
Nel 1992 Citterio licenzia due lavori per Vitra: sono le sedie Visavis e la fabbrica di mobili per il complesso di Neuenburg. Le prime sembrano essere riprese, quasi di sana pianta, dalle celeberrime poltroncine disegnate da Mies per la casa Tugendhat. Ma, a ben guardare - si osservi per esempio lo schienale - non vi è più il sacrificio delle ragioni del corpo a quelle della purezza della struttura, l’austerità di una immagine logicamente e formalmente assoluta contrapposta al piacere sensuale per la materia. Siamo su un altro pianeta concettuale. Che è quello dell’High Touch, cioè di un modo di porsi rispetto al problema progettuale che alcuni progettisti, soprattutto italiani, stanno da tempo elaborando, ma separatamente gli uni dagli altri, senza avere - come è stato per esempio con l’High Tech o con il decostruttivismo - la consapevolezza di far parte di questo comune sentire. L’High Touch nasce dal bisogno di rivedere, in chiave percettiva e relazionale, l’innovazione tecnologica giudicata positivamente, ma della quale se ne intravedono i pericoli e se ne stigmatizzano gli eccessi. Diversamente dall’organicismo e dall’espressionismo rifiuta, però, la fuga nelle forme avvolgenti, complesse e frattali della natura, ed evita di risolvere il problema progettuale in chiave soggettivistica o, peggio, rifugiandosi nel mito dell’architetto visto come creatore titanico. Sostiene la ricerca e la sperimentazione; è poco interessato ad astratti problemi di linguaggio; diffida da chi ripete sempre gli stessi stereotipi passandoli come firma; rivendica il diritto di sperimentare sulle forme e di lavorare, sviluppandoli, su modelli e prototipi della nostra storia recente; tenta un incontro tra la progettazione lasciata ancora ai metodi della bottega artigianale e la produzione effettuata in base a sempre più efficienti criteri organizzativi industriali, ma, soprattutto, focalizza la propria attenzione sul rapporto tra l’oggetto e l’utente, tentando di umanizzare la tecnologia, rendendola accattivante e sensuale e non disumana, astratta o, peggio, freddamente repellente. Dati questi criteri, non è difficile collocare all’interno dell’High Touch personaggi altrimenti visti dalla recente storiografia come figure isolate: da Antonio Citterio a Renzo Piano, da Mario Bellini a Michele De Lucchi a Mario Cucinella. Li accomuna, oltretutto, la comune apertura al panorama internazionale e alle sue sfide che si concretizza in numerosi incarichi e riconoscimenti all’estero, una sostanziale estraneità alle nostalgie tradizionaliste e ai bizantini interrogativi sull’italianità dell’architettura italiana, la totale o quasi indifferenza per l’architettura disegnata. Naturalmente, numerose sono le differenze nell’orientamento e nella ricerca: Citterio, per esempio, è più attratto dalla semplificazione, dal piacere della materia, dalla capacità di seduzione del minimum.
La fabbrica per Vitra a Neuenburg, a pochi chilometri dal complesso principale di Weil am Rhein, l’altra opera importante di Citterio completata nel 1992, si pone all’interno delle iniziative ideate e portate a termine da Fehlbaum nel corso di più di un decennio per trasformare un complesso produttivo noto per la produzione di sedie d’autore in un campo di sperimentazione delle più innovative tendenze dell’architettura contemporanea. La fabbrica realizzata da Citterio è di estrema semplicità ed è quasi l’antitesi delle coeve opere di Gehry e della Hadid: al piano inferiore grandi spazi liberi a pianta rettangolare, uno centrale e due laterali affiancati e a doppia altezza, permessi da un’esile struttura in ferro che delimita campate di 30x8 metri; al piano superiore, in corrispondenza del corpo centrale, la zona amministrativa con vetrate di otto metri d’altezza. A caratterizzare l’aspetto dell’edificio provvedono gli aggetti delle coperture sostenuti da esili puntoni in legno lamellare che, ritmando la composizione, assolvono a una importante funzione visiva, oltre che funzionale, provvedendo a sud alla protezione dal sole e a nord alla protezione dalla neve.
Nel 1999 viene fondata la Antonio Citterio and Partners con un maggior coinvolgimento nel settore architettura affidato a Patricia Viel che si affianca ad Antonio Citterio. Nel 2000 viene fondata la sede di Amburgo e lo studio di Milano è spostato a via Cerva. Strutturato su cinque piani fuori terra e tre interrati, è un manifesto delle idee architettoniche maturate e una anticipazione di quelle prossime a venire. All’esterno l’edificio si presenta con una esile ma robusta intelaiatura rivestita in pietra che inquadra grandi infissi. L’impressione è di una austera severità appena smorzata dal disegno dei sottili profilati dei serramenti. Già da via Cerva, attraverso una vetrata che occupa lo spazio di una campitura della facciata, si intravede la rampa interna che porta al piano sopraelevato dove è ubicata la reception. Entrati nell’edificio, un taglio nel solaio, parallelo alla rampa, ha la funzione di staccare questa dal muro rendendola più aerea, di illuminare il piano sottostante, di ottenere un’ampia parete dove esporre a rotazione opere d’arte e di far percepire come spazio a tripla altezza un ambiente che altrimenti sarebbe stato alto un piano e mezzo. Punto focale del percorso è la leggera scrivania della reception disegnata per Vitra e un infisso a tutta altezza che guarda su una piccola corte interna. Sulla destra, con funzioni di richiamo visivo, è collocato un ascensore vetrato che fronteggia una minimale scala in pietra Aurisina. I piani sovrastanti sono indipendenti dalle partizioni della facciata e se ne staccano leggermente per non interferire con questa. La ragione è semplice: la facciata si misura con l’ambiente urbano, e poco avrebbe tollerato una frammentazione eccessiva.
La sede della Edel ad Amburgo (2000-2002) è un edificio di cinque piani lungo le sponde del fiume Elba e fa parte di un progetto urbanistico destinato a riconvertire una vecchia banchina portuale. Dell’edificio è interessante notare il trattamento delle facciate che, pur essendo quasi interamente vetrate, si discostano dal tradizionale curtain wall, grazie al serrato disegno degli infissi pensato in funzione ritmica e degli aggetti in corrispondenza dei solai che orizzontalizzano la composizione. All’interno, elegante gioco degli spazi scandito da grandi pareti rivestite in legno e in pietra, alcune delle quali, come per esempio nell’auditorium, pivottanti.
Neuer Wall, sempre ad Amburgo (2001-2002), è un edificio di sette piani fuori terra con due piani destinati al commercio e gli altri ad uffici. I prospetti sono idealmente formati da due facciate sovrapposte, l’esterna in pietra e l’interna vetrata. La prima garantisce l’inserimento del fabbricato nel contesto urbano, la seconda, più arretrata, permette di dare spessore a una composizione che altrimenti si sarebbe risolta in un artificio calligrafico. Al 2002 risale il centro di ricerca e sviluppo B&B di Novedrate: l’opera, pensata come un prisma in cemento armato, riesce nella quasi impossibile impresa di emergere autonomamente e di fungere da sfondo a due preesistenze. Ricorda le opere di Tadao Ando ma da queste se ne discosta per una maggiore libertà spaziale.
Nello stesso anno progetta il concept e il disegno di interni per la catena di Hotel di Bulgari per la quale nel 2004 completa un albergo a Milano nell’ex convento delle monache agostiniane di Santa Chiara nel quartiere di Brera. All’esterno si caratterizza, come tutti gli altri edifici di Citterio, per rigore e asciuttezza e ricorda vagamente un certo modo di comporre dell’architettura milanese e, in particolare, di Caccia Dominioni. A lui fanno, infatti, pensare le porte finestre strette e lunghe, le semplici ringhiere, il ritmo delle bucature composto ma vagamente asimmetrico. All’interno, come c’è da aspettarsi, domina il lusso, ma un lusso - che in linea con l’architettura di Citterio e l’immagine di Bulgari - si manifesta più per raffinatezza che per opulenza, più per la qualità e il trattamento dei materiali che per lo sfarzo della decorazione. A ulteriore conferma che l’architettura di Citterio può rappresentare il punto di incontro tra la sensualità di un design contemporaneo e le esigenze di una committenza dalle grandi capacità economiche e dal gusto raffinato provvedono il Bulgari Resort a Bali (2003) e le numerose case: a Sondrio (2002), ad Amburgo (2003), a New York (2003) e a Villasimius (2004) dove si nota un notevole impegno consistente nella ricerca di materiali - soprattutto legno, pietra e intonaci - e di forme in grado di dialogare con l’ambiente.
Luigi Prestinenza Puglisi








