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| Carlo Barbieri |

Una Casa Bioclimatica

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La casa unifamiliare progettata da Carlo Barbieri a Santorso, in provincia di Vicenza, è interessante sotto almeno due aspetti.
Il primo è il modo brillante con cui il progettista risolve il problema del ritrovamento all’interno del lotto dei resti di un’abitazione risalente alle civiltà venete del settimo/ottavo secolo avanti Cristo. Da qui la decisione, efficace anche dal punto di vista del risparmio di risorse pubbliche, di rilevare i reperti, fotografarli e poi reinterrarli proteggendoli, a futura memoria, all’interno di un involucro in cemento posto sotto al livello delle fondazioni. In questa direzione va anche la scelta di ridurre l’appoggio della nuova costruzione sul terreno al solo spazio già oggetto di indagini archeologiche, evitando, con un deciso sbalzo del primo piano, di compromettere le adiacenze. Quest’ultima idea ha ovviamente avuto una ricaduta estetica, caratterizzando l’aspetto bipartito della casa. Ed ha suggerito di differenziare il piano terreno dal primo piano attraverso l’uso di due diversi materiali di rivestimento: pietra per il primo, più ancorato al suolo, e legno per il secondo, più leggero e aereo. “In questa prima fase - ricorda Barbieri - ha contribuito alla progettazione Maria Sciavarrello, un architetto svizzero di Basilea. L’impostazione volumetrica della casa deve non poco a un certo modo di comporre tipico del razionalismo d’oltralpe, cioè a un approccio che è insieme rigoroso e poetico e al quale io stesso sono particolarmente sensibile”.
Il secondo aspetto è legato alla sostenibilità e al modo in cui questa è stata declinata in forma architettonica. Carlo Barbieri si occupa di bioedilizia sin dal 1987 quando, laureatosi da un anno a Venezia con una tesi in restauro architettonico, rimane affascinato dalla scommessa che un edificio possa essere autosufficiente sotto il profilo energetico. Tuttavia da esperto nel settore tecnologico - Barbieri è figlio e collaboratore di un progettista di impianti - capisce che se il settore è promettente, non sempre è facile distinguere ciò che in bioedilizia è scienza da ciò che è superstizione. Distinguere cioè l’effettivo risparmio energetico da una generica e superficiale green architecture. Il primo riguarda la drastica riduzione delle dispersioni termiche. Sia al piano terreno che al primo piano gli spessori murari sono notevoli: oltre i cinquanta centimetri. In questo modo si possono realizzare pareti a più strati, con intercapedini d’aria e pacchetti di materiale isolante, culminanti nei rivestimenti a cappotto in pietra e in legno. Per evitare dispersioni verso il terreno, la zattera di fondazione è rivestita con un letto di 6 centimetri di vetro cellulare, un prodotto realizzato con materiale di scarto e addizionato con carbonio per produrre microbolle d’aria.
“La casa” - afferma Barbieri - “è così come in un bicchiere, isolata dall’umidità e dal freddo”. A garantire il riscaldamento è il sole. Le grandi finestre sono state disegnate in modo da captarne in inverno, durante le belle giornate, l’energia. Nelle giornate nuvolose, invece, una pompa termica sottrae calore all’acqua piovana, conservata in apposite cisterne, e la restituisce all’ambiente. In estate, per evitare un eccessivo irraggiamento, entrano automaticamente in funzione gli elementi ombreggianti: teli in PVC nella zona giorno e veneziane nella zona notte. L’acqua piovana, come abbiamo accennato, è recuperata e conservata. La ghiaia della copertura del tetto la filtra eliminandone l’acidità e così ne permette l’utilizzo per gli usi domestici non connessi con il bere e la preparazione dei cibi. I materiali sono ecologicamente certificati, sono evitate le vernici tossiche e le pavimentazioni tradizionali a favore di prodotti a base di calce, addizionati con terre e oli naturali.
Anche i pannelli fotovoltaici provvedono all’energia. “La casa - ci racconta Barbieri - è di classe A secondo la classificazione Ecodomus  e nel bimestre primaverile ha consumato solo 7 Kwh. E il lavoro, tra i numerosi riconoscimenti, è stato premiato dall’Istituto Italiano di Bioarchitettura”. Due sono però gli aspetti notevoli di questo progetto.
I costi in linea con quelli dell’edilizia abitativa della zona (400.000 euro per circa 250 m2 di costruzione) e le 126 sonde collegate a due centraline elettroniche che permettono di monitorare nel tempo il comportamento dell’edificio. “Questa costruzione - continua Barbieri - è sperimentale. Cerca di far fare alla bioedilizia un passo ulteriore verso l’affidabilità scientifica. Inoltre ogni dato, trasmesso via internet, potrà essere studiato in tempo reale”. Così promettente dal punto di vista tecnologico, la casa mi sembra una scommessa riuscita dal punto di vista formale. Dimostra che non necessariamente l’architettura sostenibile debba avere un’immagine vernacolare. Anzi che alcune intuizioni dei maestri del Movimento Moderno - penso per esempio alla finestra in lunghezza di Le Corbusier - possano essere, ovviamente con le opportune modifiche, oggetto di riscoperta. La libertà con cui sono organizzati gli interni, soprattutto quelli della zona giorno, sfata la leggenda che gli edifici, per essere ecologici, debbano far ricorso a spazi chiusi e compartimentati. Il grande sbalzo, che lascia una parte esposta agli agenti atmosferici su 5 fronti (solaio inferiore, solaio superiore e tre pareti) mostra inoltre che, a certe condizioni, si possono evitare gli insiemi compatti. Insomma che non è detto che un edificio sostenibile debba essere necessariamente uno scatolone.
Vi sono in questa opera, oltre a suggestioni di scuola svizzera, motivi che ricordano l’edilizia olandese. Primo tra tutti un certo pragmatismo che punta al raggiungimento, con un minimo di mosse, al massimo di relazioni. Lo slittamento tra il volume inferiore e quello superiore permette, infatti,  di ricavare uno spazio protetto di accesso al giardino, e di realizzare al piano superiore una terrazza belvedere che idealmente costituisce il prolungamento dello spazio a verde. Nello sbalzo c’è anche un puntuale riferimento alla casa per anziani di MVRDV ad Amsterdam. Vi è, infine, qualche vago ricordo del razionalismo italiano, un certo gusto classicista (quello che altrove ho definito come stile “casabelliano”) che fa pensare all’insegnamento della scuola veneziana nella quale Barbieri si è formato. Ed, infine, un appena accennato riferimento a Glenn Murcutt e al rispetto per la natura: stare appoggiati sulla terra e non aggredirla.
Questa pluralità di riferimenti, che si intrecciano in un piacevole insieme, è sintomatica di una condizione progettuale italiana odierna. E’ prova che un misurato eclettismo, unito a un approfondito interesse per le nuove tecnologie della sostenibilità, può produrre risultati convincenti e professionalmente significativi.

 
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