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| Massimiliano & Doriana Fuksas |

Duecentosedicimilasessantesimi di secondo un’ora con Massimiliano Fuksas

| Kaleidoscope |


018-10
Stefano Casciani - Cominciamo con qualcosa di difficile, il nuovo Palazzo dei Congressi di Roma all’EUR. Iniziato ormai nel 2002, non ti sembra sia il progetto più travagliato della tua carriera?
Massimiliano Fuksas - Adesso lo è meno: è l’unico progetto, grazie anche molto al sostegno del Sindaco Veltroni, che, almeno per una parte dei finanziamenti che ancora servivano, è stato considerato nella Legge Finanziaria approvata a dicembre. Comunque già da tempo il cantiere è stato recuperato da un’impresa che in tre anni non aveva fatto praticamente niente.

S.C. - L’oggetto architettonico è risolto definitivamente?
M.F. - L’oggetto è sempre stato risolto. Il progetto c’è sempre stato, come lo vedi e lo hai sempre visto: l’unica cosa che abbiamo cambiato è l’albergo, non è più un progetto sperimentale ma rientra in una logica più convenzionale. Ha comunque un valore molto elevato, nell’ordine di decine di milioni di euro.

S.C. - Perché secondo te un progetto tanto necessario per una città come Roma ha una vicenda così complicata e lunga?
M.F. - E’ complicata perché è la tipica vicenda italiana di un’opera pubblica. Invece la nuova Fiera di Milano a Rho Pero è un’opera privata. Ecco perché possiamo dire che è un esempio virtuoso, anche per l’Europa: siamo riusciti a costruirla praticamente in due anni, come il Centro Sviluppo Prodotto Ferrari, un’altra opera privata. Quando invece devi affrontare un’opera pubblica, la questione si complica, soprattutto per la presenza di una burocrazia fortissima, pervasiva e compulsiva.
E quando si ha una burocrazia che invece di essere funzionale allo Stato è fine solo a se stessa, questa diventa un nonsense, surreale: perché non ha altra ragione di essere, se non di sopravvivere a se stessa.

S.C. - Questo spiega tutti gli ostacoli a un progetto così utopico rispetto agli standard molto normali dell’architettura pubblica italiana?
M.F. - Molti problemi nascono dall’idea un po’ illuminista e poco pragmatica e realista di un governo che pensava che i privati avessero tanta voglia di investire, non vedessero l’ora di mettere a rischio i loro capitali. Hanno deciso di fare una legge che permettesse ai privati di fare questo: lo Stato e il privato insieme producono dei servizi per il bene della collettività.
Ha risposto solo un’impresa di Bari che non aveva fatto molto prima, è stata aggiudicatrice perché non se ne erano presentate altre, e poi perché nessuno aveva il coraggio di non realizzare più il progetto.

S.C. - Però a te piace complicarti la vita: uno degli ultimi concorsi che hai vinto è quello per un edificio multifunzionale ad Amiens, dove mi pare che tu ti sia concentrato sulle strutture tessili per la pelle esterna.
M.F. - Sono due i prossimi edifici, per spettacoli ed altro, uno ad Amiens e uno a Strasburgo, uno per diecimila persone e uno per ottomila: fanno parte della stessa famiglia. La copertura è realizzata in materiali tessili un po’ traslucidi, che fanno penetrare la luce all’interno ma la fanno anche diventare un segnale territoriale verso l’esterno. Sono un po’ come delle sculture flessibili, delle strutture rivestite con un materiale simile al teflon: che è poi anche il concetto della grande nuvola, interna, del nuovo Palazzo dei Congressi di Roma.

S.C - Sono passati 6 anni dalla Biennale di Architettura “Less Aesthetics, More Ethics”, che avete curato tu e Doriana a Venezia, e che ha rifondato
l’idea di come comunicare architettura: adesso ne è appena finita un’altra, che come sottotitolo aveva addirittura Architettura e società. Quanto questo tipo di dichiarazione, così esplicita, secondo te è avanti rispetto all’ipotesi che facevi tu?
M.F. - Quando si parla di società, si fa confusione perché immediatamente si pensa agli anni ’70, a forme di socialismo, di urbanizzazione pianificata. Alla società si possono attribuire tutte le colpe o tutto il bene, in genere grazie a statistiche, numeri, quantità. Io credo invece che alla quantità vada sempre giustapposta la qualità, e alla parola società la parola democrazia.
Un esempio, dalle statistiche sappiamo che Campo dei Fiori è più densa della campagna romana, però non si sa come ci si vive, se ci si sta bene, se una persona è felice o no, se la notte viene aggredito o no. Si potranno dare delle cifre rispetto alla delinquenza, ai furti ma tutto questo non ha né corpo né faccia: sono solo numeri, c’è la freddezza del numero ed è come quando si vede in televisione la faccia di un assassino. Non fa nessun effetto perché in televisione niente è vero, così nulla della statistica è vero, niente dei sondaggi è vero. E’ vero solo nel mondo della televisione, dei numeri, dell’aggressività economica.

S.C. - Quello di cui si sentiva la mancanza nella mostra di Venezia era proprio l’architettura: dopo tante interessanti e ben comunicate statistiche arrivavi fino in fondo e non c’erano i progetti, l’architettura.
M.F. - Mancava, perché un titolo del genere non è compatibile con l’architettura come l’abbiamo intesa noi: come scultura, espressione, come un evento democratico. L’architettura che dovrebbe essere di accompagnamento a queste statistiche sarebbe noiosa, non risolverebbe i problemi della città perché la domanda di chi vive nelle città - e fuori - non è di quantità, ma di qualità. Non si può usare la quantità per fabbricare per esempio Santa Sofia a Costantinopoli, perché non ha ragione di essere. Se fai un’analisi quantitativa, statistica ed economica non c’è nessuna ragione di costruire Santa Sofia, ma neanche un tempio qualsiasi, o una chiesa o un museo. Ci sarebbe ragione solo per fare un po’ di case, qualche università e un po’ di uffici: insomma una città per niente ludica.
S.C. - Ma neanche simbolica…
M.F. - Certo, perché questa Biennale è stata fatta da qualcuno che è molto lontano dall’architettura. A me trasmette un senso di frustrazione questa mostra, profonda frustrazione. Dopo tutta questa meditazione statistica si continueranno a fare cose terribili a Dubai, in Cina o a Singapore. I bravi professionisti continueranno a fare le loro torri, come Calatrava: anzi ne faranno di più perché sapranno, statisticamente, dove è meglio lavorare.

S.C. - Tornando a parlare di architettura e società, hai un progetto in costruzione che ha molto a che fare con questo tema, il Peace Center di Jaffa, pensato per una società come quella israeliana, schizofrenica al cento per cento, divisa nettamente in due parti.
M.F. - Una che vuole fare la pace e una che vuole la guerra: io rappresento la pace.

S.C. - Cosa intendi dire?
M.F. - E’ come per la Nuvola del Centro Congressi all’Eur: nessuno pensava veramente di costruirla, come il Peace Center. Sono quelle idee straordinarie ma che si sa già non si realizzeranno mai: pertanto sono, in un certo senso, rassicuranti. Io invece sono poco rassicurante, perché cerco sempre di realizzarle, e me ne prendo tutti i rischi: e se la realizzazione viene male lo accetto, perché io sono l’autore. Credo ancora che esista l’autore, se è vero che il cinema, ad esempio, si fa ancora con gli autori.

S.C. - Cosa c’entrano il cinema, i media, con l’architettura?
M.F. - Io pensavo, ad esempio, che la mia vita non potesse interessare i giornali, la televisione e tutto il mondo mediatico, pensavo di fare un lavoro normale, di tutti i giorni.
C’è invece anche una parte della tua vita che interessa ai media, quindi serve anche a comunicare le idee, non solo i progetti. Questo sì, mi riempie veramente di emozione.
Non amo le statistiche, il pragmatismo fine a se stesso, perché mi annoiano. Preferisco vedere una mostra di Mantegna che leggere libri e ancora altri libri su numeri dai quali dovrei trarre il vantaggio di sapere dove andare a lavorare…

S.C. - Effettivamente non ho ancora capito come questa grande moda della statistica in architettura possa portare a migliorare la qualità, anche della vita, negli edifici. Mi sembra soprattutto un grande alibi per continuare a fare le stesse cose, con qualche giustificazione ideologica in più…
M.F. - Questa è una società che invecchia, ma non vuole morire: ricorrendo sistematicamente ai numeri, in un certo senso, cerca di far morire simbolicamente insieme a sé il mondo intero. Ogni 20 anni ritorna l’illusione che tutto stia per finire. Torna la paura demografica, alimentata proprio dalle statistiche, la paura dell’Altro. Poi ci vogliono 10 anni per calmarsi e ancora altri 10 anni per tirare fuori le idee: e poi si ricomincia a confutare tesi inutili e tutto ricomincia da capo.

S.C. - Come ti posizioni in questo conflitto tra qualità e quantità, tra società e democrazia?
M.F. - Anche in uno stato democratico, per me la posizione migliore è mantenere un atteggiamento distaccato dagli interessi della politica quotidiana. A volte molti, anche amici, si stupiscono quando dico delle cose che sono contro i miei interessi, come quando non sono andato all’inaugurazione della nuova Fiera di Milano a Rho Pero. Io invece credo che se si “sbaglia” una volta, si sbaglia tutta la vita, almeno per una sorta di coerenza...

S.C. - Che ne sarà del Peace Center, ora che è ricominciata la guerra tra Israele e Palestina?
M.F. - Yasser Arafat non c’è più, ma c’è Simon Peres: e anche i palestinesi esistono ancora… Comunque, nel Peace Center ci sarà una grande biblioteca, con tutti i documenti intorno ai tentativi di pace, ma c’è anche l’archivio di Peres, che ha, mi pare, 83 anni, ormai. E’ un lascito importantissimo, di grande interesse storico. Poi ci sono una sala conferenze e uffici, dove si lavorerà sulla cooperazione possibile tra palestinesi e israeliani: ma non è solo per loro, tutti gli interessati a costruire la pace potranno lavorare qui, insieme. Considera che Jaffa è un territorio abitato in maggioranza da arabi, è sul mare, sulla spiaggia, sul confine tra terra e acqua, tra mare e cielo, tra due mondi. Come quello islamico e quello ebraico.

S.C. - E per il Peace Center che tempi di realizzazione prevedi?
M.F. - In Israele i tempi sono molto lenti, è un paese lento.

S.C. - Da qui a febbraio sarà finito qualche tuo nuovo progetto?
M.F. - Ad aprile dovrebbe essere finita la chiesa in Umbria, stiamo poi costruendo un edificio importante a Pescara per la De Cecco. Abbiamo un paio di altri progetti da sviluppare a Eindhoven, una piazza e un edificio a Brescia. E poi c’è il master plan per l’University Campus di Abuja, in Nigeria: questo sì un progetto per la democrazia dell’informazione, dell’educazione… E’ faticoso fare bene questo mestiere, bisogna andare in Africa per fare qualcosa di così importante (sorride).

S.C. - Provo a farti un’ultima domanda, più concreta: con quali argomenti riesci a convincere i tuoi committenti?
M.F. - Secondo me chi viene a chiedermi un progetto è già convinto. Certamente da me non viene chiunque: vengono solo poche persone, ma quelle che vengono sicuramente cercano qualcosa di diverso. Non vogliono, non hanno bisogno di essere convinti, cercano un’architettura che sia anche emozione. E’ difficile che mi diano del lavoro perché rappresento un “brand”. La maggior parte dei committenti vogliono che partecipi con loro a ciò che vorrebbero riuscire a realizzare: per questo cercano di entrare il più possibile nel mio modo di pensare.

S.C. - E’ un po’ come un fidanzamento?
M.F. - Sì, un buon rapporto con un committente non è molto diverso da un fidanzamento.

S.C. - Non si tirano mai indietro, non ti “ lasciano” mai?
M.F. - Chi fa un passo così importante poi va avanti. Fino ad oggi non ci sono stati grandi divorzi. Ci sono stati scontri, discussioni e conflitti, ma sempre con una soluzione positiva alla fine. Non amo fare le guerre senza una ragione: preferisco ci sia una ragione profonda. Per me il progetto è anche una forma di etica, di responsabilità.
Sì, è più facile che con i committenti alla fine diventiamo amici, piuttosto che nemici.