Il progetto nasce dall’audacia che comporta sviluppare le città oggigiorno con l’architettura, dalla volontà di configurare un ambito ben distinto da quello proposto dagli sviluppi più rozzi che modellano le periferie ripetitive delle città spagnole dell’inizio del XXI secolo.
In questi tempi di grandi gesti formalisti in contesti senza carattere, futuri alveari di abitazioni addossate l’una all’altra, Martín Lejarraga propone una biblioteca senza immagine, inesistente, fantasma. La Biblioteca Municipale di Torre-Pacheco si presenta come un edificio pubblico che non vuole esibirsi, anzi, al contrario, desidera mimetizzarsi al di sotto di un parco che stimola il gioco, la lettura, lo studio, lo sport o l’incontro casuale. La biblioteca appare nella piazza-parco come una cavità: con un piccolo avvallamento del terreno, l’architetto crea un dolce declivio che conduce inesorabilmente verso la conoscenza, in una specie di cratere di idee, utilizzando l’architettura interrata che funziona così bene nei luoghi caldi, poiché si trae vantaggio dall’inerzia termica del terreno e dall’effetto camino delle masse di aria calda.
Questa nuova tipologia di biblioteca-parco favorisce l’interazione fra studio e gioco, basandosi sul concetto che siano entrambi due forme di apprendimento e stimolando questo rapporto dell’utente con l’ambiente attraverso l’esperienza sensoriale e visiva.
La biblioteca pubblica non è solo un servizio sociale, ma uno spazio democratico di informazione e comunicazione, con un influsso culturale diretto sull’utente ed il suo contesto. “Il bambino è il padre dell’uomo,” affermava Maria Montessori. Il carattere, la dirittura morale e la forza della personalità si forgiano sin dalla prima infanzia. E al bambino è attribuita una grande importanza in questa biblioteca, non solo perché sarà l’utente primario delle altalene, degli skates, delle dune, dei giochi, delle aree ludiche o delle serre, ma soprattutto perché all’interno dell’arco della biblioteca gli è riservato lo spazio centrale dell’atrio che lo accoglie come il benvenuto. Educare non dovrebbe essere solo impartire conoscenza, ma anche promuovere nel bambino lo sviluppo delle sue potenzialità innate. L’immagine più forte tra quelle utilizzate per pensare il progetto si intuisce già nel plastico, che si allontana dal suo tradizionale carattere descrittivo per camuffarsi con l’uso del collage. Terreno ed edificio si combinano in un amalgama di “objets trouvés”, formando un assemblaggio di origami. La loro configurazione esprime il criterio di frammentarietà che ispirerà il futuro parco polivalente.
Alberi, giochi, campo sportivo, dune di calcestruzzo, serre, pergole e mappamondi sono i materiali e le strutture a cui si è ricorso per la realizzazione del parco e che gli conferiscono un aspetto lunare al limitare dello spazio urbano. Il parapetto di cemento armato, un elemento tratto dalle opere pubbliche, nella sua doppia funzione di panca e di recinzione fa da struttura di connessione con la cavità dell’atrio. In superficie, emergono solo il volume della sala per le esposizioni ed alcuni piccoli lucernari che, visti dalla piazza, segnalano la presenza della biblioteca all’interno del suo guscio luminoso. Il lato lungo della biblioteca scende gradualmente verso l’atrio seminterrato al centro della cavità formando davanti alla scenografica e multicolore facciata sequenziale uno spazio chiuso da una palizzata a protezione dell’entrata e della sala di lettura per l’infanzia. Su questo prospetto concavo e poligonale, si aprono per ragioni di sicurezza e di uso più punti di accesso. Questa biblioteca-Universo, per citare Borges, cresce in altezza in direzione sud presentandosi come spazio unico, racchiuso da un unico tetto e da un’unica facciata. Questa conformazione permetterà un adattamento facile e rapido alle future necessità.
Di fatto lo spazio è suddiviso in settori grazie a leggeri pannelli di policarbonato per rispondere alle attuali esigenze, collocando nel retro dell’edificio quegli usi che non necessitano di grande luminosità. Un gruppo di palme ripara le facciate sud e ovest dalla luce eccessiva, che verrà in futuro ulteriormente controllata da un frangisole per proteggere l’edificio dal sole pomeridiano.
Lejarraga articola l’intero progetto sulla base di un’idea primaria forte, che definisce “architettura senza dettagli”. Come l’artista concettuale Sol LeWitt, l’architetto fa una netta distinzione tra ideazione ed esecuzione di un’opera, lasciando che siano altri a realizzare l’architettura da lui concepita. Di grande forza ideologica, la sua progettazione si realizza sommando il sapere e la conoscenza degli esecutori. A dare forma ai dettagli sarà una sintesi di architettura e funzione. In conclusione, si tratta di un’architettura di sinergie che non ricerca l’enfasi dell’effetto finale.
Lejarraga realizza un processo di pianificazione, creando un codice esplicito e semplice da decifrare per il quale, in un certo senso, l’esecuzione sembra diventare una questione successiva. L’architetto formula delle ipotesi, assegna dei compiti affinché gli altri li soppesino e li realizzino. Questa dicotomia fra concezione ed esecuzione è l’essenza di questa architettura.
Un unico sistema costruttivo, radicale, semplice e coerente come l’architettura sotterranea, sottende all’intera opera: una struttura di pilastri in calcestruzzo e trama reticolare di cassettoni colorati recuperabili nelle cui cavità si inseriscono i diversi impianti; un muro-cortina di sapore volutamente aleatorio e musicale nelle inserzioni di vetri colorati. Ci troviamo di fronte ad un’opera di grande qualità, polisemica, crocevia delle metonimie dell’educazione; è un prodotto sociale con grandi aspirazioni economiche e scientifiche. Si percepisce in questa opera curata un alto livello di altruismo da parte di Lejarraga, che va ben oltre la mera pratica di una tipologia sperimentata mille volte.
Carmen Espegel, Architetto e Docente
Escuela Técnica Superior de Arquitectura, Madrid








