Alessandra Orlandoni - La matrice Datascape identifica un approccio progettuale pragmatico?
Winy Maas - Preferirei definirlo “diretto”. Il pragmatismo evoca qualcosa di noioso. Desidero che MVRDV percorra la linea di confine tra realtà e sperimentalismo: crediamo che l’architettura debba avere a che fare con fatti ed esperienze reali ed essere comprensibile alla gente; comunicare chiaramente ciò che vuole essere e ciò che vuole dire. Allo stesso tempo i nostri progetti devono essere propositivi, sperimentali ed esplorare nuove possibilità per il futuro. Questo tipo di sperimentazione necessita una comunicazione che esprima il progetto in modo chiaro. Per fare sperimentazione bisogna seguire un’”agenda“, sapere cosa deve essere fatto in futuro, quali elementi devono essere prioritari e fare sì che l’edificio evidenzi questi elementi. Datascape è una ricerca svolta nella prima metà dell’ultimo decennio e pubblicata nel nostro primo libro, Farmax. E’ sia una tecnica per esplorare l’insieme di regole invisibili che condizionano l’architettura e l’urbanistica - quali le regole sociali, politiche e così via - illustrandone conseguenze ed eccessi, sia uno strumento per esplicitarle il più possibile. Datascape fornisce un insieme di dati reali e chiari, è il piano d’azione per decidere cosa può essere giusto e cosa sbagliato in un determinato contesto. Lo scopo è valutare se queste regole sono valide per il futuro o se è necessario aggiornarle.
A.O. - Quindi, in primis, voi “mappate” le informazioni di un luogo.
W.M. - In riferimento a Datascape, sì.
A.O. - E’ un punto di partenza o un punto di arrivo ?
W.M. - Datascape è un risultato, una sintesi temporanea. Ti faccio un esempio: nel momento in cui ci siamo confrontati con l’esistente in città storicizzate, come Amsterdam ad esempio, quelle regole non consentivano l’attuazione di un progetto caratterizzato da una nuova visibilità dal livello strada. Siamo stati in grado di mostrare quali potevano essere le conseguenze dell’applicazione di queste regole. Se applicate radicalmente generano spettri di edifici privi di logica a ridosso delle facciate esistenti, fondendole con una gran quantità di programmi ‘invisibili’ dietro di esse. In effetti può essere piuttosto bello, e tuttavia esprime la massima densità possibile. Ma questo corrisponde a ciò che davvero vogliamo? O abbiamo bisogno di altri progetti per rinnovare e aggiornare le nostre vecchie città-museo? Noi pensiamo che sia necessario evidenziare i limiti dei regolamenti attuali.
Un approccio critico aiuta a valutare cosa sia effettivamente giusto mantenere o meno di tali regolamenti, e rivela gli elementi necessari per anticipare il futuro. Ecco come si può fare ad oltrepassare i confini socio-economici e far sì che edifici all’avanguardia rispetto al presente vengano effettivamente realizzati.
A.O. - A un primo sguardo i vostri prodotti sono molto diversi tra loro, sia esteticamente che concettualmente. Penso, ad esempio, alla Casa de la Historia a Coruña, al Mirador a Madrid e al quartiere residenziale Hagen Island a Ypenburg in Olanda.
W.M. - Ci sono alcune osservazioni da fare in merito. Da un lato ci sforziamo di non ripeterci copiando noi stessi, è quindi positivo che i nostri edifici appaiano differenti; dall’altro vogliamo enfatizzare le interrelazioni tra i progetti, poichè tutti fanno parte di un’ambizione più ampia. Inoltre tutti gli edifici vogliono essere comunicativi, utilizzando un linguaggio diretto e chiaramente comprensibile. Posso spiegare perchè Casa de la Historia e Mirador sono in un certo senso la stessa cosa, benché apparentemente molto diversi. In primis, sono entrambi il manifesto delle loro ambizioni: Mirador ci dice che è meglio posizionare gli spazi pubblici ai piani alti degli edifici piuttosto che creare cortili interni al piano terra; Casa de la Historia comunica l’importanza di ciò che rappresenta e attira l’attenzione del pubblico attraverso la sua grande dimensione, allo stesso tempo sostiene l’identità del luogo, in questo caso la Galizia, riproducendo con la sua forma il profilo geografico di quella regione. Entrambe sono architetture comunicative. Il secondo aspetto che condividono è la vocazione alla compattezza, in senso di altezza e densità. Entrambe aspirano all’incremento di densità e capienza, a dispetto dell’apparenza piatta.
A.O. - Si può dire che la densità assuma anche un valore etico nel vostro approccio progettuale? Nello sviluppo delle città orientali - che ha potuto attuarsi con un ampio grado di libertà - vedi rispecchiato questo principio?
W.M. - Mah... magari! La densità è una delle nostre “ossessioni”. Un detto afferma che gli artisti privi di ossessioni non valgono nulla! In architettura troppo spesso il termine “densità” è preso alla lettera e riferito alla concentrazione di edifici verticali. In realtà è un concetto molto più ampio: ha a che fare con l’uso che facciamo della superficie della terra, con il modo in cui qualsiasi cosa è distribuita in pianta su terra e acqua. Pensa alla densità di informazioni presenti nell’etere generate dal GPS: è impressionante! Riguardo all’Oriente…l’incremento della densità è evidente. E’ un caso interessante e probabilmente esemplare su come affrontare ed innovare i concetti di densità e capienza. Penso sia giusto che la Cina sperimenti diverse forme di urbanizzazione. Dieci anni fa era impossibile immaginare Pudong come la vediamo ora.
A.O. - La vostra “magnifica ossessione” vi ha spinto a confrontarvi anche con l’agricoltura e l’allevamento degli animali. Pig City (1*), l’ipotesi di una fattoria sviluppata in verticale, è un film al limite tra bio-fantascienza e realtà. Jeremy Rifkin ha descritto il “Sogno Europeo”, basato su qualità e sostenibilità, come l’unica strada possibile per il futuro. Consideri Pig City un progetto che coniuga densità e sostenibilità?
W.M. - Sì. Condivido le sue teorie in merito alla necessità di uno sviluppo sostenibile. Certamente la densità riguarda anche il paesaggio, la forestificazione (2*) e l’agricoltura. Come abbiamo dimostrato in KM3, il nostro nuovo libro, agricoltura e foreste necessitano di oltre il 70% del nostro spazio. E’ piuttosto preoccupante che gli architetti non lavorino su queste tematiche! E’ anche nel rispetto di questo problema che sarebbe una buona cosa se le fattorie fossero costruite a più livelli, sviluppate in verticale piuttosto che in orizzontale. Ciò incrementerebbe la sostenibilità in termini di capienza (abbiamo bisogno di superfici agricole più ampie per soddisfare le necessità alimentari di un sempre maggior numero di persone) e consentirebbe di innovare l’attuale sistema di allevamento, incorporando le nuove conoscenze in materia di allevamento sostenibile. In questo modo gli animali potrebbero essere allevati in ambienti sani ed ecologici in cui lo spazio è sufficiente ad assicurare la loro salute ed evitare le malattie. Pig City è un esempio. L’allevamento dei suini è un’attività primaria ed in crescita in Olanda. Pig City è il tentativo di coniugare il crescente numero di fattorie con il benessere degli animali e, di conseguenza, il nostro stesso benessere. Come ho accennato prima, mi interessano tutti i processi di densificazione, non solo quelli urbani. Tutti condividono un ideale importante: lasciare più spazio agli esseri umani. I territori si riducono a causa delle modificazioni climatiche. L’incremento demografico, la crescita del comfort, dei desideri etc. comportano la necessità di lasciare quanto più spazio libero possibile.
A.O. - A Ypenburg, nell’immediata periferia dell’Aia (3*), avete progettato Hagen Island, quartiere residenziale strutturato come villaggio di case monofamiliari sparse sul territorio…
W.M. - E quindi?
A.O. - Non è forse un progetto in contraddizione con il vostro appello alla densità?
W.M. - Vogliamo lavorare anche sul “tallone di Achille”. In questo caso: come intervenire in modo innovativo nelle periferie? Possiamo aumentare la densità nelle periferie evitando la monotonia generata di recente dalla distesa di file di case indifferenziate costruite nelle aree adiacenti a quella del nostro intervento? E’ possibile conciliare individualismo e collettività? Abbiamo scelto di “tagliare” la tipologia richiesta e distribuire le singole case “random” sul territorio. In questo modo l’interfaccia visiva che si crea guardando all’interno e attraverso le case crea un nuovo spazio comune. Allo stesso tempo le case sono maggiormente personalizzate. I costi extra per i rivestimenti delle facciate sono riassorbiti riducendo le infrastrutture (non ci sono strade interne, ma solo un anello carrabile intorno all’area) e i dettagli (eliminate le gronde, uso di un unico materiale). Il risultato è un ambiente favorevole ai bambini con un’iconografia sottilmente ironica. Può essere considerato un intervento critico costruttivo ed ottimista?
A.O. - Nel 2002 avete partecipato alla mostra Architecture and Water al SFMOMA, in cui erano esposte soluzioni innovative per l’edificazione in aree prospicienti specchi d’acqua, proponendo quattro abitazioni monofamiliari accorpate in un unico blocco sospeso a 12 metri d’altezza.
W.M. - The Four Water Villas erano sospese sull’acqua così da non ingombrare la battigia, fenomeno preoccupante in Europa come negli USA dove il costruito occupa anche le spiagge impedendone l’accesso. In molte parti di Los Angeles la spiaggia è diventata impraticabile! E’ ancora un progetto mirato a liberare spazio pubblico pur densificando la situazione attuale. Sfortunatamente il crollo economico del 2002/03 in Olanda ha impedito la realizzazione del progetto originale, e le case sono state edificate sul suolo. Per far sì che l’idea iniziale - evitare di ostruire la pubblica vista del lago - fosse economicamente possibile, abbiamo sviluppato i progetti in lunghezza, eliminando i giardini e creando delle verande. Ciò ha reso possibile il passaggio tra le case dei canali che terminano in corrispondenza di panchine prospicienti lo specchio d’acqua. Così si guadagna anche lo spazio della riva del lago. Può definirsi la “trasposizione economica di una grande ambizione”!
A.O. - La musica è un’espressione culturale e un fenomeno sociale. Influenza atteggiamenti e stili di vita e allo stesso tempo è un mezzo di aggregazione. Qual è il tuo rapporto con la musica e quale credi sia, se c’è, l’interrelazione tra musica, spazio e architettura?
W.M. - Adoro la musica e mi piace progettare spazi in cui si balla ma non progetterei mai un edificio secondo i criteri di una composizione musicale, se è a questo che alludi. Questo tipo di approccio non mi interessa. Prendiamo ad esempio una partitura di Stockhausen, caratterizzata da una sorta di “disordine compositivo”: non ritengo sensato trasporre questo linguaggio nell’architettura e su questa base fare un edificio con le finestre storte o cose simili. E’ un approccio estremamente superficiale. Trovo invece fantastico progettare un ambiente adibito al ballo e allo scambio tra le persone, come abbiamo fatto nel concorso per la BBC di Londra. L’intento era creare uno spazio “sussurrante”, in cui fosse possibile ascoltare il bisbiglio delle persone in qualsiasi punto. Abbiamo progettato la densità dell’ambiente acustico. L’interconnessione che avviene tra le persone attraverso il loro stesso bisbiglio è estremamente intrigante…o nel progetto per Les Halles a Parigi, in cui abbiamo trasformato un’invisibile catacomba in una valle tridimensionale di vetro con una pista da ballo in cima, ricollocando lo spazio dedicato ai giovani, attualmente confinati nel sottosuolo.
A.O. - L’ Effenaar di Eindhoven era un centro sociale che necessitava una trasformazione professionale ma non culturale.
W.M. - Sì, necessitava di adeguamenti tecnologici e di un ampliamento. Lo abbiamo trasformato in una discoteca verticale completamente di vetro il cui cuore, il club vero e proprio, è generato dall’organizzazione a ballatoio degli spazi che lo avvolgono, così che dalla hall centrale si vede l’interno di tutti gli altri spazi. Stiamo ora progettando una discoteca che trasla il reale nel virtuale. E’ un edificio verticale completamente di vetro. E’ reale in quanto esiste fisicamente, ma integrando display a cristalli liquidi nelle superfici vetrate il d-v-j può veicolare immagini sul pavimento, pareti e soffitto, così lo spazio in cui si balla si trasforma continuamente in uno scenario simulato. Le immagini permeano anche all’esterno. E’ una dance-machine, un ambiente totalmente psichedelico.
A.O. - Cosa è accaduto con il vostro progetto per il padiglione della Serpentine Gallery a Londra, previsto per l’estate 2005 e poi cancellato?
W.M. - Quello che la stampa ha riportato corrisponde al vero. Era un progetto complesso fatto in collaborazione con la Serpentine e Arup. I costi erano eccessivi rispetto al budget che siamo riusciti ad ottenere. Ci sono voluti 3 anni. Peccato.
A.O. - Hai lavorato con Rem Koolhaas…
W.M. - Ho lavorato 2 anni e 1/2 da OMA.
A.O. - Sei un suo allievo?
W.M. - Sono allievo di molte persone e Rem è una di quelle. Era uno dei miei professori per l’elaborazione della tesi di laurea.
A.O. - State prendendo le distanze da OMA?
W.M. - Non esattamente. Probabilmente tra OMA e MVRDV esiste un ping-pong, un gioco costante di rimandi. Quando OMA riconosce l’approccio analitico e la ‘mappatura’ dell’esistente (ad esempio attraverso “Mutations”), noi enfatizziamo con Farmax e Datascape la massimizzazione dell’esistente e con KM3 la necessità di “costruzioni” che vanno oltre l’analisi. Dove SMLXL esprime il desiderio di confrontarsi con la “scala”, Regionmaker esprime itinerari interattivi per fondere gli estremi, l’individualismo col collettivismo. Dove “Content” esprime lo spostamento verso Est, KM3 cerca di far comprendere il flusso continuo. E così via.
A.O. - MVRDV è da alcuni descritto come il giovane studio che ha reinventato il modernismo… Tu cosa ne pensi?
W.M. - Molto spesso questo termine assume un significato ambiguo. Se per modernismo intendi un atteggiamento costante volto al futuro, all’ampliamento delle possibilità di ricerca, di scala, e a soluzioni diverse, allora posso dire di relazionarmi ad esso. Se identifichi il termine con un insieme di regole che definiscono uno stile, con qualcosa di statico…non credo proprio abbia niente a che fare con noi! Il nostro interesse è allargare sempre il campo, non restringerlo asservendolo a regole formali che generano uno stile.
A.O. - Ciò che emerge maggiormente nel vostro lavoro è l’approccio urbanistico e architettonico. Come vi ponete rispetto alle interrelazioni tra arte contemporanea, product design e architettura?
W.M. - Probabilmente questi aspetti condividono tra loro più di quanto si pensi. Non escludiamo il design dal nostro lavoro. E’ anch’esso uno strumento delle “agende” menzionate precedentemente. Nel Lloyd Hotel di Amsterdam abbiamo collaborato con circa 30 diversi designer per creare stanze diverse una dall’altra. Nella Biblioteca Pubblica Spijkenisse abbiamo disegnato tutta la scaffalatura in collaborazione con un designer; nella sede della stazione radiofonica Villa VPRO le porte e gli elementi illuminanti. In ogni edificio che realizziamo cerchiamo di sviluppare anche un oggetto destinato alla produzione.
Per noi anche il design di interni è frutto della densità, delle informazioni e dell’intreccio tra le varie figure professionali coinvolte nel progetto. Ci sforziamo per evitare di identificarci troppo con i nostri prodotti. Per questo l’apporto e l’espressione di altre persone è importante. Vogliamo che il contributo di tutti coloro che hanno collaborato al progetto sia chiaramente visibile. Siamo contrari all’uso e all’abuso del termine “archistar”, nel senso di personalità dominante che presiede tutti gli aspetti della progettazione e li declina a sua immagine e somiglianza. Come diceva Andy Warhol “un giorno tutti potranno essere famosi…”
A.O. - …almeno per 15 minuti!”
Bologna, 13 ottobre 2005
(1*) http://www.mvrdv.nl/182_pigcity/index.php
(2*) neologismo che descrive l’insieme dei processi necessari al rimboschimento sostenibile.
(3*) L’Aia è la capitale politica dell’Olanda. La ridefinizione urbanistica in atto è frutto della densità all’interno dei suoi confini, data la sua particolare posizione geografica che la costringe tra il mare, l’autostrada Amsterdam-Rotterdam e le periferie edificate che la circondano.
(1*) http://www.mvrdv.nl/182_pigcity/index.php
(2*) neologism describing an orchestrated and complimentary series of processes that lead toward sustainable forest making.
(3*) The Hague, the Dutch capital, is undergoing urban redefinition based on its exceptional density due to its very special geographic location wedged between the sea, the Amsterdam-Rotterdam motorway and built-up suburbs.
Bologna (Italy), October 13th, 2005








