipedo multisfaccettato.  
Zigzagando verso l’alto, appare come una serie di protuberanze sospese incorniciate dai muri ortogonali dei palazzi adiacenti.
Quale misterioso lavoro di ingegneria nasconde? E’ forse un’eruzione vulcanica? O piuttosto l’ultimo gioco interattivo?
Le facciate ortogonali e i piani inclinati vetrati sono caratterizzati dalla struttura a rete, di acciaio: una pelle tesa, quasi un tessuto che dona al progetto uniformità e unità morfologica.
Questa membrana a nido d’ape, sottile reticolo di raggi X, ha un aspetto meccanico ma al contempo intrigante, riflette i tetti delle macchine e le segnaletiche lampeggianti, ma permette anche di vedere all’interno della biblioteca.
Mezzogiorno: seconda immagine. Aria di oceano: una breve spruzzata di pioggia.
Rem Koolhaas e alcuni collaboratori di OMA (Office for Metropolitan Architecture), il suo ufficio di Rotterdam, stanno guidando attraverso la biblioteca un gruppo di appassionati di architettura. Siamo nella Living Room, volume principale dell’edificio, direttamente al livello della Quinta Strada.
In questo spazio con i muri perimetrali più alti del progetto, i grandi schermi della membrana si inclinano verso l’interno.  
Sono, forse, una testimonianza della fiducia nella geometria di alcuni architetti americani come i premodernisti Kevin Roche e I. M. Pei.
Un auditorium a forma di cubo penetra in profondità e dà accesso a una seconda entrata, un piano sotto la Quinta Strada.
In alto, una parete di vetro scherma un interno rosso fuoco. Direttamente sopra di noi, il tetto è sostenuto da gigantesche colonne rivestite di piastrelle.  Ragionando in termini architettonici, come definire il contrario di  vertigine?  Voyeurismo ascensionale?  Attrazione verso l’alto?
Terzo flash:  sono all’interno del tubo stretto di una scala mobile che collega la Living Room con la Mixing Chamber, due piani più in alto. Salendo verso l’auditorium, la scala mobile attraversa un intero piano intersecando le pareti rosso vivo, come in un film horror o in un cabaret  degli anni ’60.
E’ un’esperienza cinetica e ottica salire i gradini della scala mobile tappezzata di pannelli verniciati di un lucido verde acido.
La membrana è continua ma in un punto si lacera, per lasciare intravedere una stanza “segreta” con tre sculture ovoidali su cui sono proiettati volti distorti e ammiccanti.
E’ un’ installazione permanente dell’artista Tony Oursler.
Le altre due opere commissionate dalla biblioteca sono un pavimento in legno, con lettere in rilievo, di Ann Hamilton e una proiezione video di Gary Hill, un artista di Seattle.
Ora sono sulla vasta piattaforma rialzata della Mixing Chamber, su uno dei tre cubi che, ognuno struttura a sé stante, formano, uniti, una piccola costruzione.
Da questo quarto punto di osservazione vedo lo spazio centrale della biblioteca, il suo cuore programmatico (l’edificio scende ancora fino alla zona del parcheggio).
Invece di ricorrere alle conoscenze a tutto campo di un bibliotecario centrale, supervisore autoritario, la biblioteca pubblica di Seattle offre una spaziosa sala computer per la ricerca e la raccolta delle informazioni.
Questa accettazione e piena fiducia nella tecnologia, il permesso consentito al cittadino di entrare nel cuore dell’istituzione, ci rimanda alle intenzioni progettuale di Piano & Rogers per il Centro Pompidou a Parigi (1971-1977).
Qui, simili a DJ, i bibliotecari navigano in rete, connessi l’un l’altro da periferiche di comunicazione portatili, all’interno della Mixing Chamber.
Flash numero cinque dall’alto dei tre box rivestiti da una pelle argentata. E’ sera.  Koolhaas ringrazia la madre di Joshua Ramus, socio di OMA.
E’ stata lei, che vive a Seattle, a informare lo studio olandese che la città voleva costruire una nuova biblioteca centrale.
Da qui si vedono, in basso, il pavimento della Living Room, citazione delle terrazze di Machu Picchu e, in alto, gli Headquarters il cui centro ricorda le navette spaziali hollywoodiane.
Non mi trovo in uno spazio rettilineo, in un container sigillato, ma davanti ad una rampa dalle misure ben definite, ad un pavimento a nastro che sale per quattro piani caratterizzato, come un gigantesco nastro decimale, dai numeri consecutivi del sistema di catalogazione dei libri Dewey.  
Qui, in alto, sopra le strade della città, la maggior parte dei libri della biblioteca sono ordinati come una pragmatica promenade architecturale.
La sesta immagine è duplice.   Nel punto in cui la pelle esterna viene colpita da sostegni verticali isolati, i suoi componenti diagonali sono rinforzati da ulteriori giunture in acciaio.
Creando, dice Koolhaas, addensamenti simili a “piccole nubi sulla superficie”.  
La griglia esteriore dà stabilità laterale; al suo interno vi sono inserite due lastre di vetro che racchiudono una sottilissima maglia per la schermatura solare.
Il disegno geometrico della pelle esterna sembra essere casuale come, ad esempio, all’incrocio tra la Quinta Strada e Spring Street. L’altra visione mi dà una strana emozione.  
L’interno rosso fuoco, sotto la Mixing Chamber, è perforato da aperture suggestive e accoglie le sale riunioni per il pubblico separate da muri curvi, continui, che diventano sia pavimento che soffitto.
L’ultima immagine è verso il basso sotto la Living Room.
E’ domenica mattina: giorno dell’inaugurazione per il pubblico. Fuori, sulla Quarta Strada, splende il sole.
I cittadini, in lunga fila serpeggiante, ordinati da guide di acciaio e da volontari sorridenti che distribuiscono depliant informativi, stanno aspettando di entrare nella loro struttura da 165 milioni di dollari; lo staff della biblioteca li sta aspettando.
L’arredamento è disegnato da Maarten van Severen di Ghent, i vivaci tappeti a colori sono di Petra Blaisse, di Amsterdam; alcuni continuano all’interno la geometria delle fioriere esterne.
Per la resa dei libri si utilizza un nastro trasportatore a vista.
La sezione dedicata ai bambini continua all’interno sotto la Living Room, vicino all’auditorium; con mensole traslucide, sedute a guscio, e un angolo, separato da uno schermo di rame perforato, per raccontare storie.
L’edificio, infilzato dal blocco ascensori come una lancia che lo tiene in equilibrio e ne organizza la distribuzione, ha ad una estremità, nell’attico, gli Headquarters; l’altra estremità è qui, all’entrata vicino alla realtà disordinata della vita di strada, insieme ai visitatori della biblioteca.

Raymund Ryan

 
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