Alessandra Orlandoni - Lo scorso anno sei stato insignito del Pritzker Prize, il premio più prestigioso che un architetto possa ricevere come riconoscimento dei tuoi sforzi e del tuo impegno costante nella ricerca e nell’innovazione in architettura. La cerimonia si è svolta nel Jay Pritzker Pavillion realizzato da Frank Gehry. L’ultimo architetto americano a vincere il premio fu Robert Venturi, le cui teorie ispirate da Las Vegas sono tutt’ora attuali. Che significato ha per te questo premio?
Thom Mayne - Hai il testo del discorso da me fatto in occasione dell’assegnazione del premio, vero? In quel testo c’è tutto ciò che ho creduto importante esprimere.
(continua da pagina 3) “...Dal mio punto di vista, la città è la creazione più profonda dell’umanità, cambia continuamente, si evolve, è misteriosa e quindi per molti aspetti impossibile da conoscere. Nella sua assenza di immobilismo, nell’incredibile quantità delle sue interazioni random, negli scambi, negli incontri, nell’immensa quantità e varietà di intelligenze: è qui che risiede il potenziale della vera creatività, dove trovano posto il dono della scoperta e la spontanea insoddisfazione. Questo, io credo, è il motivo per cui le città sono le roccaforti delle nostra tradizione liberale in questo Paese. Le nostre città sono il luogo del costante rinnovamento, la sede delle infinite possibilità, ed esigono la nostra disponibilità all’ampliamento. Sembriamo invece, in questa prima decade del
XXI secolo, permeati di paura e immobilizzati dalla complessità delle diverse realtà che il vivere qui e ora comporta. Insistiamo nell’osservare le diversità della nostra società attraverso una lente semplicistica, restii ad accettarla e ansiosi di uniformità piuttosto che di diversità.
E, come spesso è accaduto in momenti simili, ci rifugiamo nella nostalgia, nel desiderio illusorio di ordine, coerenza e sicurezza, qualità che abbiamo apprezzato nell’infanzia.
Tutto questo è temporaneo. Ho vissuto durante periodi di espansione culturale e ottimismo. Ho provato l’eccitazione di un’intera generazione che decide di rompere col passato.
Vedo in questo padiglione e nel lavoro dei miei colleghi l’anticipazione di un miglioramento possibile, un fiero ottimismo nel guardare avanti. Non accade sempre così? Si guardano gli artisti per ricordare a noi stessi che tutti noi stiamo andando avanti, rafforzati e capaci.
Inseguo un’architettura che comporti ed esiga una ricerca profonda. L’architettura non è passiva, non è decorativa. E’ essenziale, ci contagia direttamente e profondamente - ha il potere di intaccare i nostri comportamenti e la qualità del nostro quotidiano.
In qualità di architetti, il nostro lavoro é pervaso dai nostri valori: non possiamo sfuggire alla stratificazione dei problemi sociali. All’inizio della nostra carriera, cominciamo con piccoli progetti che ci consentono di sintonizzare il nostro talento artistico e affinare la nostra estetica. In questa fase iniziale certi valori sono impliciti. Via via che il lavoro cresce, si amplia e si confronta in modo più diretto con un più ampio spettro di fattori - per me questo è accaduto negli ultimi cinque anni - le qualità intrinseche divengono più esplicite, e il contributo alla società più sostanziale.
Il premio Pritzker riconosce all’architettura il potere di forgiare le nostre vite e contribuisce a rafforzare l’impatto sulla società non soltanto di chi lo riceve ma quello di tutti gli architetti. In questo senso è fonte di onore ma anche di maggior responsabilità. Sono profondamente intimidito dal ricevere questo premio. Lo accetto con immensa gioia, con orgoglio e con profondo senso di responsabilità. Sono onorato che il giudizio espresso nei confronti del mio lavoro lo abbia considerato degno di questo premio, e che il mio nome si aggiunga a quello di altri che ammiro profondamente.
Mi avete conferito questo premio come giovane architetto. E in questo risiede la mia opportunità: fare onore al premio Pritzker nei miei prossimi sforzi. E questo è ciò che io intendo fare.
Grazie”*
*Discorso pronunciato da Thom Mayne in occasione del conferimento del Pritzker Prize, 31 Maggio 2005, Jay Pritzker Pavillion, Chicago
Alessandra Orlandoni. - Il Caltrans Headquarters building, l’edifico sede dell’agenzia responsabile dello sviluppo della mobilità californiana, segna un momento importante della tua carriera. E’ stato completato nei tempi previsti rispettando pienamente il budget. Vorrei parlarne in termini di frammento di città piuttosto che di opera architettonica in sé. Il New York Times lo ha definito “un esempio sexy di promozione civica” (1*). Sei d’accordo?
Thom Mayne - Credo tu ti riferisca all’articolo di Nicolai Ouroussoff. Non so perché lo abbia definito così. Dovresti chiederlo a lui. Dal mio punto di vista è, probabilmente, un edificio significativo perché le sue peculiarità derivano dal fatto che si trova a Los Angeles. Molti lo considerano iconico, simbolico, ma il suo valore è nell’essere veramente “Los Angeles”, come è giusto che sia poiché io sono un architetto di Los Angeles. L’edificio sede della Caltrans (2*) concentra in sé le qualità del virtuale trasposte nella realtà, il dinamismo e il movimento; tematiche e idee strettamente connesse alla natura di Los Angeles in quanto metropoli. Qui le autostrade rappresentano l’infrastruttura della città essendo Los Angeles, probabilmente, il prototipo di città del 21° secolo. Ho insegnato alla UCLA, abbiamo scritto un paio di libri che definiscono cosa è Los Angeles e credo che la sua tipologia corrisponda davvero a quanto appena detto. Sono da sempre affascinato da questa metropoli. Non ha senso darne giudizi positivi o negativi: troppe persone esprimono giudizi. Los Angeles è semplicemente Los Angeles. Tutto qui. Non è San Paolo, né Mexico City, né Tokyo, né altre metropoli che potremmo nominare: è Los Angeles. E’ naturale che, qui, le autostrade siano il tessuto connettivo e di comunicazione. Le città europee sono concentriche, corrispondono a una sorta di “eurocentrismo” legato a ciò che è l’Europa. Con Los Angeles si comincia a definire la città in base al tempo: è noto a tutti che chi vive qui considera le distanze in base ad esso. Se si decide di andare al ristorante ci si esprime in termini di tempo e non di chilometri. Io vivo in prossimità dell’Oceano, a Venice, e vado al ristorante a Pasadena. Non so quanto dista esattamente, direi circa…60 km? Andiamo a cena lì semplicemente perché c’è un ristorante che ci piace. Ci vogliono più o meno 45 minuti, e va bene così. Los Angeles va pensata in questi termini perché le autostrade sono una naturale rete di comunicazione che determina la multi-mobilità della città e consente di assorbire le distanze. E’ un luogo particolare: non è una città ma un insieme di città. E’ l’aggregazione di 134 città, popolate complessivamente da 16.500.000 abitanti, in cui si parlano 100 lingue diverse. La sua superficie è due volte quella dell’Austria ed è eguale a quella dell’Olanda. E’ la sintesi di moltissime componenti. Così può essere considerato anche un edificio, come la sintesi di dati molto diversi: le sue caratteristiche derivano dal modo in cui si lavora, dall’atteggiamento mentale che si ha verso le cose e che si manifesta, successivamente, nel prodotto architettonico. Sembra che questo edificio, il Caltrans Headquarter building, sia stato capito molto velocemente. E probabilmente è così.
A.O. - Come dici nel tuo discorso, solo negli ultimi anni il tuo lavoro si è “ampliato”. Nel corso della tua carriera hai fatto molta ricerca attraverso l’insegnamento - nel 2005 con il progetto di ricerca “L.A. Now: Volume 3” il tuo corso all’UCLA ha vinto il premio di Progressive Architecture (3*) - e ti sei occupato di progettazione a tutte le scale: hai disegnato oggetti, un orologio ad esempio; interni, come il ristorante Kate Mantilini considerato ancora oggi un intervento di avanguardia radicale; la scenografia per lo spettacolo di danza Silent Collisions con Frédéric Flamand (4*), e così via. Che rapporto hai ora con la piccola e media scala?
T.M. - L’idea portante di Morphosis era essere slegati da un preciso indirizzo professionale. Quindi nel nostro lavoro poteva rientrare il design di un orologio, la progettazione di piccoli edifici, così come complessi residenziali fino a progetti urbanistici. Mi interessa qualsiasi cosa che comporti la riflessione e l’approfondimento delle metodologie di approccio a problemi sia fisici che infrastrutturali. Attualmente non facciamo quasi più progetti come quelli che hai menzionato. Sto cercando di lavorare in un’altra direzione, verso la progettazione urbana e la pianificazione urbanistica. Per agire correttamente e portare a termine un progetto con estrema cura in questa direzione è necessario moltissimo tempo. Se questo è per me il momento di prendere una decisione riguardo ciò che devo fare, credo che la direzione sia la grande scala. Ciò che ora mi appassiona veramente è la progettazione delle città. La scala della progettazione urbanistica si è ridotta radicalmente, e questo ha a che fare con il crescere delle aggregazioni economiche e con la globalizzazione, che è parte di questo processo. Ci sono progetti molto interessanti ma pochi hanno idee innovative e sperimentali. Troppo spesso i più si rifanno alla tradizione storica riproducendo modelli già applicati in passato, cosa assolutamente priva di senso ovunque si trovi l’area di intervento. Al momento sono concentrato su un ampio progetto in corso a Madrid. Stiamo anche facendo ricerche per un altro intervento urbanistico, sempre in Spagna. Questa è la mia attuale direzione. I progetti che hai menzionato si riferiscono agli inizi, quando progettavamo anche arredamenti e illuminazione. Era il 1972, e ho speso 10 anni nella ricerca sui materiali e su come impiegarli appropriatamente nel nostro lavoro.
A.O. - Recentemente hai partecipato ad un incontro, organizzato da LACE (5*), che metteva a confronto due diversi approcci al progetto architettonico. Quello di un architetto, tu, e quello di Vito Acconci. Un architetto i cui progetti dialogano col mondo dell’arte e della comunicazione e un artista che traspone la sua visione personale nell’architettura. Cosa è emerso da questo confronto?
T.M. - Vito Acconci è fantastico. Conosco questo progetto, si protende sull’acqua (6*). Conosco tutto dei suoi primi lavori. La sua carriera ha subito un cambiamento di rotta repentino rispetto a ciò per cui era noto ai più - il suo corpo era il suo lavoro, ed era provocatorio rispetto a qualsiasi tematica affrontasse: rispetto alla cultura, alla sessualità, all’intera concezione del corpo. Ora ha cambiato completamente, traslando la sua ricerca nell’architettura. Ciò che ha mostrato nella conferenza erano tutti progetti di architettura! Passare un po’ di tempo con lui è stato di grande interesse. Sembrava assolutamente concentrato sulla sua idea di spazio pubblico e molto convinto della sua posizione e delle sue idee, benché la maggior parte delle persone ignorassero questo aspetto della sua carriera. Anche per me buona parte di ciò che ha mostrato era sconosciuto, non ero così informato: ora lo conosco perché ero là, con lui. Il confronto tra arte e architettura è indubbiamente intrigante, benché l’approccio di un artista sia molto diverso da quello di un architetto. Acconci è un artista che si sta dedicando all’ architettura, si sta muovendo in un’altra direzione rispetto alla sua storia e al suo background e credo sia ancora in una fase di transizione. Aspettiamo e vediamo: la svolta è stata molto radicale. Dal mio punto di vista per fare architettura è necessario un bagaglio di esperienze diverso da quello che possiedono gli artisti. L’architettura è la sintesi di una vasta area di informazioni che è possibile gestire con consapevolezza solo dopo molto tempo; attraverso una naturale, lenta maturazione professionale, necessaria perché si ha a che fare con l’insieme di dati molto complessi che includono componenti culturali, sociali, tettoniche, storiche, urbanistiche, ecologiche. Tutti questi elementi devono essere compresi a fondo e integrati nel prodotto architettonico.
Penso che gli artisti siano maggiormente concentrati sulle diverse “singolarità”. Non esprimo un giudizio in merito, non posso essere d’accordo o dissentire: sono atteggiamenti molto diversi, tutto qui. A me interessa l’intreccio delle innumerevoli componenti necessarie per affrontare l’architettura, è il mio lavoro, ci sono abituato. Acconci viene da un ambito in cui predominano singoli impulsi, singole idee e da quelle deriva ciò che fa ora.
Questo determina, io credo, conclusioni molto differenti, ed in effetti questo è ciò che è emerso dalla nostra conferenza. Qualcosa di più che una semplice differenza nell’approccio allo stesso problema. La sua visione artistica è molto personale, là dove la mia deve riflettere e collegare una serie di condizioni intrinseche e oggettive. Io mi sento molto legato all’ambiente che trovo e credo di doverlo interpretare, in un certo senso, in funzione della responsabilità che comporta l’intervento architettonico e urbanistico all’interno di una città.
A.O. - Cosa pensi della rinnovata vitalità romana e dello sforzo della città di Roma verso il contemporaneo?
T.M. - Roma è una città sorprendente perché è stratificata, conserva tracce di ogni epoca storica. L’architettura contemporanea è assolutamente naturale, lì. E’ necessaria. Purtroppo temo che in Italia la tendenza a conservare e restaurare abbia avuto un effetto frenante sulla ricerca concettuale e sull’esplorazione di nuovi linguaggi da parte dei giovani architetti. In altri Paesi le innovazioni e le ricerche della nuova generazione sono maggiormente visibili. Forse Massimiliano Fuksas può ispirare un atteggiamento più sperimentale. Roma ha bisogno del contemporaneo, è forse l’unica cosa che le manca.
A.O. - Come si stanno muovendo i giovani architetti della West Coast? Pensi che si stia formando una nuova generazione di giovanissimi - tu sei stato premiato come giovane architetto, quindi i quaranta/cinquantenni sono da considerarsi giovanissimi - che segue le tue orme, o quelle di Frank Gehry o di Robert Venturi&Denise Scott Brown?
T.M. - Credo di sì. Ci sono dei validi architetti come Neil Denari, David Erdman, Gregg Lynn, Michele Saee, Michael Watson, tutti più o meno intorno ai 40 anni, o poco più. Io a quell’età ero molto arrabbiato e molto frustrato. A 45 anni mi sentivo in grado di fare molte cose, ma non trovavo le opportunità. In America dominavano le multinazionali. La ricerca culturale non era presa in considerazione. Ora le nuove tecnologie agevolano l’espressione e la comprensione del progetto e quindi la sua realizzazione.
A.O. - Inaugurerà tra poco una importante restrospettiva al Centre Pompidou di Parigi, curata da Frédéric Migayrou, che esporrà il lavoro degli ultimi 10 anni di Morphosis.
T.M. - Sì, inaugura a marzo e Odile Decq ci sta aiutando per l’allestimento, che è una parte molto importante della mostra.
A.O. - Morphosis ha intenzione di partecipare al concorso “Betile” in Sardegna. E’ un concorso il cui obiettivo principale è la qualità. L’attuale amministrazione, e in particolare il Presidente della Regione, Renato Soru, punta molto sulla riqualificazione della Regione Sardegna attraverso la qualità.
T.M. - Sì, ci stiamo informando per decidere cosa fare. Siamo stati contattati da alcuni giovani studi italiani. E’ un’opportunità interessante anche se non è semplice partecipare a un concorso in collaborazione con uno studio che non si conosce. Non sempre la sintonia è immediata: essere spontanei e intuitivi allo stesso modo e nello stesso momento non è facile. Ci vuole un po’ di fortuna per azzeccare il gruppo partner che si riveli essere quello giusto, con il quale scattano sinergie naturali. Speriamo che in questo caso accada!
Firenze, Fondazione Targetti, 29 Gennaio 2006*
*In occasione della conferenza tenuta a Firenze da Thom Mayne, organizzata e promossa da Targetti.








