La pelle dell’edificio; la doppia pelle, quella superficie leggera e impalpabile che lentamente si fa corpo, spessore decisivo per la definizione dell’identità dell’architettura e che sta assorbendo nell’ultimo decennio molte delle energie progettuali di alcuni tra i più interessanti progettisti del panorama internazionale. La pelle che ingloba funzioni decisive e leggere assolvendo alla perenne missione modernista di svuotare il corpo di fabbrica, di renderlo trasparente e adatto a ogni funzione: in questo caso la pelle si fa hardware, struttura portante per informazioni che la attraversano incessantemente e per tecnologie che la rendono sempre più sofisticata. Insieme la pelle assolve a un’altra, crescente necessità dell’architettura contemporanea: quella di dare forza al messaggio che l’architettura rappresenta, come immagine resistente della sua committenza e del suo “brand”. L’architettura raccoglie così la profezia di Venturi, quella che trasformava ogni edificio in una insegna pubblicitaria per giustificare una ragione di vita, e la sta elaborando in maniera sempre più elegante e sofisticata. E seguendo necessariamente questa strada l’architettura sposta il suo baricentro sulla pericolosa e delicata china che vede l’edificio come oggetto per trasformare il corpo di fabbrica in un elemento resistente alle mode, al gusto e al marketing. La pelle come interfaccia per comunicare incessantemente un messaggio, l’architettura come medium antico in una epoca storica fluida e in continua transizione. Riflettevo su questi argomenti riguardando i materiali del progetto del piccolo edificio De Beers per Los Angeles con Antonio Citterio, l’autore che l’ha concepito, e Stefano Ronchetti, l’artigiano che l’ha realizzato. In questo caso l’idea dell’edificio e soprattutto della sua sorprendente facciata nasce da un progetto precedente per lo stesso committente. Nel 2001 infatti lo studio Citterio aveva realizzato per De Beers gli interni del negozio di Londra come definizione di una nuova immagine del cliente stesso. Necessario ricordare la natura particolare del committente: probabilmente il più importante venditore di diamanti del mondo. Gli interni giocati su un uso diffuso dell’ebano Macassar, che muove dal pavimento alle teche espositive, si illuminano grazie ad una serie di pareti divisorie composte da un sandwich di due lame di cristallo incise con motivi geometrici a trama e illuminate internamente da fibre ottiche. E’ di fatto questa invenzione che si fa matrice del nuovo progetto per l’edificio De Beers su Rodeo Drive a Los Angeles e contemporaneamente attiva nel percorso progettuale di Antonio Citterio un nuovo filone di ricerca espressiva. In questa occasione possiamo anche riconoscere la personalità e il percorso dell’autore che dal mondo del design si sta spostando lentamente in questo ultimo decennio a quello degli interni prima e dell’architettura a 360° poi. Un percorso naturale che ritroviamo nella storia di molti altri grandi designer italiani del secondo dopo-guerra, ma comunque una matrice creativa e poetica che segna il processo di avvicinamento e definizione del progetto: una intuizione sull’oggetto che si fa spazio e corpo e che viene risolta con l’ossessiva minuzia che è solo riconoscibile in chi si è formato a contatto con la miglior tradizione dell’industrial design italiano. A questo aggiungiamo la personalità progettuale di Citterio che ha raccolto il testimone che lega austerità neoclassica lombarda all’asciutta eleganza del suo razionalismo novecentesco; un’austerità elegante e borghese che vede la tecnica al servizio della comodità, le forme e i materiali a comporre modelli essenziali, resistenti al tempo, capaci di generare semplice benessere. L’edificio in questo caso è un corpo di dimensioni ridotte che viene risolto con due elementi strettamente legati tra di loro: la facciata e il legame spaziale tra piano terra e terrazza coperta. La facciata, vero logo dell’edificio in una realtà glamour e urlata come Los Angeles, rielabora le pareti in cristallo londinesi e si fa corpo, spessore e materia dell’edificio. Tutto il corpo di fabbrica viene infatti rivestito da un sistema di doppia pelle composta da una parete di fogli di acciaio inox martellinati manualmente e a cui sono contrapposti una facciata di cristallo inciso a motivi geometrici regolari e montati su una griglia d’acciaio quadripartita che riveste tutto l’edificio avvolgendolo anche nella parte superiore. In questo caso il progetto gioca intelligentemente con una risorsa costante del contesto: il sole accecante che illumina Los Angeles e la California, trasformandolo in un elemento dell’edificio per la luce che si riflette sui fogli di acciaio rimandando contro le pareti di cristallo una luce vibrante e variabile a seconda delle diverse ore del giorno. Un edificio atmosferico con una facciata sartoriale; il De Beers di Los Angeles dimostra tutta la sua preziosità anche nei processi realizzativi con tutti i componenti ingegnerizzati, realizzati e pre-montati in Brianza, nella sede della ditta Marzorati Ronchetti, quasi stilisti internazionali e post-artigiani nella lavorazione dei metalli, e quindi trasportati a Los Angeles per essere definitivamente montati in loco. L’edificio viene dilatato gr-azie all’uso di pochi, attenti espedienti: dalla facciata quadripartita orizzontalmente, dalle fughe in acciaio che reggono le lastre di cristallo, alla piega della stessa griglia sul lato superiore che avvolge la facciata lasciando in vista lo spigolo alto e lasciando intravedere la terrazza coperta sul livello superiore, passando per l’uso della luce naturale e artificiale che esalta e muove la facciata esterna. Da questa esperienza compressa e preziosa Citterio ha sviluppato un nuovo filone di ricerca che è ricaduto nei progetti per il concorso del nuovo complesso alberghiero della Fiera di Milano e in un progetto attualmente in costruzione per un albergo a Osaka. In entrambi i casi le facciate sono state pensate come uno spessore denso, vibrante in cui le pennellature d’acciaio, ceramica e cristallo sono composte insieme a dare consistenza a un corpo di fabbrica molto sottile (Milano) o per inglobare funzioni di servizio (Osaka). Il limite diventa una risorsa preziosa che lascia spazio a sperimentazioni sempre più silenziose ed estreme. Che sia questo uno dei destini inevitabili per l’architettura contemporanea?Luca Molinari











