La canzone dell’estate sarà “la Réalité”, un brano dell’album “Une dimanche a Bamako” di Amadou & Mariam, due musicisti ciechi del Mali, prodotto da Manu Chao. In Francia è già in vetta alla hit parade e l’album è andato esaurito in pochi giorni. “La Réalité”, canzone che parla dei dolori e delle gioie della gente del Mali, composta per aiutare le persone a non scoraggiarsi quando hanno dei problemi, sarà anche il jingle dello spot pubblicitario di una compagnia telefonica.
Sulle sue note è in arrivo una vera e propria invasione di “Made in Africa”.
Moda, innanzitutto, ispirata ai colori e alle fogge africane, che per l’estate 2005 è un “must”, interpretata dagli stilisti europei, che ciclicamente guardano all’Africa in cerca d’idee. Ben riassumeva l’amore degli stilisti per l’Africa una mostra al Museo delle Arti Decorative di Parigi, dove su tutti brillava Yves Saint Laurent, che ha rubato, a più riprese, spunti al continente nero, revitalizzando l’eleganza classica con accenti selvaggi, senza cadere nell’etnico. La rivelazione del 2005 è, guarda caso, uno stilista trentanovenne di madre giamaicana e padre nigeriano, di stanza a Londra, Duro Olowu, che realizza abiti con tessuti vintage africani, in serie limitata, che rivelano analogie, magari inconsapevoli, con le opere di Yinka Shonibare, l’artista anglo-nigeriano che veste di tessuti tradizionali africani i suoi “marziani” o i suoi gentiluomini e le sue damine di corte (le fogge sono settecentesche).
L’arte africana, con la rassegna Africa Remix, dopo Londra è approdata il 25 maggio al Beaubourg di Parigi (cento artisti per conoscere l’arte africana contemporanea), mentre il design “Made in Africa” è arrivato ufficialmente in Europa, prima alla Biennale di Saint-Etienne (ottobre 2004), quindi al Salone del Mobile di Parigi (gennaio 2005) ed infine alla Triennale di Milano (aprile 2005).
La mostra itinerante (in Europa ed in Africa), accompagnata da un catalogo bilingue (francese ed inglese), edito da Jean-Michel Place con il sostegno dell’AFAA (Association française d’action artistique), curata da Céline Savoye (curatrice generale della Biennale di Saint-Etienne) e da Michel Bouisson, direttore di “Les aides à la création” del VIA (Valorisation de l’innovation dans l’ameublement), propone le creazioni di trentuno designer rappresentativi dei vari paesi del continente africano. Molti dei progetti sono il risultato di workshop, guidati dall’AFAA, nelle località africane.
Non è un caso che siano i francesi, che con l’Africa hanno un rapporto privilegiato, ereditato dal loro recente passato coloniale, a far convergere l’attenzione sul design africano. Quasi il 20% dei parigini ha la pelle nera e nel 2006 si inaugurerà a Parigi il Musée des Arts Premiers sul quai Branly, consacrato all’Africa e progettato da Jean Nouvel. Il quartier generale dell’arte, del design, del tessile e della moda africana (lì aveva la sua vetrina anche Xuly Bet, lo stilista del Mali che riesce a rendere sexy la moda riciclata), è già da qualche anno rue Elzévir nel cuore del Marais, dove regna Valérie Schlumberger con CSAO (Compagnie du Sénégal et de l’Afrique de l’Ouest, associazione no profit), spazio di vendita di tessile, arredamento, oggettistica, moda, libri, musica e sede di mostre di artisti africani; con il ristorante Le Petit Dakar e, in collaborazione con Youssou N’Dour, con il bar Jokko. Il VIA inoltre, aveva proposto nella sua sede parigina una mostra sul design algerino già nel gennaio del 2003. Da Cape Town il design e la moda fanno sentire la loro voce attraverso Design Indaba, l’annuale convegno internazionale, giunto alla sua ottava edizione nel febbraio del 2005, organizzato dall’infaticabile Ravi Naidoo, convinto “che il design sia una forza pervasiva che tocca tutti gli aspetti della vita migliorandone la qualità”. Arricchito quest’anno da sezioni dedicate alla moda, all’architettura e al design dei gioielli, l’evento mette a confronto esperienze progettuali di diversi paesi con l’obiettivo d’individuare una possibile via per il design sudafricano. La strada da fare, come documenta la seconda Expo, dedicata alla creatività locale (design, moda, artigianato), è tutta in salita.
La produzione locale di oggetti e arredi, eccetto quella artigiana densa di colore locale, (soprattutto animali realizzati con i resti dei sacchetti di plastica, oggetti di perline, cestini e borse finemente intrecciati con i fili colorati del telefono) dimostra una sudditanza, mal digerita, all’international style. La moda, invece, per sua natura meno prudente e più irriverente, rivela già una vivace autonomia, come ha testimoniato la sfilata della griffe Strange Love, preceduta da una danza, quasi voodoo, di ballerini nascosti dentro le povere borse in tessuto plastificato quadrettato dei “ressortissant” (quelle che si trovano a Barbès a Parigi), proponendo un’immagine complessiva contemporanea, “molto nera”, aggressiva e fantasiosa.
Dibattere e mostrare è importante, ma non è sufficiente a far crescere il design, che deve confrontarsi con il mercato, possibilmente di massa, e non solo con i turisti o con gli operatori culturali che organizzano workshop locali per allestire, soprattutto in Europa, mostre folkloristiche di manufatti straordinari che, però, non piacciono alla popolazione locale. Cheick Diallo, designer di Bamako, la capitale del Mali, autore di pregevoli sedute basculanti, rivestite con un intreccio di sottili fili di plastica colorata, lamenta la totale incomprensione dei concittadini per il suo lavoro. “Non credo” sostiene, “che il design si possa sviluppare senza penetrare capillarmente nel paese. Ma per adesso i maliani, come molti altri africani, preferiscono la produzione occidentale, persino quella mediocre riservata ai paesi poveri, che è, comunque, considerata segnale di progresso”.
Non basta Radio Africa del piemontese Cesare Zacchetti, che tra mille difficoltà, cerca di importare e vendere in Europa l’artigianato africano e neppure una piccola mostra in Triennale, con i pezzi disposti per terra senza luci di scena, oscurata da eventi mediatici nella stessa sede come l’apertura del caffè Fiat, oppure l’incontro di Gaetano Pesce, star del design e con Hans Ulrich Obrist, star della critica d’arte, a costruire un futuro per il design “Made in Africa”.
Di certo serve di più Rossana Orlandi che nel suo spazio milanese di Via Matteo Bandello 14 il design africano lo espone e lo vende. E bene!
Sebbene ci voglia una gran buona volontà, “le cose sono troppo care”, dichiara l’indomabile Rossana, “vengono consegnate in ritardo e sovente arrivano pezzi diversi da quelli ordinati”. Lei comunque il rischio se lo prende. Ma sono in pochi ad avere lo stesso coraggio.
Non c’è solo da educare la creatività, come tenta di fare, rammentando vagamente il colonialismo, la Biennale di Saint-Etienne con l’AFAA, ma bisogna costruire tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, alla comunicazione, alimentando oltre la creatività, anche l’affidabilità e la professionalità, altrimenti il “made in Africa” non diventerà mai un marchio d’origine a larga diffusione e una garanzia di qualità controllata. Resterà uno “sfizio” esotico per pochi acculturati, o per gli eccentrici che coltivano il disincanto dal consumismo.
CSAO, di cui quanti lo conoscono dicono meraviglie, fatica a pagare l’affitto. Valérie Schlumberger, che ha messo in piedi l’associazione, è stata costretta a chiudere per mancanza di fondi la galleria d’arte in fondo alla via, sede di mostre di manufatti virtuosi. Anche Xuly Bet ha dovuto smantellare la sua boutique, sempre in rue Elzévir, per mancanza di fan e sopravvive senza eco vendendo pochi capi da CSAO e nell’Espace jeunes créateurs al Forum des Halles, nonostante come “créateur” non sia più tanto giovane!
C’è di che riflettere! Non solo sul made in Africa, ma più in generale sul globale e locale e sulla possibilità di diffusione di quel “glocale” (fusione equilibrata e commerciale di globale e locale), che dovrebbe essere la soluzione etica del contrasto.
Cristina Morozzi








