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Home Architettura internazionale ICA - Institute of Contemporary Art

| Diller Scofidio + Renfro |

ICA - Institute of Contemporary Art

| Boston | USA |
| Letter from America |


018-1 Situato nel porto di Boston, il nuovo Istituto d’Arte Contemporanea (ICA) combina, o per meglio dire fonde, diversi temi architettonici carichi di significato. Il primo tema attiene alla metafora della “scatola esplosa”, il parallelepipedo dagli angoli smussati ideato un secolo fa da Frank Lloyd Wright. Il secondo la ricerca modernista verso un più avanzato e flessibile contenitore per esposizioni ed eventi d’arte, dagli spazi universali immaginati da Mies van der Rohe fino all’architettura modulare, flessibile, scalabile e riconfigurabile realizzata da Piano e Rogers nel Beaubourg. Il terzo è legato all’attenzione crescente verso il paesaggio e le superfici inclinate come testimoniano la Kunsthal a Rotterdam, di OMA/Rem Koolhaas e la Villa VPRO, nei pressi di Hilversum, di MVRDV. Il quarto riguarda la ricerca svolta nel corso degli ultimi decenni dagli architetti stessi dell’ICA sul legame tra architettura e corpo umano, con particolare attenzione a quella che si potrebbe definire la tecnica dell’osservazione o, addirittura, l’attrezzatura del voyeur. La struttura dell’ICA si apre alla vista dall’estesa superficie del parcheggio che circonda l’edificio, vicino alla zona Downtown di Boston. La sua forma cubica, rivestita da una fascia superiore di pannelli verticali in vetro, si erge isolata tra la massiccia Joseph Moakley Courthouse progettata da Harry Cobb e la bassa costruzione di un tipico ristorante locale e si protende a sbalzo sulla sponda destra del porto di Boston. Mentre le aree attualmente a parcheggio ospiteranno in futuro uffici e appartamenti, il cammino lungo il bordo del porto è già completato. Diller Scofidio e Renfro hanno modellato la piattaforma in legno che corre lungo il waterfront inserendola nel volume dell’ICA, creando, in primis, una bellissima passeggiata pubblica che continua idealmente all’interno, come un piano ripiegato su se stesso, nel pavimento, nella parete di fondo e nel soffitto dell’auditorium, e che si ricongiunge all’esterno nella struttura in aggetto, rivestita inferiormente in legno, che sporge sull’acqua senza alcun supporto visibile. Al centro del volume sospeso scende verso il basso, come una specie di abbaino rovesciato, la mediateca rivestita in legno. Talvolta, di pomeriggio, la quasi totalità dell’edificio sembra confondersi con il cielo opaco del mare. Il visitatore più attento, però, può scorgere la parte superiore traslucida, sovrapposta ad una sezione inferiore in pannelli verticali di vetro trasparente e metallo luminoso. Avvicinandosi al porto e spostandosi da est ad ovest, la percezione dell’ICA cambia radicalmente trasformandosi in un volume ortogonale superiore sospeso drammaticamente sopra all’atrio vetrato (arricchito da un murale colorato di Chiho Aoshima) e all’auditorium interno, che salendo crea una curvatura sporgente lungo la facciata a sud e prosegue ripiegandosi sulla superficie della banchina. Al calare della notte la struttura prende le sembianze di un faro luminoso. L’intera sezione superiore è illuminata dall’interno e si mostra come una parete bianca dagli interni minimalisti, un silenzioso schermo rivolto verso l’esterno. Le parti inferiori sono state illuminate per mostrare la miriade di contenuti e le attività dell’atrio e dell’auditorium, entrambi erosioni volumetriche della struttura generale. L’entrata, ricavata in diagonale sull’angolo a sud-ovest si rivolge su un atrio dalle forme fragili, collocato sotto la parte centrale dell’auditorium, formato da una superficie inclinata e incisa sui bordi da una costellazione di lampade. Man mano che al livello superiore la scalinata si stringe (per un tratto è orizzontale così da ridursi illusoriamente nel peso e da creare una scorciatoia con la circolazione esterna), si procede all’interno dell’edificio, si raggiunge la biglietteria con i display sospesi, fino a imbattersi nella libreria parzialmente incavata nell’area-informazioni dell’atrio. Una caffetteria-ristorante si estende lungo tutta la facciata nord e si apre all’esterno alla veduta del porto grazie ad un’ampia vetrata. Al centro dell’edificio un ascensore vetrato attraversa l’intera struttura come in un elegante canyon tecnologico. Liz Diller e Ric Scofidio hanno studiato a lungo i modi con cui i corpi interagiscono con le macchine, ricerca che ha trovato compimento nei set delle compagnie di teatro e danza d’avanguardia, nel magnifico ristorante Brasserie (proiezioni CCTV, pareti divisorie traslucide, e un senso di voyeuristico dramma), al pianterreno del Seagram Building di Mies in Park Avenue, e inoltre nella loro autorevole esposizione retrospettiva al Whitney Museum nel 2003. Qui a Boston, con una corsa in ascensore che, in morbida successione, lascia intravedere i piani interni e l’acqua che bagna la baia, si possono riconoscere i temi che contraddistinguono i due architetti. L’ascensore non è così radicale come quello proposto da Koolhaas per il MoMA nel 1997 che taglia il piano inclinato. Inoltre, all’ICA non si vedono gli interni dei depositi o delle aree di servizio. In questo senso è piuttosto ortodosso. Il canyon è mantenuto compatto, ospita anche uno slanciato vano-scale con lati in metallo perforato e un impianto di illuminazione verticale extrasottile. Mentre questi particolari sono leggermente feticisti, il piano superiore ha un aspetto più severo. Questo è la struttura più grande, al livello più alto ed interamente rivestita all’esterno in pannelli di vetro: l’interno non ha però nessuna connessione con la membrana esterna di vetro. Le gallerie espositive destinate a mostre permanenti e temporanee presentano un pavimento in cemento lucidato, uniformi pareti bianche e un soffitto traslucido di pannelli luminosi rettilinei. E’ uno spazio che richiama le proposte di ambienti flessibili e luminosi tipiche degli inizi del XX secolo. La struttura è rigorosamente occultata. Il grande elemento a sbalzo, così comunicativo all’esterno, è interamente asservito alle gallerie e ai loro percorsi, sotto il soffitto illuminato. Se l’auditorium dalle pareti di vetro permette di assistere a film e spettacoli avendo come sfondo le luci del porto, gli spazi delle gallerie, invece, sono rivolti soltanto agli oggetti artistici (la mostra inaugurale, Super Vision, è un’adeguata risposta ai molteplici spunti della tecnologia percettiva e visiva). Incorporata nella sequenza delle gallerie e accessibile da due lati, si apre una sala a gradoni dotata di sedute e monitor, tali da farla sembrare una sorta di rarefatta torre di controllo. Qui i visitatori navigano nel web dell’ICA per ottenere informazioni dettagliate su mostre, artisti ed eventi. Lo spazio, un po’ vertiginoso, si inclina fino a raggiungere un’unica grande finestra rettangolare protrusa, libera da montanti, che dirige lo sguardo verso l’acqua del porto. Non è poi così ermetico il punto di massima espressione di questa straordinaria scatola delle sorprese.

Raymund Ryan