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| Zaha Hadid Architects |

Ampliamento del Museo Ordrupgaard

| Copenhagen | Danimarca |
| Point of View |


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L’ampliamento progettato da Zaha Hadid per l’Ordrupgaard Museum a Copenhagen è l’architettura più femminile che abbia finora realizzato, un ambiente seducente, intimamente proporzionato e caratterizzato dalle sue gradazioni, strutturalmente vetrificato come una pellicola. Un ambiente che abbraccia il contesto naturale, un parco di cinque ettari vicino a Dyrehaven, nella verde e ricca periferia di Charlottenlund, a venti minuti di treno dal centro della città. Qui, nel 1916, Wilhelm Hansen (un ricco direttore assicurativo e consigliere di stato) e la moglie Henny incaricarono l’architetto danese Gotfred Tvede di erigere il loro personale maniero e una galleria espositiva a tre sale per la propria collezione di impressionisti francesi e d’arte danese dell’età d’oro, in origine destinato al soggiorno estivo. Ordrupgaard era una cornice ideale. Quando gli Hansen decisero di stabilirvisi in permanenza, Tvede realizzò un complesso a due piani e tre ali, con un giardino d’inverno di connessione: la struttura di Zaha Hadid ne è diretta erede, accogliendo il mondo naturale del rigoglioso parco in spazi destinati alla frequentazione pubblica.
Progettato nello stile rurale classicista tipico dell’epoca, con muri ad intonaco decorati che rievocano lo stile coloniale americano, questa residenza di campagna è simile a tante altre costruite nei due primi decenni del XX secolo. Con una soluzione originale, il parco, in stile inglese con un roseto d’ispirazione francese, trova posto in un’antica e protetta foresta. L’intero complesso fu lasciato allo Stato danese dopo la morte di Henny nel 1951. La residenza tuttavia non disponeva di spazi e clima idonei ad ospitare ed esporre una collezione di alto valore per la fruizione pubblica quotidiana; inoltre la caffetteria, luogo d’incontro degli appassionati locali che consideravano Ordrupgaard come il “loro segreto”, era troppo distante.
Dipinti che iniziavano a deteriorarsi necessitavano con urgenza di una nuova sistemazione e di una galleria espositiva; nello stesso tempo era essenziale poter disporre di un grande ambiente attrezzato per eventi e conferenze, se Ordrupgaard voleva massimizzare la sua potenzialità quale luogo per convegni internazionali.
Nel 1956, l’apertura del Museo d’arte moderna Louisiana a Humlebæk (sulla costa danese, a un’ora di treno verso nord), i cui spazi espositivi sembrano fondersi nella natura innovando le concezioni museali, relega Ordrupgaard al ruolo di parente povero. La ricchezza di vegetazione del Louisiana, anch’esso imperniato attorno ad una antica villa di campagna (1855), ha sino ad oggi attratto un pubblico internazionale con le sue gallerie vetrate che si snodano su un unico piano. Il Louisiana, inserito in un paesaggio tranquillo che si estende fino alla riva del mare, fu progettato e costruito,  ala dopo ala, dagli architetti Jørgen Bo e Vilhelm Wohlert lungo un periodo di più di trent’anni, fra gli anni Cinquanta e gli Ottanta.
Come risposta, viene indetto nel 2001 un concorso ad inviti per l’ampliamento di Ordrupgaard; il bando richiedeva un’ampliamento di 1150 m2, raddoppiando la superficie dell’edificio esistente, che si armonizzasse con il suo stile classico e coinvolgesse profondamente il paesaggio del parco. Il progetto dello studio MVRDV, uno degli invitati al concorso, che proponeva una sequenza di gallerie totalmente sotterranee, anche se visibili attraverso la copertura in vetro al livello del manto erboso, sembrò essere un’opzione limitativa dal momento che il luogo di progetto, nel frutteto ad est del museo, era più che adeguato per una espressione materialmente viscerale che integrasse l’atmosfera raffinata eppur semplice del parco antropizzato.
Il progetto vincitore di Zaha Hadid, completato nel settembre del 2005, dona alla Danimarca una novità, il primo edificio in calcestruzzo, color nero lava, gettato in opera. Negli anni Sessanta, a Copenhagen si costruivano edifici residenziali in calcestruzzo, ma in seguito, con il prevalere della prefabbricazione si era persa la maestria della lavorazione in situ, seguendo soluzioni progettuali su “misura”, tipicamente inglesi quasi si trattasse di lavori di sartoria (ad esempio, Jean Muir od Oswald Boateng). La topografia serena di Ordrupgaard, pianeggiante e digradante al mare, richiedeva un paesaggio nel paesaggio e una rigorosa gestione della costruzione.
Con un piccolo ampliamento, 87 x 25 m (includendo il collegamento con l’edificio esistente), Zaha Hadid riposiziona l’atrio dando forma al paesaggio e ottenendo una simbiosi effettiva tra la residenza di campagna e la sua galleria.
Il gruppo di progettazione, diretto dall’architetto messicano-scozzese Ken Bostock che ha partecipato anche al progetto per lo stabilimento BMW a Lipsia, ha evitato una configurazione a spazi conchiusi, a favore di spazi interconnessi a dimensioni e caratteri differenti le cui attività nascono una dall’altra grazie alle curvature continue delle pareti. Lo spazio dell’ingresso, disposto in diagonale, si apre con una doppia porta su una rampa di passaggio verso l’unico ambiente delimitato in sé dell’ampliamento, una galleria di 500 mq destinata alle esposizioni temporanee, semincassata nel paesaggio. L’altro lato dell’ingresso conduce ad un blocco diagonale di cinque sale espositive, più piccole e più segrete: una, in particolare, con l’interno simile ad una grotta, è adatta ad ospitare pastelli fotosensibili, e tre che continuano senza interruzione la sequenza della galleria per la pittura danese. I muri di queste sale, tattili, massicci e color lava, sono illuminati a pavimento e a soffitto nel passaggio che conduce ad un piano sospeso, in acciaio, che guarda verso sud. Quasi una serra, affaccia su una distesa di fiori bianchi, il colore preferito da Zaha dopo il nero e ha una doppia funzione, di caffetteria/ristorante e sala conferenze.
Qui, le linee architettoniche si assottigliano e infine si sciolgono nel paesaggio, come si addice ad un luogo di distensione. Ancora più che all’estremità della rampa corrispondente a nord, la membrana vetrata con i suoi corrimano rientranti e gli elementi verticali in calcestruzzo, mantenuti il più sottile possibile su ogni superficie lucida dell’intero edificio, attraggono magneticamente il paesaggio circostante e qualche uccello smarrito.
A differenza del Phaeno Science Centre di Wolfsburg, molto più grande, lo spazio per attività sociali è relativamente piccolo. Il foyer, con la sua parete video inclinata, prova ad interagire con il poco spazio a disposizione, di certo non sufficiente. Barre luminose e luci a soffitto intensificano l’atmosfera. Anche la soletta del soffitto non è continua, ma si divide in due per generare variazioni spaziali, con altezze di 3, 2, o 4 metri. L’illuminazione a soffitto, è il risultato, positivo, di una trattativa con lo Stato per una spesa ulteriore di 5 milioni di corone. Sin dall’inizio, era noto che modellare le pareti, composte da due gusci in calcestruzzo con uno strato interstiziale di isolamento, sarebbe stato un procedimento complesso, in quanto ogni parete differisce dalle altre, pur nella comune geometria. I conservatori del museo, inizialmente scettici, dubitavano che simili esercizi matematici e queste pareti a geometria variabile potessero accogliere i delicati dipinti impressionisti francesi, tanto che uno di loro si dimise; questi spazi, invece, in particolare la sala per esposizioni temporanee con i muri leggermente inclinati, hanno dimostrato la propria versatilità. Annette Rosenvold Hvidt, conservatore capo, sostiene che l’inclinazione migliora la percezione. In un procedimento del genere tutto può cambiare e bisogna quindi essere tolleranti. Non era stato predisposto un luogo per le prove, come a Wolfsburg. Inevitabili pertanto piccoli errori, come l’assenza di un elemento divisorio fra il foyer e lo spazio di accesso al bar. Progettate da Zaha Hadid, per la galleria e il foyer, sono in fase di realizzazione panche di legno più lunghe per accogliere più pubblico. L’uso del legno di quercia per i pavimenti avrebbe reso migliore l’acustica rispetto al cemento, però il calcestruzzo grigio/nero lavico era il materiale più appropriato per il risultato d’insieme dell’ampliamento. Un rivestimento in legno nel parco si sarebbe deteriorato; il metallo, ossidato; la pietra avrebbe posto il dilemma di quale fosse la più adeguata, e inoltre si scurisce e deposita sali calcarei.
Nel 2001, la commissione giudicatrice per Ordrupgaard si è assunta un rischio: Zaha Hadid aveva completato la rampa da sci a Bergisel, in Austria, e la stazione dei vigili del fuoco al Vitra di Weil am Rhein; Wolfsburg si trovava nelle fasi iniziali di costruzione; il Museo d’arte contemporanea a Roma e il Contemporary Arts Centre a Cincinnati non ancora realizzati. Si è trattato di un atto di fiducia anche da parte del gruppo di progettazione: è stato necessario oltre un anno per ottenere “infornate” di calcestruzzo perfettamente riuscite, lavorando con un cementificio locale. Dal parco, prima di arrivare al prato, l’edificio non è del tutto visibile da ogni lato. L’antica residenza degli Hansen, conservata all’interno allo stato originale, svolge nell’insieme un ruolo defilato, ma deve il proprio futuro a questo accostamento coraggioso, ma che non ha alterato lo spirito originale del luogo.

Lucy Bullivant

 
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