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Home Arretrati 2005 The Plan 11 Intevista a David Adjaye

| David Adjaye |

Intevista a David Adjaye

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Lucy Bullivant - Gli edifici pubblici che hai recentemente terminato, due biblioteche Idea Store situate a Londra nelle zone di Whitechapel
(2001-5) e Poplar (2001-4), reinventano la tradizionale istituzione, conferendole la forma di spazi vivibili e accessibili, offrendo un’idea ibrida di luogo educativo, informale e intimamente associato al contesto locale. Riesci a dar vita ad un linguaggio architettonico capace di creare un’atmosfera dove prima non esisteva. Come hai affrontato questi due contesti urbani così degradati?
David Adjaye - Integro l’identità di ciascuna strada dove sorgono le librerie, immutate dagli anni ‘60 e caratterizzate da insediamenti residenziali e negozi di quartiere (a Whitechapel un mercato rionale di fronte all’edificio). Non volevo creare un’altra istituzione staccata dal contesto cittadino. Costruire un monumento sarebbe stato un gesto di condiscendenza nei confronti di un pubblico che vuole essere coinvolto. Io contesto la tendenza delle istituzioni a volere dare un’immagine benevola di se stessa, spostando l’attenzione su uno stile più interattivo di pianificazione della città, mettendo in connessione l’esterno e l’interno dell’edificio, intaccando la tradizionale gerarchia istituzionale.

L.B. - La caratteristica di questi edifici consiste nell’uso di un linguaggio architettonico che ricorda sia i complessi per uffici sia - letteralmente - i grandi magazzini, mescolandoli in una serie di sequenze ripetute.
D.A. - E’ un mix intenzionale di linguaggi che riconosce che la qualità del “dentro” è diversa da quella del “fuori” e quindi rompe con la tradizione classica.

L.B. - Ci sono stati molti commenti da parte dei media a proposito dell’Idea Store a Whitechapel, non tutti positivi. Un critico d’architettura ha definito una apparente assenza di maestria, il tuo evitare di fare le cose in maniera tipicamente modernista, astratta. Quel critico non tollera alternative a mio parere.
D.A. - Sì, i miei amici orientali hanno avuto meno difficoltà a comprendere il mio approccio dal momento che il loro rapporto tra corpo e città è tutt’uno. L’edificio è composto da diversi strati laminati con un rivestimento esterno. A mio parere il modello ideale dell’architettura europea del XIX secolo non esiste più. Credo che siamo ormai anestetizzati nei confronti del costruire, non dovremmo essere distaccati da quello che significa fare realmente un edificio.

L.B. - In che modo la tua architettura sfida le logiche costruttive che seguono la spinta della globalizzazione, insidiando la creatività degli architetti?
D.A. - Si tratta di dare nuova rilevanza alla professione e di dar spazio all’architettura, concentrandosi sulla costruzione e la sua etica sociale. Invece di lasciare la realizzazione in mano agli esperti o di portare avanti una cultura sistematica del fare edifici che rinunci alla magia dell’architettura, io mi preoccupo di sfruttarne le capacità di agire su livelli diversi incrementando il contesto di significati.
Questo non significa valorizzare l’aspetto estetico, ma testare l’importanza dell’arte. L’arte vuole dimostrare all’umanità la propria importanza. L’arte è la nuova scienza.

L.B. - Qual è secondo te il valore di un approccio multidisciplinare?
D.A. - Per me ha il significato di un sistema tentacolare che da una parte attragga e dall’altra distolga il mondo professionale e del business coinvolto nella realizzazione di edifici o nuovi sviluppi urbani.

L.B. - Oltre ai nuovi Idea Store la tua mostra* espone gli edifici pubblici che stai realizzando, tra cui il Bernie Grant Arts Centre di Tottenham (2002-7),
il centro artistico di Rivington Place a Shoreditch (2003-7) entrambi situati nella zona Est di Londra, lo Stephen Lawrence Centre for Young People a Deptford, nella zona Sud di Londra (2004-7), e il nuovo edificio per il Museum of Contemporary Art nel centro di Denver (2004-7). In questo momento di intenso dibattito riguardo al “pubblico” e alla nozione di civico, quali sono le nuove identità che stai tracciando per questi edifici? Parlando delle tue opere usi termini quali porosità, qualità relazionali, accessibilità, incapacità di soddisfare l’aspirazione ad essere ultraflessibili.
D.A. - Lo “spazio pubblico” ormai è un mito che non mantiene ciò che promette. I graffiti che ricoprono i muri degli edifici pubblici e il loro uso limitato, testimoniano una generale mancanza di fiducia nella cosa pubblica. Non ci fidiamo più dell’esterno. Questo senso di vuoto ha coperto le facciate delle costruzioni. I miei edifici sono carichi del significato di “pubblico”. Non si può più “fare” un edificio pubblico, ma si può dargli questo potenziale. Sono sfumature diverse. I miei lavori non sono in linea con l’ottica commerciale corrente.
Tutte le mie opere in costruzione a Londra non superano i 10 milioni di sterline. Sono edifici porosi che richiedono una interrelazione personale. In loro presenza hai una sensazione di vicinanza e complessità. Considera per esempio il Rivington Place Arts Centre a Shoreditch, in fase di realizzazione, che ha un budget molto ristretto e sorge su un’area limitata che non mi permetteva di progettare liberamente; così ne ho modificato lo schema. In uno spazio di 60x40 m, le stesse proporzioni dei magazzini in quella zona, il progetto crea un gioco di aperture e chiusure, trasparenze e opacità. Non è un progetto funzionalista, ma una matrice di aperture rettangolari posta in una griglia flessibile che dà l’idea della porosità.
E’ illusionistico ma non pittoresco.

L.B. - Il catalogo della mostra, oltre a saggi di Saskia Sassen, Peter Allison e Nikolaus Hirsch che ci aiutano nella comprensione delle tue opere, contiene il testo di una conversazione con l’autore e maestro Kodwo Eshun sull’abitazione informale in cui tu citi i villaggi africani Ndebele in Soweto. Qui gli abitanti hanno personalizzato gli elementi costruttivi standardizzati sia per le proprie abitazioni che per gli edifici pubblici. Quanto conta per te la considerazione che anche nel mondo occidentale si rifiutino soluzioni standardizzate?
D.A. - Mi interessa molto capire il modo in cui si compongono le cose, quindi non mi capita mai di commissionare un unico sistema ad un unico produttore. Sono gli accostamenti particolari che rivelano la natura particolare di un materiale e di un progetto.
Gli abitanti dei villaggi sceglievano i materiali per le loro proprietà specifiche, non per il loro pregio, ecco perché le loro costruzioni non risultano mai stereotipate. Mi interessa la coreografia dell’assemblare, sistemi compositivi determinati da risultati specifici che diano origine ad un nuovo vernacolare. Invece di parlare di ibridizzazione io uso il termine “embricatura” che, sociologi come Saskia Sassen usano con il significato di sovrapposizione, per descrivere la capacità di comporre le cose in modo che diano una percezione di molteplicità. Si ha la sensazione di attraversare un sistema continuo mentre invece si tratta di un’architettura a più livelli. Per evitare il rischio di fare dell’architettura retorica diventa di vitale importanza il saper dare risposte specifiche a condizioni diverse.

L.B. - A proposito del complesso abitativo di Fairfield Road a Bow, nella zona Est di Londra per la società Presentation, parli di un’agenzia di investimento “sociale” capace di comunicare fortemente il proprio ruolo. Mi puoi spiegare che cosa intendi?
D.A. - Un nuovo idioma corrisponde ad una cultura, uno stile di vita, a specifiche condizioni degli esseri umani. Lo schema per 46 abitazioni sostenibili ribalta la percezione comune dell’edilizia popolare come qualcosa di inferiore che è meglio tenere nascosto. Il rivestimento delle due torri è connesso al contesto in cui sorgono; quello in bronzo della torre nord si armonizza con la muratura in mattoni dell’area adiacente, sottoposta a vincolo conservativo, mentre il rivestimento in ottone della torre sud riprende il colore giallo dei mattoni degli altri edifici vicini. Sono determinato a destigmatizzare l’edilizia popolare al punto da suscitare la gelosia dei dirimpettai per il progetto. Abbiamo la fortuna di collaborare con una società immobiliare che sta lavorando con altri giovani architetti e che comprende in pieno la nostra aspirazione a trasformare, evolvere e migliorare questa tipologia edilizia.

*”Making Public Buildings”, Whitechapel Gallery, Londra Primavera 2006.
La mostra proseguirà al Netherlands Architecture Institute di Maastricht nell’autunno 2006, al The Studio Museum di Harlem a New York nella primavera del 2007, al Museum of Contemporary Art di Denver nell’autunno 2007 e all’Arario Gallery di Pechino nell’inverno 2007.
Il catalogo, con lo stesso titolo, curato da Peter Allison è pubblicato da Whitechapel Gallery, 2006.
I progetti di David Adjaye sono descritti nel libro “Anglo Files: la generazione emergente nell’architettura del Regno Unito”, curato da Lucy Bullivant, pubblicato da Thames & Hudson, 2005.

 
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