Immaginare il futuro e provare a raccontarlo era lo scopo di un recente convegno virtuale organizzato da Repubblica.it. Da alcune riflessioni emerse da quell’ incontro in rete conviene partire per azzardare qualche considerazione sul futuro del design. Bruce Sterling, autore di fantascienza, padre e fondatore del cyberpunk, ma anche appassionato di design, mattatore dell’appuntamento, ha posto l’accento sui problemi legati alla sicurezza: “siamo senz’altro nel mezzo di una guerra globale al terrore che ci rende preoccupati e paranoici e che porta ad essere abituati ad un crescente livello di pericolo”. Come rispondono i designer alla paura che ci sta assediando? Questa può essere una prima riflessione sul futuro scenario del progetto. Alcuni segnali ci dicono che i designer cercano di essere rassicuranti, offrendo degli antidoti alla paura e all’ansia. Ci offrono tenerezza e affetto. Immaginano panorami popolati di oggetti/creature di fantasia, capaci di esserci compagni. Non disegnano più scenari tecnologici, ma quiete realtà domestiche, come documenta la mostra The New Italian Design (Triennale di Milano fino al 25 Aprile 2007). Più che prodotti propongono, come scrive lo stesso Sterling nel suo ultimo saggio “La forma del futuro” (Apogeo, Milano, 2006) “gingilli”, oggetti altamente instabili, baroccamente multifunzionali, modificabili e facilmente programmabili”. I gingilli sono oggetti dotati di un alto carico cognitivo in grado di intrattenerci, allontanando la morsa della paura. Non è un caso che l’ultimo piccolo progetto di Fernando e Humberto Campana, i due fratelli brasiliani che hanno introdotto a livello internazionale un design ad alto tasso emotivo, sia proprio un “gingillo”. Si chiama Mandacaru Formiga (The Little Creature). E’ un animaletto marrone di velluto con due occhi di bottone, dotato di un’anima in filo di ferro, come la famosa scimmietta di Bruno Munari, da mettere sul tavolo, ma anche da portare in spalla, attorno al collo, o da attaccare, come un koala, ad un lampada. Un mostriciattolo da compagnia che aiuta a sorridere e, magari, ad essere meno ansiosi. Crescono le famiglie di toys e si moltiplicano gli accessori domestici/personaggio. I Pups, i cuscini a forma d’ improbabili animali, inventati da Andrea Ruschetti per il marchio Ludiko della Faro, diventano coperte e tappeti dove sdraiarsi o avvolgersi per sentirsi confortati. La seconda considerazione è che il design cercherà di diventare sempre più seducente, utilizzando tutti i possibili artifici: gli scintillii dei metalli, dell’oro, dell’argento e dei cristalli, i decori e i colori. Ruberà alle arti applicate i suoi segreti, riscoprendo intarsi ricami e trafori. Oppure s’ispirerà alla fantascienza per diventare futuribile, conquistando con impensabili leggerezze e trasparenze, con forme fluide e con impreviste luminescenze. O percorrendo la strada del revival con riedizioni di pezzi storici del cinquanta e sessanta, anni nei quali si prefigurava la prima modernità, dandole forme avveniristiche. La terza considerazione che ha, comunque, a che vedere con la seduzione, è che il design tenterà la via dell’eccentricità, sconfinando nell’arte. Cresce il mercato dei pezzi unici o di serie limitata. Le gallerie d’arte si convertono al design, ingaggiando in esclusiva, come ha fatto Gagosian con Marc Newson, le star del design. I pezzi che l’industria non ha il coraggio di produrre diventano “opere” da vendere a caro prezzo alle fiere d’arte che hanno inaugurato la sezione design, come Art Basel a Basilea e a Miami. Del resto, l’eccentricità sta diventando un requisito fondamentale per conquistare l’attenzione di un consumatore sempre più distratto da una sovrabbondanza di oggetti e di stimoli visivi. Ed è il mezzo più efficace per dargli l’illusione di accedere a qualcosa di speciale. Quarta considerazione: gli oggetti devono essere delle metastorie. E’ attraverso il loro racconto che le persone possono capire la loro appropriatezza e la loro modalità d’uso. Non solo. Devono raccontare storie per stringere legami con l’utente, per parlare alla sua sensibilità e alla sua fantasia, per stimolare i suoi desideri. Devono raccontare storie per superare la dimensione puramente oggettuale e diventare “relazioni tecnosociali”: di quelle abbiamo esigenza, più delle cose in sé che possediamo in eccesso. Quinta considerazione, strettamente collegata all’eccentricità, è che i designer tendono a diventare sempre più glamour, sempre più personaggi. Diceva Raymond Loewy, il padre del design industriale, che aveva sposato uno stile di vita rutilante: “i clienti non li si può inondare di fatti in una sala riunioni: bisogna sedurli. Quel che non può essere superato con la ragione può essere sovvertito con il clamore. A questo serve il glamour del design”. Per Raymond Loewy e i suoi colleghi Henry Dreyfuss e Bel Geddes essere uomini di design era una brillante variazione dell’essere teatrale. Sono in un certo senso variazioni dell’essere teatrale, tanto per citare qualcuno, Fabio Novembre o Marc Newson, giovani, seducenti e di successo, dai quali ci si aspetta sempre qualche sorpresa e qualche clamore. Sono progettisti che hanno scoperto, come sostiene Bruce Sterling (op. cit.), “che l’ostentazione di un atteggiamento di design è la più veloce ed efficiente fra le forme di pubbliche relazioni. Essere di design”, conclude, “taglia corto, evita discussioni elaborate. Fornisce risultati utili. Attrae il business. Accresce la capacità”. Sesta ed ultima considerazione, che parrebbe contraddire le precedenti, ma che in epoca d’incertezze con loro sa convivere, al pari di uno studiato controcanto: il design cerca la semplicità e la supernaturalità. Insegue una sorta di confortante grado zero per alleggerire l’eccesso di stimolazioni, Predilige l’assenza, riducendo il carico espressivo e tecnologico. “Poiché non possiamo sfuggire alla tecnologia”, afferma John Maeda, artista visivo e teorico dell’informatica, “non ci resta che accettare di vivere in un mondo complesso, semplificando tutto quello che si può semplificare”. Riducendo tutto quello che si può ridurre, magari iniziando dal peso, come ha fatto Tom Dixon con la sua ultima poltrona impilabile Grab in polistirene, il materiale utilizzato per gli imballaggi, sollevabile con una mano. Normalizzando tutto il possibile, come auspicano Jasper Morrison e Naoto Fukasawa autori del libro Super Normal (Lars Müller, Baden, 2006), pubblicato in occasione dell’omonima mostra alla galleria Axis di Tokyo. Dichiara Jasper Morrison: “Super Normal è più comune nel mondo delle cose disegnate nel completo anonimato, tuttavia è possibile anche nel mondo delle firme di design e, penso, non solo sia preferibile, ma che possa aprire al design un modo tutto nuovo. Libero dalla cappa del Design!” Il nuovo che verrà si può ipotizzare appartenga a questi paradossi. Cristina Morozzi








