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| Neutelings Riedijk |

Istituto Olandese dell’immagine e del suono

| Hilversum | Paesi Bassi |
| Architettura |


019-2 L’architettura oggi è immagine. Ci si può lamentare del fatto che l’esperienza abbia un ruolo sempre minore nella percezione e comprensione del nostro paesaggio, ma non possiamo che rassegnarci al fatto che la maggior parte della nostra conoscenza sia veicolata attraverso immagini: telematiche, pubblicitarie o attraverso il loro scorrere sui finestrini delle nostre auto. Da questo presupposto sono partiti Willem Neutelings e Michiel Riedijk per progettare l’Istituto Olandese dell’Immagine e del Suono (Nederlands Instituut voor Beeld en Geluid) a Hilversum. L’edificio raccoglie l’intero archivio radiotelevisivo nazionale, assieme ad uffici e un’area chiamata “Media Experience”, nella quale il pubblico può divertirsi a scoprire come funziona uno studio televisivo. L’Istituto è pensato come ingresso monumentale ad un quartiere totalmente deputato agli studi della televisione olandese, il Media Park, tra i quali spicca lo splendido edificio dell’emittente VPRO, primo progetto realizzato da MVRDV (1993-1997). Nell’idea di Riedijk l’immagine crea l’involucro stesso dell’edificio, 748 fotogrammi sono usati per trasformare la facciata in un grande caleidoscopio, all’interno della quale i colori filtrano come attraverso le vetrate gotiche di una cattedrale. Ogni fotogramma è impresso sul vetro con una tecnologia studiata ad hoc che consente di avere una sorta di bassorilievo dell’immagine. L’Istituto diventa una coloratissima icona urbana, rivestito da un’unica superficie vibrante, sulla quale si distinguono le immagini soltanto in certe condizioni di luce o in vicinanza; ma questa non è altro che la punta dell’iceberg. Varcata la soglia, la planarità della facciata si frastaglia in una densa organizzazione di volumi diversi. L’intuizione di Neutelings e Riedijk è stata quella di dividere l’edificio in due parti uguali: l’ampio archivio interrato e la parte pubblica in superficie, che comprende spazi espositivi, uffici e aree aperte ai visitatori (atrio, ristorante, auditorium, negozio e servizi). Ogni elemento è distinto, ma congiunto da una grande cavità centrale dalla quale si organizzano le diverse parti. In basso si apre una voragine nella quale scorrono i corridoi dell’archivio, una specie di Inferno dantesco a cinque piani; in alto sale, sempre a gradoni, il volume della sala espositiva, mentre il ristorante degrada più dolcemente verso una vetrata sul giardino. Ogni elemento è inoltre rivestito con materiali diversi: parete in pietra con aperture arancioni per l’archivio, vetro per gli uffici e un rivestimento in elementi di alluminio, ispirato ad un vestito degli anni ’70 di Paco Rabanne, per gli spazi espositivi. Questa complessità geometrica di elementi degradanti - l’archivio e il ristorante verso sud, per accogliere meglio la luce, e la sala espositiva verso ovest - va a comporre un sorprendente spazio scultoreo, anima ed essenza dell’intero edificio. Nell’Istituto dell’Immagine e del Suono, gli architetti hanno ribaltato la loro logica abituale e, invece di proporre un’icona urbana riconoscibile per la sua forma, hanno giocato sulla qualità della superficie esterna per poi intervenire con una articolata complessità spaziale all’interno dell’edificio stesso. In questa opposizione gioca un ruolo rilevante il disegno della struttura stessa. All’interno dell’atrio si coglie l’estrema leggerezza degli elementi fuori terra, in chiaro contrasto con la materialità e pesantezza dell’archivio sotterraneo e la rigorosa essenzialità dei prospetti. Lo spazio espositivo è sospeso su tre soli elementi, due pilastri visibili in facciata (tre V rovesciate) e un elemento centrale, e sorregge - assieme al blocco per gli uffici posto ad ovest - l’intera vetrata esterna, sospesa dall’alto per l’intero perimetro di 54 m di lato. Questa levità è enfatizzata dall’affetto drammatico della luce colorata che piove dalle grandi vetrate. L’Istituto Olandese dell’Immagine e del Suono è un edificio unico nel suo genere nel quale Neutelings e Riedijk sono riusciti a combinare aspetti programmatici contrastanti - come la fragilità delle 700.000 ore di filmati in archivio, con la spettacolarità della “Media Experience” - in uno straordinario apparato scenografico, nel quale ogni elemento è distinto ma visibile. In linea con la loro prassi progettuale hanno proposto un susseguirsi di ambienti pensati come esperienze percettive contrastanti: dal ponte d’ingresso sospeso sull’archivio, alla grande sala espositiva, e dall’auditorio al ristorante conclusivo. Nell’architettura di Neutelings e Riedijk l’immagine rimane in superficie, mentre l’architettura si conferma una meravigliosa esperienza spaziale.

Emiliano Gandolfi

Per la facciata vetrata dell’Istituto olandese dell’immagine e del suono a Hilversum, abbiamo cercato un modo per tradurre immagini televisive originali, in vetrate in bassorilievo colorate. In questa maniera volevamo riprodurre la qualità della luce delle vetrate dipinte nelle cattedrali gotiche: molto più di un vetro, per quanto realizzato utilizzando l’avanguardia della tecnologia, avrebbe significato creare una superficie luminosa, tattile e scultorea.
Ci sono voluti tre anni insieme all’artista Jaap Drupsteen con la collaborazione di una squadra di ricerca del TNO di Eindhoven e della Saint-Gobain, la quale ha sviluppato un’intera nuova linea di produzione. Abbiamo ottenuto 748 immagini in bassorilievo a colori che sono state applicate a più di 2100 lastre di vetro. La sfida stava nell’includere una grande varietà di immagini televisive nella facciata, presentando una selezione casuale degli archivi dell’istituto. Abbiamo considerato differenti opzioni per la realizzazione dei pannelli. La decisione finale, basata principalmente sulla resistenza nel tempo, è stata quella di utilizzare una tecnica in cui una pasta ceramica applicata ai vetri veniva lavorata da una stampante sviluppata appositamente.
Drupsteen ha trasferito i fotogrammi tratti dai video e rielaborati sulle lastre di vetro, un’operazione interamente digitale che gli avrebbe permesso, teoricamente, di trasferire un numero illimitato di immagini differenti senza costi aggiuntivi. Molto più difficile è stato il processo di creazione del rilievo che utilizzava lo stesso principio dell’antica produzione del vetro. Dopo aver scelto un fotogramma, Drupsteen procedeva nell’incisione dell’immagine su un pannello MDF con una fresa a controllo numerico; successivamente lo rivestiva su un lato di pasta ceramica e lo faceva cuocere in forno a 820° C, immerso in un letto di sabbia. A questa temperatura la pasta si scioglieva trasferendo l’immagine sul vetro insieme alla forma. Così è stato creato un pannello vetrato in bassorilievo colorato resistente ai raggi UV e al tempo.

Neutelings Riedijk Architecten



 
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