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Home Dic 2011 - Gen 2012 Z58, Zhongtai Lighting Company Headquart...

| Kengo Kuma |

Z58, Zhongtai Lighting Company Headquarters and Showroom

| Shanghai | Cina |
| Point of View |


020-1 Il quartiere French Concession di Shanghai è simile a quello di Soho a New York: una zona centrale con un’eclettica intersezione di uffici ed immobili residenziali, alcuni ex edifici industriali, molti eleganti, altri modesti. Ma nessuno riflette i rapidi sviluppi dell’identità culturale della città quanto Z58, il nuovo quartier generale e showroom della Zhongtai, una delle compagnie di illuminazione più grandi e famose della Cina, progettato dall’architetto giapponese Kengo Kuma. Shanghai è famosa per i suoi contrasti di forme urbane - nuovi palazzi altissimi in calcestruzzo e vetro a specchio, in gran parte frutto di mediocri progetti di ispirazione americana - prive di legami con l’ambiente che le circonda. Z58, al contrario, ha un’identità culturale più complessa. In primo luogo, è la riconversione di una vecchia fabbrica di orologi a tre piani situata al numero 58 di Fanyu Road, una strada riservata, tranquilla ed elegante, fiancheggiata da platani. In Cina gli edifici con numero civico con un “8” finale sono considerati fortunati; a fianco si trova una villa degli anni Trenta in stile spagnolo, appartenuta in passato alla famiglia di Sun Yat-Sen, il fondatore della Cina moderna, che dà a Z58 un affaccio su un bellissimo giardino rigoglioso. Sulla facciata prospiciente la strada, Kuma ha presentato la sua personale interpretazione della superficie a specchio: al posto di lamelle frangisole, una struttura in acciaio sostiene file di vasi le cui piante costituiscono una fitta copertura di rampicanti sempreverdi, per isolare l’atrio dalla strada. Secondo Kuma, questa facciata costituisce un filtro, un’interposizione capace di creare un distacco dal caos di Shanghai. Come una barriera che si armonizza con il contesto urbano invece di opporvisi, rappresenta anche un salto di qualità rispetto al ritmo di vita caotico della città, proponendo uno spazio con tempi rallentati, che trasmette l’idea e la sensazione di uno spazio contemporaneo da abitare piuttosto che di un edificio per uffici. “Ho cercato di allontanarmi dal concetto tradizionale secondo cui ‘l’architettura è rigida, il paesaggio è organico’ e di sfruttare il fronte strada per esprimere questa commistione dialettica dei due elementi in modo unitario”. L’atrio a tutta altezza, a sua volta, con l’ascensore a vista e le sue passerelle di accesso, assume l’identità di un secondo filtro; una “cascata di vetro” lo separa dagli spazi più raccolti all’interno dell’edificio, che al piano terreno ospita uno showroom organizzato come un open space.La parete posteriore dell’atrio, che Kuma ha ricavato eliminando tre quarti della campata esistente, attutisce ulteriormente il rumore proveniente dalla strada in modo molto efficace: una superficie di 5000 piccole lamine di vetro di 20 x 20 mm di sezione fissate a lastre di cristallo creano una superficie con leggere nervature su cui scorre un getto continuo e gorgogliante di acqua. La sua decisione di scegliere vetro stratificato laminato e non vetro trasparente ha fatto sì che la parete, creata ad hoc, non riflettesse i muri divisori delle altre costruzioni della strada. L’allineamento di taglio dei listelli di vetro mette in evidenza la tipica colorazione verde-azzurra della sezione, facendo risaltare visivamente la fisicità essenziale del vetro e la sua struttura interna, e non semplicemente la sua trasparenza. Negli spazi di lavoro, quando la luce batte sulle lamelle frangisole, si creano disegni e giochi di forme sui pavimenti, che secondo Zhongtai incoraggiano lo staff a sentirsi parte di un laboratorio dedicato alla luce, dove si fa ricerca senza associarla ad un ambiente sterile o clinico. L’area complessiva dell’edificio è di 4000 m². I due piani intermedi sono destinati ad uffici a pianta libera o con pareti divisorie, organizzati intorno ad uno spazio espositivo più piccolo a disposizione dei progettisti illuminotecnici. Al quarto livello l’ultimo filtro voluto da Kuma sono i volumi in vetro. Qui l’analogia con lo spazio domestico è accentuata dalla molteplicità delle funzioni presenti. Sala riunioni, bar, cucina, biblioteca, cantina per i vini, palestra, due lussuose camere per gli ospiti dotate di sauna sono distribuiti in quattro box di vetro con schermature regolabili. Il cubo più piccolo, una semplice sala riunioni o di lettura, emerge circondato da uno specchio d’acqua poco profondo che si protende fino al giardino pensile situato lungo il perimetro posteriore dell’ultimo piano. Uno schermo “a pergola” in alluminio, azionato elettricamente, deflette i raggi solari da uno spazio raccolto che sfuma fantasiosamente i confini tra lavoro e svago, tra ambiente naturale esterno ed interno. Lo specchio d’acqua è considerato un elemento architettonico dinamico, come nel progetto Water/Glass, una piccola guesthouse realizzata da Kuma nel 1995 ad Atami, in Giappone. Kuma ha conservato il più possibile la struttura del preesistente edificio industriale in cemento armato. Le lamelle frangisole “verdi” e la “cascata” sono il risultato della sostituzione della struttura in calcestruzzo sul fronte strada, con una struttura in acciaio; Infine l’aggiunta del quarto piano, costituito da una leggera struttura in acciaio a sostenere i quattro volumi cubici in vetro con lo specchio d’acqua. La sua filosofia quindi è stata quella di mantenere un contatto naturale con l’antico, piuttosto che distruggerlo o demolirlo interamente, come accade in tanti progetti di questa frenetica città. E’ interessante notare come lo studio di Kuma sia attualmente impegnato in due progetti in Giappone, per la conservazione e la ristrutturazione di edifici già esistenti, e che inizialmente nutrisse dubbi sull’accettazione o meno di questa scelta da parte della cultura del “demolisci e distruggi”; la decisione, al contrario, è stata pienamente appoggiata dalla società Zhongtai. Per Zhongtai era di importanza basilare creare un nuovo quartier generale polivalente che fosse un luogo di espressione culturale e di comunicazione. La pratica tradizionale cinese del Feng Shui, ancora molto seguita, insegna ad organizzare e a sistemare lo spazio in modo da creare armonia con l’ambiente. L’edificio quindi doveva caratterizzarsi anche attraverso un uso creativo dell’acqua. La società aveva apprezzato la filosofia progettuale di Kuma mostrata nel suo primo progetto in Cina, Bamboo Wall, una casa in bambù, ad un solo piano costruita sui pendii verdi e lussureggianti di una collina vicino alla Grande Muraglia per SOHO China, una giovane società immobiliare che nel 2003 aveva invitato dodici architetti asiatici per creare un gruppo di ville indipendenti. Bamboo Wall unisce con armonia l’irregolare semplicità della sua costruzione con l’altrettanto irregolare e primordiale natura del paesaggio in modo da fonderli armoniosamente. Colpita dal raffinato effetto ottenuto e dal suo curriculum dove sempre più numerosi sono i suoi progetti, Zhongtai gli ha affidato, senza ricorrere ad un concorso, l’incarico. Z58 dà una nuova definizione alla tradizione cinese che considera il luogo di lavoro in termini più equilibrati ed olistici rispetto ai canoni delle severe divisioni degli spazi prescritte nel XX secolo dalla progettazione di uffici. Cucine e sale da pranzo che permettono alle persone che lavorano in un ufficio di trovarsi a mangiare e bere insieme, sono abitudini consolidate. Kuma ha voluto onorare il valore dell’interazione fisica tra persone in un ambiente professionale mantenendo l’“irregolarità” naturale dello spazio. La presenza dell’acqua all’ultimo piano ed il ritmo dinamico della nuova struttura rappresenta la qualità sensoriale diretta che cercava. Kuma è noto da tempo per la capacità di creare trasparenze nella sua architettura. Arriva ad affermare che il suo “fine ultimo” sia “cancellare l’architettura”. Risultato ottenuto con grande efficacia nel suo osservatorio anti-monumentale in cima al monte Kiro ad Ochi-gun (1994), che diventa parte integrate della natura come un recesso della montagna, e con il Museo di Ando Hiroshige (2000), che con le sue fitte grate di assicelle in legno facilita la confusione sensoriale dei confini tra interno ed esterno, sostanza formale e immateriale. L’impatto delle lamelle in acciaio inossidabile e del muro d’acqua dalle nervature di vetro, è diretto, per nulla astratto come potrebbe accadere con la pietra o il legno, a causa dell’impatto più equilibrato con la natura, che crea ciò che Kuma ama considerare struttura “microscopica” per grandi superfici. “Non amo le pareti. Preferisco le semi-trasparenze”. L’approccio di Kuma nei confronti dell’architettura le dà autenticità in un’epoca in cui la Cina comincia ad allontanarsi dalla pratica di copiare l’Occidente, come si vede nel progetto di SOHO e in altre opere di developer più all’avanguardia. Dando un tocco unico all’ambiguità tipicamente giapponese tra architettura e natura e portandola in Cina, Kuma ha avuto la fortuna di trovare un committente che, come lui, ha immaginato il proprio quartier generale in termini immateriali, ma anche fisicamente dinamici, come una “scatola di luce.”

Lucy Bullivant