By A Web Design


Home Arretrati 2007 The Plan 19 Il paesaggio mobile del nuovo design ita...

Il paesaggio mobile del nuovo design italiano

| Design |


019-10 Sulle note della marcetta di Nino Rota nel film 8½ di Federico Fellini sfilano su un nastro da sushi, formando un girotondo, gli oggetti del nuovo design italiano. Piccole cose quotidiane: tazzine con cucchiaino integrato, spazzole da bucato che alloggiano il sapone di Marsiglia, tribachette, un utensile per mangiare che ibrida tradizione occidentale e orientale, classiche decolleté stampate in morbido poliuretano, “Esserini”, bocce per pesci rossi, stampi in silicone per cubetti di ghiaccio, mollette da bucato, tamburelli con il manico, stendibiancheria con capote, diffusori doccia per bottiglie in pet, lampadari in silicone e borse shopping realizzate con gli strofinacci da pavimento ecc... Dopo i progetti eroici, dopo le utopie, le visioni a largo raggio, che dal cucchiaio abbracciavano la città, il nuovo design produce solo cucchiaini! Chi si aspettava di trovare nuovi grandi solisti, di acclamare nuove star da contrapporre a quelle straniere che stanno colonizzando le nostre industrie, scopre un coro di voci bianche che cantano in sordina. Cosa succede al design italiano? È morto pensano quelli che ancora si ostinano a guardare la disciplina con occhiali vecchi e consumati; quelli che sono rimasti fermi ad un’idea superata di design; quelli che sono restii al cambiamento; quelli che era meglio quando era peggio, ovvero quando la qualità non era diffusa, ma solo per pochi. Invece, come dimostra la bella mostra “The New Italian Design - Il paesaggio mobile del nuovo design italiano”, prodotta dalla Triennale di Milano, ideata e coordinata da Silvana Annicchiarico, curata e allestita da Andrea Branzi, è vivo. Ma sta vivendo una vita nuova, forse la sola compatibile con i tempi odierni, confusi, fluidi, come sostiene il sociologo Zygmunt Baumann, o elastici come dice l’antropologo Marc Augé. I nostri maestri, quelli che rimpiangiamo, inimitabili e insuperabili (Munari, Castiglioni, Magistretti) hanno lavorato in un mondo più semplice, nel quale molto c’era da fare e nel quale molto mancava. Oggi c’è troppo, il problema non è più quello di fare, ma piuttosto quello di disfare. In questo affollamento merceologico è difficile lasciare un segno che si distingua, che non richiami alla mente altro, che non sia alla maniera di. I giovani sono più realisti, forse disillusi. Non hanno la pretesa o la speranza di cambiare il mondo, o perlomeno il modo di abitare della gente. Non oserebbero dire al proprio cliente, come Le Corbusier alla Signora Savoye: “oggi la vita domestica è paralizzata dall’idea deplorevole che ci servano dei mobili. Questo concetto andrebbe estirpato e sostituito con quello di attrezzature” (Alain de Botton, Architettura e felicità”, Guanda, Milano, 2006). Non hanno proclami da dettare, ma solo piccoli consigli da offrire. Partono dal proprio intorno, dal proprio tavolo, verrebbe da dire, e propongono delle invenzioni minime adatte a rendere più gradevole, magari sorprendente la quotidianità. Rivelano attenzioni e sensibilità di tipo femminile. Si preoccupano dei gesti, quelli di routine, della economia domestica, alla quale del resto, pochi si sono interessati. Più che forme inedite, suggeriscono nuove modalità d’uso. I nuovi designer d’oltralpe, gli olandesi in prima fila, hanno rinnovato il design, utilizzando la decorazione per raccontare fiabe. Dipingono mondi abitati da fate e folletti, o atmosfere goticheggianti, popolate da teschi e scheletri, rifacendosi alle saghe magiche. Quelli italiani invece narrano storie domestiche, di formiche e di molliche di pane, che molto insegnano sulla vita da vivere tutti i giorni. Storielle alla Bruno Munari, che sapeva parlare di design descrivendo un pisello (Good Design, Vanni Scheiwiller, Milano,1963). Il paesaggio che la mostra propone non è di certo l’unico, ma è quello che il curatore e il comitato di selezione (Silvana Annicchiarico, Andrea Branzi, Alba Cappellieri, Arturo Dell’Acqua Bellavitis, Carmelo Di Bartolo, Anna Gili, Stefano Maffei, Cristina Morozzi, Mario Piazza) ha ritenuto più propositivo e nuovo. E’ quello che progressivamente è emerso dalla valutazione di oltre 800 candidature. Nasce, non da un’idea teorica precostituita, da un partito preso, ma da un’analisi coscienziosa e “accorata”, talvolta sofferta, perché, forse, all’inizio si ipotizzava altro, s’immaginava, magari, un corpus aulico da mostrare con grande fracasso. E, invece, si è trovata una melodia delicata e diffusa da sussurrare. Il repertorio, che non ha la pretesa di essere esaustivo, né definitivo, rivela un’attitudine e suggerisce una speranza di rinnovamento. Come insegna la bella storia di Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, premio Nobel per l’economia nel 2006, che ha salvato dalla miseria milioni di persone con i microcrediti di pochi dollari, il XXI secolo si può cambiare anche con l’economia domestica. E, come scrive nel catalogo Andrea Branzi, “non soltanto con i mega progetti urbani, ma anche con i vasi di fiori” (The New Italian Design, a cura di Mario Piazza, La Triennale di Milano, 2007) Non è un caso che la mostra si chiami Paesaggio. Così è stato deciso, perché la rassegna ha preso forma attraverso progressivi aggiustamenti e ripensamenti, come un paesaggio naturale, mai scolpito a scalpello, ma modellato nei millenni da bradisismi ed erosioni successive. Anche la soglia di età, prima fissata attorno ai 39 anni e tre mesi, è slittata ai quaranta per raggiungere poi i quarantacinque anni: sintomo di una difficoltà a definire una rigida soglia di giovinezza in un paese che sta progressivamente invecchiando, ma anche voglia di includere linguaggi analoghi di autori che, prima di altri, hanno imboccato questo sentiero laterale e che, in anticipo sui tempi, hanno praticato questo scarto di sguardo. Le sedie i divani non ci sono: quelli firmati dalla nuova generazione ci sono parsi di maniera, insignificanti in un panorama già sovraffollato di pezzi, traboccante di forme senza intelligenza, che non hanno niente da raccontare. Lo zuccherino a forma di barchetta di Enrico Azzimonti (una citazione emblematica per segnalare che la mostra contempla anche il food design), che naviga e si inabissa in un minuscolo lago di caffè, è, invece, una minima, dolce idea che allieta il nevrotico rito del caffè. Dolcificare diventa una storiella: la barchetta va, poi si scioglie assieme all’ansia. Il caffè sorbito con stupore diventa un minimo ristoro che, magari, può cambiare l’umore della giornata. Ecco, forse, è proprio la tonalità dell’umore, sottolineata da un allestimento leggero e candido, la qualità più singolare di questa mostra densa di progetti (accessori, oggetti, gioielli, cibo, complementi d’arredo, veicoli, grafica, visual interior) che non mostrano i muscoli, ma si pongono con sorridente cortesia al servizio dell’uomo. Cristina Morozzi

 
abbonamenti-4

Archivio The Plan