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Home Arretrati 2010 The Plan 42 Residenza Privata

| Tonkin Liu Architects |

Residenza Privata

| Londra | UK |
| Point of View |


011-9
I giovani architetti usualmente creano la maggior parte dei loro progetti più originali per i clienti privati. In un quartiere residenziale, nella zona nord di Londra, che non si distingue per preziosità o scorci d'architettura, si trova una casa-studio per due persone.
A differenza delle residenze vicine, si tratta di un intervento sperimentale, che riprende l’idea di “guardare ed essere guardati” e rielabora il linguaggio del modernismo. Un efficace esercizio d’architettura sovversiva, quanto di più vigoroso vi sia in quel contesto indifferenziato. Due corpi di fabbrica leggeri si fronteggiano, separati da uno specchio d’acqua: ciascuno riflette dell’altro un’immagine più grande e indefinita. Ideato dagli architetti Mike Tonkin e Anna Liu, un giovane studio fondato nel 1994, l'impronta narrativa di questa architettura è quella della consapevolezza, della trasparenza e del gusto del bello.
In un lotto urbano di risulta, lungo e stretto, gli edifici sono molto leggeri, senza fondazioni: due scatole in calcestruzzo, con strutture d’involucro tese, che provengono da una serie di elementi da assemblare, imbullonati in un campo d’aviazione in disuso. Un cortile, occupato da un bacino d’acqua poco profondo, divide gli edifici i cui tetti sono a lieve pendenza. Ai lati, un colonnato e un corpo lungo e basso, con un ufficio, fiancheggiano lo specchio d’acqua, in una reminiscenza della casa a corte cinese. Lo studio in fondo al lotto è decisamente la più piccola delle due parti, ma è considerevolmente più alta di queste “ali” lineari laterali, e l’abitazione è riflessa nella facciata vetrata ad una scala ridotta secondo un gioco ottico. Il cortile si allarga verso lo studio, generando l’impressione che si trovi a distanza minore dall’abitazione rispetto alla direzione inversa. Ciascun edificio diviene un saggio sulla percezione delle proporzioni, inquadrando l’osservatore e le sue azioni, e, di converso, assimilando l’osservazione ad un atto quasi voyeuristico. Tale dualismo agisce nella relazione tra gli edifici stessi, nella quale ogni elemento si confronta con la propria scala e con quella reciproca, risultando nello stesso tempo strumento attivo e contenitore passivo. Per gli architetti, non è la forma puramente materiale a definire gli spazi e ad essere percepita come immutabile in natura. La presenza di elementi naturali - gli edifici riflessi nell’acqua, l’effetto di valorizzazione offerto dall’illuminazione notturna all’interno - ricalibra l’impatto dell’architettura, modificandone continuamente le proporzioni, la scala percepita e l'influsso empirico. Il passaggio dal pomeriggio alla sera “smaterializza” la facciata principale della casa. Nello spazio aperto a piano terra, la dispensa, le unità di preparazione e cottura si affacciano su una superficie in alluminio e vetroresina, interconnessa come un alveare. La retroilluminazione conferisce una morbida fluorescenza gialla e la loro identità si rende astratta e potenzialmente intercambiabile. Quando scende la notte, il prospetto su strada a tutta vetrata si appiattisce come se fosse uno schermo bianco a microcapillari: un teatro d’ombre, in cui luce e movimento attorno a questi elementi preziosi animano la strada scura. La trasformazione in una sorta di lanterna magica riduce il volume dell’edificio ad una griglia, apparentemente libera da supporti strutturali, ma in grado di trasmettere movimenti dilatati. L'aggiunta di una tettoia per auto mantiene una correlazione di scala con le adiacenze, allineandosi con le altezze delle vetrate degli edifici contigui. Di notte, la vetrata trasparente sul retro, divisa a croce, appare come una brillante doppia esposizione che abbellisce lo specchio d'acqua. L'architettura dello studio possiede una propria mutevolezza, divenendo una camera oscura a foro stenopeico, quando giunge la notte. Con il sistema oscurante completamente in funzione, l’immagine capovolta della casa riflessa – un’altra preziosità, forse - compare sul muro retrostante, come se ci fosse un foro nelle chiusure.
Di giorno, con le finestre al livello inferiore spalancate, funge da semplice casa con piscina, dove rilassarsi. Usare in questo modo riflessione e inquadrature mette in discussione la gerarchia tradizionale delle forme, in cui tutte le strutture sono utili all'edificio primario. Lo specchio d'acqua nel cortile può essere prosciugato, trasformando lo spazio lineare in una estemporanea estensione dell'edificio, in cui intrattenersi. Il progetto riflette il desiderio di estendere l'architettura attraverso la natura, esercitando l'occhio all’influsso di acqua e cielo delimitati, incorporando al progetto i mutamenti delle stagioni. Tale desiderio è manifesto nel cortile definito dalla vasca d'acqua e dalle alte fiancate: un filtro alla vista sugli edifici circostanti che rende la sequenza di variazioni nel cielo l’immagine più evidente. La composizione spaziale  incornicia efficacemente una fila di edifici, visibili dalla camera da letto attraverso le finestre. Tutta l'attenzione è altrimenti diretta al bacino d’acqua centrale. Uno stretto lucernario taglia il tetto, portando una cascata di luce sul tavolo da pranzo. Un lucernario più grande nella copertura dello studio apre questo spazio, che funziona come una specie di camera oscura. La leggerezza fisica del progetto, insieme al gioco d’ombre indotto dall’orditura interna, conferisce una qualità scenica agli ambienti, ma un senso di solidità permane nel carattere dello spazio. La scelta di materiali economici e durevoli è del tutto peculiare. Gli architetti si allontanano dalla tradizione residenziale inglese; sostengono un’estetica dell’improvvisazione nell’utilizzare elementi assemblabili per la struttura, lasciati a vista all'interno e all'esterno; rimangono coerentemente essenziali (non si impiegano intonaci, ad esempio). Tonkin e Liu descrivono la propria concezione in una frase: “esprimere la bellezza degli strumenti di un costruttore”, usando per esempio pannelli “Sasmoc”, bianchi lucidi come gli intonaci di Parigi, per la passerella coperta, il colonnato e la piattaforma del letto. Economici pannelli in finto legno di “Eternit” sono applicati in verticale nello studio fotografico, utilizzandone il rovescio come disegno di superficie. “Wayroc”, materiale metallico rosso brunito usato per i pianali degli autoarticolati, è usato per le pareti nell’ufficio e nella zona pranzo. Un’altra scoperta è il pannello “Viroc” di compensato rivestito in cemento, adoperato in contesto agricolo: forma le pavimentazioni dell'edificio basso e del colonnato. Tonkin e Liu compiono scelte sovversive, per manipolare il “brano di bianco modernismo” che hanno inserito nello stretto lotto. A livello compositivo, il progetto si pone fra Louis Kahn, la sua organizzazione razionale della pianta, incentrata sul rapporto fra spazi serviti e spazi serventi, divisi da murature massicce, e Le Corbusier, la sua caratteristica pianta libera nella disposizione degli elementi. Per quanto si individui una forte componente di spazi serviti e serventi nella relazione fra l’edificio principale e i volumi secondari vicini, l’elemento dominante nelle diverse interazioni è la scatola galleggiante, un effetto semplice, ottenuto con la presenza dell'acqua che separa i protagonisti in un seducente gioco architettonico. Soluzioni ingegnose e flessibili alle esigenze architettoniche sono sempre più comuni tra i giovani architetti, specialmente quando si tratta di spazi con funzioni sia residenziale sia di lavoro. Risposte individualizzate che riflettono la pluralità della società non devono necessariamente essere a grande scala, ma servono come generatori del senso di comunità in tempi in cui gli antichi meccanismi sono perduti.

Lucy Bullivant

 
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