Alessandra Orlandoni - Nel 1996 vidi la mostra di Ed Kienholz al Whitney Museum di New York e rimasi colpita dal riconoscimento ufficiale da lui conferito alla sua compagna Nancy, in merito alla sua intera opera. Nello stesso anno tu hai vinto il Leone d’Oro a Venezia assieme a Benoît Cornette. Lo scorso anno Zaha Hadid ha vinto il Pritzker Prize. Li considero precedenti significativi per incoraggiare un atteggiamento paritario che ancora è latente…
Odile Decq - Mi sono sempre chiesta perchè ci sono tante donne negli studi di architettura e così poche che fanno le loro cose. Mi sono posta molte domande. Innanzi tutto le donne hanno la possibilità di scegliere. Gli uomini non possono scegliere: non esistono se non attraverso la realizzazione professionale, e questo è molto motivante. Le donne che scelgono la famiglia smettono di fare architettura perché hanno l’impressione di esistere attraverso i loro figli. Non è la scelta che ho fatto io. Inoltre ancora oggi l’educazione delle donne non è impostata sull’insegnare loro a credere in sé stesse, a creare sé stesse e a dedicarsi tempo per acquisire sicurezza. L’architettura è, in un certo senso, una guerra; è una professione dura in cui è necessario battersi continuamente. Ci vuole una grande resistenza. Io ho continuato perchè ho cominciato a lavorare in coppia con Benoît che mi ha molto aiutato, sostenuto, spronato a seguire la mia strada e a considerarmi alla pari, rafforzando la mia volontà di esistere assecondando la mia indole, essendo ciò che volevo essere. Dico sempre agli studenti e nelle conferenze che ci vuole una buona dose di incoscienza per seguire la strada dell’architettura, perchè se si è troppo consapevoli dei problemi che la professione comporta, si rischia di non cominciare nemmeno. Bisogna sempre combattere senza conoscere troppo la natura del combattimento. Molto spesso questa incoscienza è scambiata per follia. E’ sbagliato: è solo pura incoscienza. L’incoscienza maschile è socialmente accettata, quella femminile non ancora.
A.O. – Ci sono delle teorie o dei maestri che ti hanno influenzato o ai quali fai riferimento?
O.D. – Non ho riferimenti. Amo gli edifici e non i maestri: non ho mai avuto maestri. Sono troppo eclettica nelle mie scelte e nei miei gusti e troppo curiosa per poter sposare totalmente una teoria o seguire una strada precisa, si tratti di architettura, di moda o di musica. Sento l’esigenza di assorbire tutto il possibile dal mondo. Per fare questo è necessario essere liberi da condizionamenti. Il grande errore delle scuole di architettura e della maggior parte dei docenti è insegnare l’architettura dentro l’architettura. L’architettura si pensa “nel mondo”: è molto diverso.
A.O. – Luoghi e non-luoghi. Ettore Sottsass intervistato in occasione del suo compleanno ha detto che gli architetti devono progettare luoghi, che “anche Mies nel padiglione Barcellona sentì l’esigenza di mettere una statua”(1*). Marc Augé sostiene che la vita contemporanea si svolge prevalentemente nei non-luoghi. L’architettura coniuga luogo e non-luogo?
O.D. – L’architettura crea degli spazi, dei luoghi nei quali il corpo umano deve stare bene. Allo stesso tempo il benessere contemporaneo è legato ai non-luoghi e ha a che fare con la comunicazione, con i contatti, con la mobilità. La questione è costruire luoghi nei quali sia possibile vivere bene la condizione del non-luogo. Penso che l’architettura debba creare spazi in cui si muovono esseri umani costantemente disconnessi dal luogo in cui si trovano, spazi per la condizione nomade. Paul Virilio un giorno mi ha detto che gli architetti devono sempre riferirsi al corpo, perchè la nozione di luogo è strettamente legata al corpo e quella di non-luogo alla dimensione mentale. Immersi costantemente nella comunicazione, nel virtuale, dimentichiamo che il corpo è ancora il substrato materiale e fisico che nutre lo spirito.
A.O. – Charles Baudelaire nei Tableaux Parisiens ha espresso il fascino della metropoli come insieme di contrasti e stratificazioni. Il Guggenheim di Bilbao di Frank Ghery, la Kunsthalle di Peter Cook a Graz, l’OCAD di Will Alsop a Toronto, sono stati costruiti su tessuti urbani poco connotati. Differentemente il tuo progetto per il MACRO s’inserisce in una città fortemente connotata agli occhi di tutto il mondo, Roma. E’ davvero diverso l’approccio ad un intorno privo d’identità da quello ad uno caratterizzato da un imponente patrimonio artistico?
O.D. – E’ solo apparentemente diverso. Il problema di Roma è la sua integrazione nella contemporaneità. Per appartenere al XXI secolo Roma deve fornirsi di opere d’architettura appartenenti a questo tempo, incrementare la sua visibilità in relazione al contemporaneo. Questo credo sia la volontà dell’amministrazione attuale. Roma sta cominciando a muoversi verso il futuro. E’ quindi importante che le aree di progetto siano ripensate in questo senso.
A.O. – Il MACRO sarà un segnale di contemporaneità per la città?
O.D. – Non saprei. Nel progetto per il MACRO non ho avuto la possibilità di demolire tutte le facciate come avrei voluto e l’intervento è piuttosto nascosto. Per questa ragione ho chiesto l’autorizzazione a tagliare l’angolo e proiettare il progetto verso l’esterno, così da dare un segnale della totale diversità che esiste all’interno. Quando fu costruita Piazza Augusto Imperatore, ci fu il coraggio di agire in modo contemporaneo rispetto a quel tempo. Perchè allora sì e oggi no? E’ importante per la città agire ora nello stesso modo ed è bene che ci sia il MACRO, il MAXXI di Zaha Hadid, i progetti di Meier e di Fuksas. Tutto questo rivitalizza la città. Quando vado a Roma e giro per il quartiere dell’ex-fabbrica Peroni, incontro sempre qualcuno che mi chiede se posso indicargli la strada per il MACRO. Rispondo di sì, certo, che se vogliono posso anche illustrare loro il progetto! Ci sono persone che vanno a Roma per vedere l’arte contemporanea. Lo trovo fantastico. Stanno nascendo nuove gallerie d’arte e l’area si sta trasformando. Il museo attraverso l’arte contemporanea influenza la città. Magari la prossima volta l’architettura sarà più evidente e influente sulla città.
A.O. – Stai realizzando un’architettura inquietante. Uno spazio pensato per interagire con la parte emozionale e sensoriale dei visitatori. Come sai, il dibattito sulla separazione degli ambiti, sul porre limiti a cosa deve essere l’architettura, cosa l’arte e cosa il design è molto acceso…
O.D. – Il museo d’arte contemporanea oggi non può essere un edificio neutro, anche se c’è ancora chi sostiene la necessità di spazi bianchi e asettici. Non sono assolutamente d’accordo. Le sale di un museo oggi non devono essere troppo espressive o troppo forti, allo stesso tempo devono essere spazi aperti il più possibile per consentire l’esposizione di qualsiasi espressione artistica. Tutti gli altri spazi, al contrario, devono essere fortemente caratterizzati per aiutare il grande pubblico ad entrare in un mondo diverso. L’arte contemporanea è complicata, si pone domande e non dà risposte. Un ambiente destabilizzante aiuta il pubblico ad entrare in una dimensione diversa, a percepire meglio ciò che osserva. Per questo ho progettato percorsi sensoriali, ho usato materiali che stimolano la sensibilità fisica del visitatore, superfici inclinate che obbligano il corpo a trovare un diverso rapporto con la propria dimensione fisica e a relazionarsi con l’opera d’arte diversamente dal turista che passa di fronte a qualcosa “altro da sé”. Il sistema di rampe obbliga il visitatore ad osservare le cose da punti di vista anomali: non si passeggia tra le opere d’arte, si è coinvolti come parte attiva alla scoperta dell’arte. Ieri sera ero a cena con artisti e galleristi e qualcuno ha affermato che l’arte e l’architettura devono mantenersi rispettivamente all’interno dei propri limiti. Ho risposto che assolutamente no, sono discipline che devono dialogare ed è il loro confronto che è interessante.
A.O. – Oriente e Occidente. Per tutto il XX secolo il modello di metropoli per eccellenza è stato New York. Benché le modifiche siano in corso da anni, solo di recente l’Oriente è emerso come nuova realtà economica e urbanistica. Le nuove città orientali saranno il modello urbanistico del XXI secolo?
O.D. – Non sono così sicura che oggi a Pechino e Shangai si stia creando un nuovo modello di città. Ciò che si costruisce là ha per riferimento l’occidente. Sono due città molto diverse. Pechino si estende in orizzontale: il suo centro, rappresentato dalla città proibita e da alcune costruzioni antiche, non è visibile. L’espansione periferica è di matrice occidentale, concentrica. E’ una megalopoli veramente estesa. Shangai è una città densamente costruita, compatta, si può percorrerla a piedi. Non è concentrica, ma le periferie cominciano ad assecondare questo modello. Non credo che il modello formale di città orientale potrà influenzare l’occidente quanto, eventualmente, l’atteggiamento delle persone nei confronti della città e dei mutamenti. E’ la fiducia nello sviluppo che ha cambiato l’Oriente, proiettandolo nel futuro. Parlando e lavorando con chi vive in Cina, ci si rende conto che per loro non c’è nulla d’impossibile. Ci sono poche regole, quel minimo necessario a dare consistenza al sistema, e non ci sono codici urbanistici. Qualsiasi novità è per loro un’avventura da vivere per la quale vale la pena correre dei rischi. Ciò che mi ha sorpreso è stato l’entusiasmo di fronte a progetti che in Francia sarebbero improponibili. Si sforzano di trovare le soluzioni per qualsiasi proposta, ed in effetti, anche se a modo loro, le trovano. E’ entusiasmante interagire con loro. Per quanto riguarda l’Occidente, ci sono differenze tra Europa e America. In Europa tutto è codificato, regolamentato, organizzato. Il margine d’azione è minimo e per esprimersi liberamente bisogna cercare nei buchi del sistema di regole dominante. Può anche essere una sfida, ma richiede un eccesso di energie, è piuttosto faticoso. Gli europei non sono preparati o non sono ancora pronti a considerare il diverso interessante, lo considerano pericoloso e quindi rischioso. Inoltre la crisi economica degli anni ’90, la sparizione dei confini tra est e ovest, la fragilità dell’America dimostrata dall’11 settembre…questi mutamenti hanno provocato l’implosione degli obiettivi, la ricerca di sicurezze a breve termine, la paura di assumersi responsabilità e di rischiare. Questo è un problema. I giovani sono cresciuti nell’assenza di desiderio perchè hanno avuto tutto. Hanno perso la curiosità, sono convinti che l’allontanamento dalla famiglia provochi una perdita. Diventa difficile partire all’avventura, guardare al futuro con entusiasmo se si è convinti di peggiorare la propria condizione. Io ho sempre pensato che lasciando la famiglia e conoscendo cose diverse avrei avuto molto di più. I giovani studenti non hanno più sogni né desideri. La responsabilità di chi insegna sta nello spingere gli studenti a pensare che devono esplorare nuove possibilità, che hanno il diritto di sognare un mondo diverso che può essere solo migliore. Bisogna battersi per questo.
A.O. – Alla Biennale di Pechino dello scorso anno hai partecipato con “Infinite Interior” a un’esposizione di living il cui concept era progettare un interno come opera d’arte. Il tuo è tra i dieci progetti realizzati. L’interazione tra arte e design può influenzare anche lo spazio domestico?
O.D. – Il progetto era un appartamento di 300mq. Il modello dimensionale era uguale per tutti e i progettisti avevano carta bianca. Il mio obiettivo era creare l’illusione di uno spazio più grande di quello effettivo. Ho lavorato su linee oblique ed ho espanso l’interno verso l’esterno per frantumare il limite posto dalle pareti e dare la sensazione che lo spazio proseguisse all’infinito. Ciò che ho trovato interessante è stato il confronto con il progetto accanto al mio, realizzato da un gruppo austriaco che ha fatto l’esatto opposto: un ambiente completamente bianco – il mio era nero e rosso - le cui finestre erano quasi completamente murate e lo spazio ripiegato su se stesso a formare una sorta di “cocoon”. Loro hanno escluso l’apertura verso la città, verso l’esterno, mentre io ho lavorato ricercando un rapporto con la vista sulla città, con la luce.
A.O. – Poco fa accennavi al tuo progetto per l’ex area Fiat nel quartiere di Novoli a Firenze…
O.D. – E’ un’operazione interessantissima. Francesco Dal Co, d’accordo col cliente, ha invitato tre professioniste a progettare tre edifici di uguale volumetria. Ci sono io, c’è Zaha Hadid e c’è Carme Pinos. Sono nate tre architetture incredibili, tre oggetti spettacolari. La città è stata sensibilizzata nei confronti della nostra diversità, è stata preparata attraverso conferenze e incontri. Dimostreremo che, nonostante i regolamenti e le normative, è possibile fare architettura contemporanea: basta volerlo! Naturalmente molto, se non tutto, dipende dal cliente: se sta al gioco e ha il coraggio di rischiare, allora le cose diventano possibili.
A.O. – I vostri edifici sorgeranno nella stessa area in cui stanno realizzando il nuovo tribunale progettato da Leonardo Ricci e il nuovo Polo Universitario di Adolfo Natalini che, riferendosi alle sperimentazioni contemporanee, ha affermato: “Il mondo dell’architettura sembra pervaso da un’ansia di rinnovamento, si inneggiano le sperimentazioni, ma sono sempre più gli insuccessi rispetto ai successi […] non credo che siamo così ricchi da poterci permettere tutta questa sperimentazione intellettuale e costruttiva” (*2). E’ in antitesi col tuo pensiero…
O.D. – Credo che ci siano persone che rinunciano e altre che continuano. Ci sono coloro che non si fermeranno mai – io so che non mi fermerò mai, che sarò sempre interessata alla sperimentazione e alla ricerca – e coloro che, probabilmente, ambiscono a una posizione, a un ruolo di rilievo nella società, e una volta che l’hanno raggiunto si fermano. L’unico in Italia che non ha rinunciato è Massimiliano Fuksas.
A.O. – Sei stata nella commissione giudicatrice del concorso per la sede dell’ASI a Roma, quattro anni fa, vinto appunto da Fuksas…
O.D. – In quell’occasione volevo sostenere un giovane perchè credo sia giusto dare spazio ai giovani, ma non è stato possibile. Il progetto di Will Alsop non era male, ma un po’ troppo caotico. La forza del progetto di Fuksas era anche nella chiarezza della presentazione: nei concorsi conta moltissimo il modo in cui sono presentati i progetti, conta più che in qualsiasi altro ambito. Un buon progetto presentato in maniera confusa rischia di essere penalizzato. L’impatto grafico, la qualità della rappresentazione e l’organizzazione delle tavole è sintomo di capacità di comunicazione. Saper comunicare l’architettura è importante.
A.O. – Hai un progetto in fieri con Ferran Adrià, lo chef-artista spagnolo le cui creazioni gastronomiche sono influenzate dal design e dalla moda…
O.D. – Ferran Adrià è un artista dei sensi, e insieme abbiamo concepito un “ristorante” in cui il cibo non è un’esperienza materiale ma sensoriale e artistica: ci si nutre attraverso l’immaginazione. Doveva essere presentato all’ultima Biennale di Valencia, ma non c’erano I finanziamenti. Peccato! Speriamo sia possibile per il 2007.
Parigi, Agence ODBC, 7 Ottobre 2005
(*1) Corriere della Sera, 14 settembre 1997
(*2) A.Natalini, intervento presso la Facoltà di Architettura di Firenze,
16 dicembre 2002











