By A Web Design


Home Arretrati 2003/2002 The Plan 03 SANAA, Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa

| SANAA Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa |

SANAA, Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa

| Toledo | USA |
| Letter from America |


019-1 Gli edifici di Kazuyo Sejima sono senz’altro fra i più belli e significativi di questi ultimi anni. Lavorando da sola o in collaborazione con Ryue Nishizawa, la concezione di Sejima dell’etereo e del delicato si traduce in strutture sottili come un’ostia che riescono a sfuggire al senso di gravità, al tempo e al caos di tutti i giorni. Queste inducono a giochi di trasparenza e porosità, rifrazione e riflessione, sia nei conglomerati urbani (la Small House di Sejima in un vicolo cieco di Aoyama, Tokyo, 2000) sia in ambienti più bucolici nella provincia del Giappone (il tanto acclamato Museo d’Arte Contemporanea del XXI Secolo a Kanazawa, 2004). Sejima + Nishizawa and Associates (SANAA) stanno costruendo oggi in tutta Europa - Essen, Almere, Valencia, Basilea - e negli Stati Uniti. A Manhattan downtown, sulla Bowery a est di SoHo, è in fase di costruzione il New Museum for Contemporary Art, una piccola torre con una struttura a volumi sovrapposti. Tuttavia, il primo edificio americano completato dal duo Giapponese si trova nella città relativamente meno importante di Toledo, Ohio. E’ un padiglione per l’esposizione di una straordinaria collezione di oggetti in vetro e ospita i laboratori per la lavorazione e la soffiatura, la maggior parte dei quali resi ingegnosamente visibili al pubblico. Le pareti del Glass Pavillion sono quasi interamente in vetro. Vetrate a tutta altezza collegano il livello del terreno alla incredibilmente sottile cornice bianca di chiusura, formando una superficie continua. Non vi sono invadenti colonnine divisorie che riducano l’illusione della trasparenza e di un tetto fluttuante. Le curvature degli angoli dell’edificio sono progettate in modo che l’immagine dell’edificio non sia mai statica. In poco tempo diventa evidente che ci sono altre pareti di vetro entro il perimetro vetrato, scatole o forme di luce che volteggiano all’interno di questo mondo che sembra essere catturato tra solidità ed uno stato di fluidità - un’acuta allusione alla natura del vetro stesso. Il padiglione si trova in un’ampia strada al di là del suo istituto madre, il Museo d’Arte di Toledo, un edificio neoclassico dell’inizio del XX secolo, caratterizzato da una magnifica gradinata e da un alto colonnato in stile ionico. Nel 1993 Frank Gehry aggiunse, al termine del lato sudest del museo, un’elegante e frammentata costruzione, in rame e vetro, che ospita il Centro di Arti Visive dell’Università di Toledo. Il progetto di SANAA quindi, benché distaccato, è l’ultimo elemento costruito in questo campus, tra gli edifici destinati a museo e all’istruzione. Il lotto di pertinenza è di forma oblunga, ricco di vecchie querce ed aceri. Come è consuetudine in molti dei loro edifici in Giappone, la struttura radicalmente snella del Glass Pavillion di SANAA trae vantaggio dall’ambiente naturale circostante (il Teatro Almere Kunstlinie e il Centro Culturale in Olanda sono al confronto alquanto grigi e opachi). A Toledo, in estate, il fogliame degli alberi dona colore e protezione ed ora si riflette nelle nuove pareti vetrate trasformando l’edificio in un caleidoscopio. In inverno, con la neve, gli alberi, ridotti a tronchi e rami scarni ed il loro riflettersi nelle vetrate del padiglione appaiono come un’immagine di tatuaggi spettrali. In tutte le stagioni, un sentiero a serpentina si snoda tra gli alberi fino a giungere al padiglione. Questo percorso sinuoso collega l’atrio che si affaccia a sud verso l’edificio principale del museo con una seconda entrata vicina ad un parcheggio nella zona est. Frapposto, lungo il corridoio interno, vi è il “corridoio di cristallo”, che funziona come espediente per un’organizzazione centralizzata. Da qui i visitatori possono guardare direttamente nel primo dei due laboratori che ospitano una serie di fornaci ardenti, vedere, nelle varie gallerie, l’esposizione di vetri antichi e contemporanei, oppure dare un’occhiata di sfuggita a frammenti di cielo catturati dalle corti incastonate all’interno del padiglione. L’edificio è appoggiato al suolo e disposto in modo da favorire il passaggio tra esterno ed interno. Sotto questo aspetto, è sicuramente più simile alla Glass House di Philip Johnson a New Canaan nel Connecticut (1949) che alla Farnsworth House di Mies van der Rohe a Plano nell’Illinois (1951). Questi due classici edifici americani sono rettilinei, mentre il Glass Pavillion ha angoli rotondeggianti. Se la Glass House è costituita da un unico nucleo cilindrico in mattoni, il Glass Pavillion racchiude una miriade di piccoli padiglioni interni, tutti con angoli smussati di cui la maggior parte costruita con pannelli di vetro come la membrana esterna. Il risultato del progetto è quello di una serie di sale e patii racchiusi e separati da corridoi labirintici fra pareti di vetro. Garze bianche e sottili e più pesanti tende color grigio chiaro rivestono queste zone frapposte ed aiutano a proteggere l’interno dalla luce. Il pavimento in palladiana di colore grigio/beige chiaro passa da una parte all’altra senza soluzione di continuità, come il soffitto bianco, dove gli impianti sono raccolti in discrete tracce. L’insieme evoca sia il razionale sia l’organico, il semplice e il complesso. Come riesce questo edificio, così delicatamente seducente, a stare in piedi? Dal momento che una stanza “opaca”, il laboratorio della lavorazione del vetro, ha pareti di acciaio laminato e che un esiguo numero di pareti isolate ospitano elementi di sostegno incrociati secondari, il supporto principale è dato da tre dozzine di colonne cilindriche in acciaio, anch’esse di colore bianco e che proprio per questo quasi scompaiono (il visitatore più attento può associare questi scarni elementi verticali ai tronchi degli alberi all’esterno). Le pareti opache contengono gli impianti per la climatizzazione, l’antincendio, i cavi dati; sono dotate di fori circolari che ricordano, nella loro fusione di tecnologia e di iconografia Pop, aspetti utopistici degli anni sessanta. Nel seminterrato vi sono laboratori e depositi. Un disco di vetro circolare lascia filtrare uno sprazzo di luce che da un patio interno giunge fino al piano inferiore dove vi sono doppie porte con finestre a forma di oblò in armonia con il motivo circolare del progetto. Come in molte costruzioni in stile neoclassico, l’interrato ospita l’impianto tecnico a servizio del padiglione sovrastante: l’aria calda della fornace per la lavorazione del vetro viene in parte espulsa dal tetto e in parte sospinta in basso per tornare nuovamente in circolo attraverso il sistema di riscaldamento a pavimento. Fra le vetrate interne ed esterne del padiglione vi è uno spazio interstiziale, una sorta di tasca scoperta, che ha la funzione di regolare le differenze di temperature fra le gallerie e l’aria esterna. A Toledo, città con una grande tradizione industriale ed artistica del vetro, il museo si pone ai suoi architetti come un effimero mistero capace di appagare il loro crescente senso estetico. La risposta di Sejima e Nishizawa è stata quella di realizzare un edificio che sfiora la perfezione.

Raymund Ryan

 
abbonamenti-4

Archivio The Plan