Il distretto di Ginza si sviluppò durante il periodo Edo (1603-1867). Nel 1869, quando Edo, nome che identificava anche la città, venne ribattezzata Tokyo, l’area era ancora caratterizzata da case in legno di due piani e vi si trovava la zona dei commercianti e degli artigiani. Localizzata nell’area pianeggiante ad est dell’altopiano Musashino, dove sorgeva il castello fortificato, divenuto poi il palazzo imperiale, era posta in contrapposizione alla zona collinare di Yamanote, ad ovest, sede delle residenze dei daimyo, i signori feudali, degli hatamoto, i portatori di bandiere, e dei samurai, i guerrieri.
La Ginza si è sviluppata seguendo i piccoli lotti di terreno stretti e lunghi di proprietà dei commercianti e degli artigiani: alcuni accorpati hanno dato luogo a partire dalla seconda metà dell’ ‘800 ad alti edifici, altri a grandi magazzini di moda. La tendenza ad una forte modernizzazione ha portato a recepire l’influenza dell’Occidente, nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, corrispondente alla restaurazione Meiji; gli edifici di quegli anni furono realizzati in mattoni, sino ad allora materiale assolutamente sconosciuto al mondo giapponese, sia nelle forme che nelle modalità costruttive. Oggi Ginza rappresenta ancora il quartiere commerciale più elegante della capitale giapponese, dove trovano sede case di moda quali Hermès o Dior, ristoranti ricercati ed esclusivi e il celebre Sony Building. Tra questi edifici icona della moda internazionale si colloca il nuovo centro del gruppo Swatch, il Nicolas G. Hayek Center.
L’architetto Shigeru Ban, vincitore del concorso, reinterpreta lo spazio urbano e la relazione tra pubblico e privato. Il suo progetto si basa sostanzialmente su quattro punti focali: la galleria al piano terra che reinventa lo spazio rendendolo allo stesso tempo piazza, passaggio, immagine pubblicitaria, ingresso; i collegamenti verticali costituiti da ascensori-espositori di orologi e da ascensori-montacarichi per il trasporto delle auto ai garages; una facciata tecnologica vetrata di grande originalità, in grado di aprirsi o chiudersi completamente; infine la parete verde che diventa un prato verticale.
Sempre attento alla sostenibilità, Shigeru Ban ha progettato una cascata vegetale a tutta altezza in un’area urbana dove generalmente gli elementi naturali sono stati sacrificati al costruito. I grandi spazi interni dell’edificio, alto 14 piani fuori terra e 3 interrati, si svelano durante la giornata anche dall’esterno grazie alla facciata sul fronte principale che è in grado di aprirsi e scomparire completamente. Di notte le vetrate vengono abbassate creando un’unica parete continua e chiusa sul fronte strada. Si crea quindi un gioco di volumi tra giorno e notte, esterno ed interno ed un rapporto tra compattezza e smaterializzazione. Il piano terra è una grande galleria a doppia altezza con tagli di luce che la attraversano in tutta la larghezza, illuminata di sera dalle vetrine espositive dei sette negozi che vi si affacciano.
Ogni vetrina è in realtà un ascensore idraulico che conduce al relativo negozio dei piani superiori: il concetto di verticalità entra con naturalezza e disinvoltura nel sistema architettonico grazie a questi showroom mobili, completamente trasparenti. Un ascensore principale collega i livelli non adibiti alla vendita: salendo si trovano le aree dedicate ai clienti, sale riunioni con atrio e terrazzo e gli uffici, fino ad arrivare all’ultimo livello che ospita due grandi terrazze ed uno spazio multifunzionale.
La copertura, con cui Ban ha progettato anche l’innovativo Centre Pompidou di Metz, vincendone il concorso, è un perfetto esempio di struttura che diventa architettura. Formata da un intreccio di elementi in acciaio attentamente studiati che permette di realizzare forme curvilinee complesse, diventa segno identificativo dell’intero progetto.
La ricerca di Ban parte dall’analisi di sistemi tradizionali come ad esempio la ajiro, tipica tecnica di intreccio da lui riprodotta nei controsoffitti delle abitazioni e dall’utilizzo di materiali naturali come il bamboo e il legno, entrambi fonte di ispirazione per l’architetto. Da alcuni anni Ban ha sperimentato in più occasioni re-interpretazioni di queste tecniche applicandole a padiglioni e facendone materia di workshop con i suoi studenti. Famoso il suo utilizzo in architettura di materiali inusuali quale il cartone compresso, in un’ottica di sperimentazione verso nuove forme di sostenibilità architettonica. Questo tipo di ricerca è sempre accompagnata da un’analisi estetica che molte volte conduce a forme inusuali, dove la fruizione diviene pura scoperta.










