
Porta la firma di Renzo Piano il nuovo Broad Contemporary Art Museum del LACMA, Los Angeles County Museum of Art, inaugurato quest’anno in Febbraio. Deve la sua realizzazione a Eli e Edythe Broad i quali, con una donazione di 60 milioni di dollari, hanno reso possibile l’ampliamento del LACMA, principale museo d’arte della costa occidentale degli Stati Uniti, consentendo una ulteriore espansione del programma dedicato all’arte contemporanea. La valutazione da parte del pubblico non è stata però unanime. In un primo tempo, nel 2001, il LACMA aveva assegnato l’incarico di un concept a studi di importanti architetti, tra cui Rem Koolhaas, il quale aveva proposto la demolizione di tutti gli edifici esistenti, salvo il padiglione d’arte giapponese e il LACMA West, e l’edificazione di una struttura dallo stile marcatamente industriale sormontata da un tetto traslucido. Il LACMA aveva però scelto la soluzione più realistica proposta da Renzo Piano che prevedeva l’aggiunta di nuovi edifici e l’eliminazione della strada.
Ad assegnare il ruolo principale della progettazione a Piano fu proprio Eli Broad, nella sua veste di mecenate: aveva immediatamente capito quanto fosse indispensabile partire con un masterplan che prevedesse la riorganizzazione della superficie caotica del campus, un’area complessiva di 8 ettari comprendente al suo interno un parco e nel lato orientale i giacimenti di catrame di La Brea. “E’ molto frustrante eseguire un bel brano con un quartetto d’archi nel mezzo di tre brutti concerti rock”, scriveva Piano in una lettera a Broad.
La prima fase di riassetto del campus, conclusasi dopo due anni di lavori, prevedeva la costruzione del Broad Contemporary Art Museum, la revisione del sistema di circolazione, un nuovo piazzale d’ingresso e la risistemazione del preesistente Ahmanson Building, situato nel lato est del campus, un edificio che non si era distinto per particolari qualità architettoniche. Gli altri edifici del LACMA East sono banali esempi di architettura in stile Beaux Arts, modificati più volte dopo il 1965, anno della costruzione.
Michael Govan, direttore del LACMA dal 2006, noto per il grande successo ottenuto alla guida della newyorkese DIA Foundation e partecipe nel processo di commissione dei lavori, ha osservato come il progetto di Piano abbia fatto del museo stesso la tela di un quadro incompiuto, sospeso in una condizione di work in progress, che rappresenta la metamorfosi in atto della prestigiosa istituzione americana. La seconda fase del progetto di Piano prevede un nuovo edificio che sorgerà alle spalle del Broad Contemporary Art Museum mettendo a disposizione di mostre temporanee una superficie di 3716 mq. Quanto ai vecchi magazzini May, situati all’estremità occidentale oltre il Broad Contemporary Art Museum, che nel 1995 erano stati trasformati nel LACMA West, Govan ne ha recentemente affidato la ristrutturazione allo studio di architettura SPF:A di Culver City.
La scelta del travertino di Tivoli come rivestimento, è finalizzata all’integrazione del Broad Contemporary Art Museum con l’esterno del LACMA West e con la pietra e il colore dell’Ahmanson Building, oltre a conferirgli solidità. Ciò che comunque è sorprendente non è l’impiego del travertino ma l’accostamento con il rosso fuoco della scala mobile, esteticamente spiazzante. Realizzata in acciaio rosso, risale la facciata nord dell’edificio e conduce il pubblico all’entrata principale e alle gallerie del terzo piano. Qui si può ammirare il panorama della città o ritornare al pianterreno seguendo un percorso di scale esterne in lastre di cemento collegate alle gallerie dei veri piani con travi rosse a doppia T. In alternativa si può ridiscendere utilizzando la “sala mobile”, un ascensore vetrato di enormi dimensioni, con una capienza di 30 persone, che occupa il volume centrale dell’edificio.
Il Broad Contemporary Art Museum ospita sei gallerie tipo loft, due per piano, ognuna con una superficie di 790 mq, che coprono gran parte dello spazio complessivo di 6689 mq. Gli spazi come caffetteria e libreria che comunemente completano un museo di arte contemporanea, sono collocati nell’Ahmanson Building. Le due gallerie all’ultimo piano si sviluppano fino ad un’altezza di quasi 5.80 m e analogamente a quelle sottostanti hanno pavimenti in legno e presentano una combinazione straordinaria di grande spaziosità e ottime condizioni di luce. Lo spazio meno caratterizzato dell’intero edificio è il piano terreno e lì, collocate su un pavimento di cemento, sono esposte Band and Sequence, due enormi sculture di 200 tonnellate di acciaio, opere di Richard Serra.
Come la Menil Collection di Houston, completata da Piano 21 anni fa, l’edificio è coperto da una sequenza di elementi modulari con un sistema di lucernari sagomati e lastre di vetro stratificato, per consentire il passaggio della luce naturale e bloccare i raggi ultravioletti. Questa struttura progettata da Piano, formata da 20 pannelli metallici obliqui rivolti a sud, lascia penetrare all’interno la luce indiretta proveniente da nord deviando la violenta e rovente luce diretta proveniente da sud.
Gli elementi in acciaio verniciati di rosso, presenti ovunque, sono pensati come segnali di orientamento ma al contempo sono complementi decorativi, usati per esempio per contraddistinguere la scala di sicurezza nel lato sudovest. Forse una citazione degli edifici rossi di Bernard Tschumi a La Villette a Parigi, divengono elemento di unione dei nuovi padiglioni. In una città gremita di insegne pubblicitarie, il travertino della facciata meridionale sul Wilshire Boulevard appare quasi bianco. Per l’inaugurazione vi sono state esposte le tele coloratissime dell’artista John Baldessari, che ha partecipato anche alla progettazione del nuovo logo del LACMA. Ciò che può ritenersi un’abile scelta pubblicitaria ha però come conseguenza negativa che, vista dalla strada, la facciata rischia così di sembrare quella di un grande magazzino. È evidente che l’obiettivo di Piano non era quello di creare una presenza di forte impatto, ma piuttosto di definire e mantenere le condizioni ideali per la contemplazione dell’arte.
L’altezza e la struttura del Broad Contemporary Art Museum creano una nuova simmetria con la parte orientale del sito. Al centro, la nuova Grand Entrance è progettata da Piano nello spazio precedentemente occupato dalla Ogden Drive, che separava il LACMA West dal resto del museo. Questo nuovo fulcro spaziale collega il LACMA West e il Broad Contemporary Art Museum con le altre gallerie. Piano ha anche curato la risistemazione dell’Ahmanson Building creando un nuovo spazio per esporre opere d’arte moderna, un passaggio e un’elegante scalinata collegandoli al nuovo ingresso con un comodo percorso pedonale attraverso il campus.
La Grand Entrance è uno spazio multifunzionale che ospita biglietteria e reception. Così aperto sulla strada, con una tettoia di protezione, si trasforma in uno spazio sociale dinamico, anche se la struttura, realizzata in acciaio rosso come la scala esterna e la scala mobile, è un elemento non facile da apprezzare e rimanda alla banale praticità di una stazione di servizio. Pare che originariamente dovesse essere in vetro, ma in seguito, è stata ricoperta da pannelli solari per generare energia elettrica necessaria, tra l’altro, per alimentare la prima installazione temporanea di public art della piazza, Urban Light dell’artista Chris Burden il quale, per l’occasione, ha riunito 202 lampioni d’epoca recuperati nelle strade della città.
L’iter di Piano nell’ambito della progettazione museale annovera opere straordinariamente belle e sofisticate. Con il LACMA l’architetto ha certamente riorganizzato il “caos”, come lui stesso lo ha definito, sia in relazione alla qualità degli altri edifici sia per quanto riguarda l’orientamento. Gli elementi strutturali di Piano hanno grande valenza metaforica, ma forse non abbastanza per esercitare un forte impatto in una città rarefatta come LA, in sintonia con lo stile spettacolare di Gehry, con le esibizioni e il glamour, ed in un sito così nebuloso ed ermetico. Le sue sono invece opere versatili, dove coerentemente con le sue intenzioni, l’architettura assume un ruolo di complice piuttosto che di protagonista.
Peccato che il cliente abbia modificato il disegno originario della tettoia d’ingresso. I musei di Piano progettati in passato, come la Menil Collection di Houston circondata da un parco e la Fondation Beyeler in un magnifico spazio verde a Riehen, fuori Basilea (1991/7), hanno un maggiore impatto. L’opzione di iniziare con una radicale distruzione proposta da Koolhaas, sarebbe stata la via più semplice, ma a Piano interessava di più lavorare sull’insieme e creare per l’arte uno spazio idoneo e in questo senso ha fatto un grande sforzo chirurgico. In ogni caso il suo intervento non è ancora completato.
Lucy Bullivant



