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Abitare ad Arte

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012-13
Quando negli anni cinquanta chiesero a Martin Heidegger che cosa pensasse della crisi degli alloggi, problema cruciale del dopoguerra, il filosofo rispose con il famoso articolo “Costruire, Abitare, Pensare” in cui rammentava che gli uomini “costruiscono perché già in qualche misura abitano quello spazio”. L’essenza dell’abitare è per Heidegger “l’aver cura del proprio spazio”. Non c’è un prima e un dopo, ma uno “stare nel rapporto, in relazione”. Ovvero “il soggiornare presso le cose già da sempre. Ed è un soggiornare che solo la tradizione è ancora in grado di mostrarci”.
La vera crisi dell’abitare non dipende per il filosofo dell’ermeneutica dalla mancanza di alloggi, ma dal fatto che ”i mortali devono anzitutto imparare ad abitare”. “Per riscoprire l’essenza dell’abitare, ovvero l’abitare nel senso proprio dell’heimat, conviene riflettere”, avverte Heidegger, “sulla sradicatezza dell’uomo”. Ludwig Wittgenstein, filosofo austriaco, che nel 1926 progettò una casa per la sorella tutt’ora visitabile a Vienna, segue il ragionare di Heidegger e va oltre: “quando costruiamo case parliamo e scriviamo” afferma. L’abitare è dunque per lui qualcosa di più di un ”soggiornare presso le cose”, è narrazione. Il che significa, come nelle vere, grandi storie, andare alle radici del proprio essere, ricostruire origini e genealogie. Date queste premesse filosofiche, che appaiono quanto mai contemporanee, non è un caso che molti siano gli artisti che pongono al centro delle loro riflessioni l’abitare, come, del resto, ha documentato la singolare rassegna della scorsa primavera (2005) alla Kunsthalle di Bregenz, che ha riunito installazioni sul tema dell’habitat di Rachel Whiteread, Gregor Schneider, Tobias Rehberger, Andrea Zittel, Lucy Orta, Vanessa Beecroft, Atelier Von Lieshout, Karen Kilimnik. Parlare d’arte non è quindi un fuori tema in una rivista che documenta il costruire. Anzi, le recenti installazioni di tre donne artiste rivelano che è quanto mai pertinente. Percorsi artistici dissimili e distanti si ritrovano con intensità sul nocciolo dell’esistere, prefigurando spazi che invitano a ritrovare una possibile essenza dell’abitare, o perlomeno un senso al “soggiornare presso le cose”, che non sia solo accidentale vicinanza, ma che in qualche misura riguardi il nostro “essere sulla terra”, per dirla con Heidegger, in autentica, personale relazione con luoghi, persone e cose.
Nell’Aprile del 2005, in concomitanza con il Salone del Mobile, la gallerista milanese Francesca Kaufmann, avvezza agli intelligenti sconfinamenti
(è stata lei la prima ad esporre lo straordinario lampadario di ceramica rossa di Pae White che ora è sospeso sul tavolo da pranzo dello studio milanese di Flavio Albanese, arte e arredo contemporaneamente),
ha presentato una collezione di mobili decorati dell’artista olandese
Lily van der Stokker. Dipinti totalmente a fiori e tartan, in giallo, azzurro e rosso, tavoli e sedie dal disegno essenziale, senza pretese formali, al limite della rozzezza, acquistano una grazia favolistica. “Non sono mobili per bambini, anche se tali paiono” avverte Lily, piccola, severa, vestita di nero, assai lontana da quell’immagine edulcorata che evocano le sue opere. “Il mio lavoro”, prosegue, “non ha niente di infantile, né di romantico”.
Le sue pitture invasive sugli arredi, sui muri e persino sulle facciate delle case, famoso il suo Pink Building ad Hannover (2000), diventano provocatorie proprio per via di quei disegni infantili e di quei colori pastello utilizzati
in larghe campiture. Osare la semplicità, l’immediatezza e la chiarezza nel contesto artistico viziato dal concettualismo e dall’ermetismo, si rivela una presa di posizione coraggiosa. Le sue figurazioni felici, che paiono improvvisate con i gessetti colorati, sono una narrazione fumettistica a lungo meditata. Parlano della spontaneità e della spensieratezza che possono essere modi per porsi in relazione con lo spazio domestico e con i problemi familiari. Relazioni, spesso conflittuali, non da evitare o trascurare, ma da affrontare nella loro problematicità, trasformandole in fiabe, che sono, come tutti sanno, antidoti alle paure e alle ansie. I bambini quando disegnano non lasciano spazi vuoti, anzi, escono dal foglio. Dilatare i segni è per loro un’espansione della personalità e una modalità per imporre la propria visione sul contesto, vitale per la loro crescita. L’invasività di Lily non è un’opinabile pratica decorativa, ma una dichiarazione di metodo: spontaneità e spensieratezza sono qualità da riconquistare e coltivare con perseveranza per giungere all’essenza dell’abitare. Nell’ottobre del 2005 in occasione di START, il week end per l’arte contemporanea, Lily è tornata da Francesca Kaufmann con i wall painting “Family, Money, Inheritance”. I suoi disegni aggraziati e futili, appaganti per precisa scelta, raccontano di banali problemi familiari. La giocosità del segno diventa così crudele metodo di denuncia. Declamate in poesia le grettezze quotidiane diventano ancora più tragiche.
Pittrice, scultrice, scandalosa performer, Yayoi Kusama, nota rappresentante delle avanguardie anni sessanta, durante il Salone del Mobile 2005, ha presentato nella Galleria di Carla Sozzani, in collaborazione con la società giapponese Graf,  arredi e installazioni punteggiate dai suoi Polka Dots. Il pois, utilizzato in ogni rapporto e nei colori più disparati, è l’elemento dominante del suo lavoro. Attraverso la sua ossessiva moltiplicazione su ogni tipo di supporto, l’artista giapponese propone una visione totalizzante che abbraccia spazi, persone e cose, creando una sorta d’esilarante spaesamento. Sin dagli inizi del suo lavoro Yayoi, sovente al centro delle sue installazioni con il corpo dipinto a pois, ha privilegiato il life style, più che l’opera, cercando con i suoi ossessivi decori di sollecitare sensazioni quasi allucinogene. Concentrando la sua attenzione suoi luoghi quotidiani e dando rilievo alla decorazione, più che alla forma, capovolge l’approccio tradizionale al design: la decorazione non è più pelle delle cose, ma diventa la loro essenza costitutiva. Le sue recenti installazioni alla Galleria Sozzani, monotematiche e monocromatiche, pareti e arredi rivestiti con  il medesimo tessuto a pois, o percorso da un inquietante intreccio di serpentine, suggerendo una sorta di fusione onirica tra cose e spazio, pongono l’accento sulla percezione dell’ambiente,  che è il primo e fondamentale atto abitativo. Alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia la mostra “Homespun Tales”, allestita dall’artista americana Kiki Smith durante la 51. Biennale di Venezia, si è rivelata un poetico inno alla genealogia femminile custode della domesticità. Sono le bisnonne, le nonne, le mamme, ritratte negli ovali specchiati del salottino che riproduce lo stile della nobile abitazione, quelle che, giorno dopo giorno, costruiscono con la ripetitività dei gesti
la trama familiare, dando senso ai luoghi. Al secondo piano della palazzina l’artista ha ricreato una sua casa, densa di memorie, popolata di bianche figurine di bisquit. Si è introdotta con discrezione, quasi in punta di piedi, nelle sale della Fondazione, cercando una convivenza tra le sue memorie private e quelle dell’antica dimora. Le ha arredate con mobili costruiti con le proprie mani, utilizzando cassette di vini tinte di nero, rivestendo vecchi mobili con la carta dorata dei cioccolatini per farli sembrare trumeau del settecento. Ha affrescato le pareti con delicati tralci di fiori dipinti con il proprio sangue, per sottolineare l’appartenenza dell’abitante all’habitat. Ha disposto sedie a semicerchio per invitare i visitatori a formar circolo, come quelli d’un tempo delle donne accanto al fuoco, che trascorrevano le sere a confessarsi e a raccontarsi storie. Ha mescolato arredi antichi, di recupero e moderni, per raccontare un abitare contemporaneo non sradicato, in grado di conciliare i tempi di una storia familiare che, per essere autentica, deve essere nutrita con le memorie degli antenati, donne in primo luogo, vestali dell’abitare. Ha ricostruito nelle ricche stanze una casa quotidiana, non aulica, quietamente domestica, dove ogni dettaglio, nella sua poetica definizione, rivela la tipica disposizione femminile al fare e all’aver cura. Con la sua delicata e appassionata installazione Kiki Smith dimostra che l’essenza dell’abitare è “un soggiornare che solo la tradizione è in grado di mostrare”. E creando i decori, persino con il sangue, sembra voglia eliminare quella “sradicatezza che impedisce di imparare ad abitare”.

Cristina Morozzi

 
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