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| Triptyque Architecture |

Harmonia_57

| San Paolo | Brasile |
| Architettura |


035-8 Nonostante l’imperativo urgente di creare architetture sostenibili, sono ancora rari gli edifici con un’identità architettonica capace di consolidarsi nel tempo. I sistemi tecnici con funzioni ecologiche, anche se piuttosto diffusi come dispositivi di regolazione, sono di solito invisibili. L’aggiunta estetica e naturalistica di un giardino verticale è sempre più frequente in diverse culture, ma ora nel lavoro sperimentale di architetti quali R&Sie e EcoLogic Studio si inizia a identificare un intento più significativo, volto a unire le nozioni di struttura, sistemi naturali e sviluppo, nonché di funzione. Lo studio Triptyque, fondato a Parigi nel 2000 dalla brasiliana Carolina Bueno e dai francesi Grégory Bousquet, Olivier Raffaelli e Guillaume Sibaud, ha di recente sviluppato un progetto precursore di tale obiettivo. Vinto il concorso per la ristrutturazione del Museo di Storia Naturale di Rio de Janeiro, il team vi si trasferisce l’anno seguente. Nel 2002 si sposta a San Paolo, pur mantenendo una sede a Parigi. A proprio agio in questa città multietnica di 19 milioni di abitanti, inizia a lavorare sulla piccola scala, studi fotografici e televisivi, appartamenti, l’ampliamento di una villa, prima di affermarsi con edifici governativi, commerciali, residenziali, una biblioteca, uffici e l’Istituto di cultura Inhotim a Minas Gerais, un museo inserito in un parco. San Paolo, accanto a un’economia dinamica presenta oggi seri problemi di criminalità e inquinamento, strade intasate, infrastrutture e servizi di trasporto pubblico insufficienti. La salvano la vitalità delle strade, la ricchezza del paesaggio e l’eterogeneità architettonica. Vila Madalena è un quartiere bohémien del distretto di Alto de Pinheiros nella parte ovest della città, abitato da studenti e dove si concentrano bar, club, atelier, gallerie e boutique. Qui, nel 2008 Triptyque completa Harmonia_57, edificio di tre piani in Harmony Street, nome scelto da studenti anarchici restii a rendere omaggio alle autorità. Questa straordinaria struttura è stata venduta dal primo proprietario a una casa di moda, che ne ha fatto la sede del suo flagship store. La prima cosa che colpisce è la “pelle” vegetale sulle pareti, realizzate in cemento, vermiculite e sabbia e disseminate di larghi pori ricavati con un piccolo stampo. Qui sono collocate specie vegetali della foresta pluviale atlantica, africane e indiane, che sopportano variazioni termiche e gradi di umidità estremi e formano un ecosistema efficiente, in cui alcune specie danno ombra e altre l’umidità necessaria. Un sistema di tubazioni esterne provvede all’irrigazione di questo manto naturale che cresce sulle superfici della facciata rendendola progressivamente invisibile. Passerelle di metallo rivestite in legno collegano i due blocchi dell’edificio attraversando la corte interna. Il volume prospiciente la strada è a sbalzo su pilastri, mentre quello sul retro è un solido interrotto da finestre di varia misura con sporti in calcestruzzo di cui uno a tutta altezza, sormontato da una struttura minore con copertura a due falde. La facciata su strada ha persiane formate da sottili listelli in eucalipto ad apertura elettronica che rivelano le pareti bianche degli spazi interni. Un’entrata laterale incorniciata da setti in calcestruzzo si collega a una rampa per le auto. Terrazze al primo e all’ultimo piano conducono a un tetto ricoperto di vegetazione, collegato a ogni livello del fabbricato con scale che assicurano un facile sistema di circolazione. Triptyque ambiva a creare un ecosistema idrico e vegetale efficiente. Un sistema di tubazioni verniciate di giallo, con pompe elettriche, sistema di trattamento idrico e un serbatoio sul tetto, ricopre vistosamente l’intera struttura a imitazione della rete arteriosa del corpo umano. Sui prospetti le tubazioni sono dotate di spruzzatori con nebulizzatore; sul tetto verde gli erogatori spruzzano una leggera nebbia che avvolge l’edificio in un’atmosfera intrigante. Tempi e frequenza d’irrigazione sono programmati elettronicamente - un sensore la interrompe in caso di pioggia - mentre una pompa elettrica regola l’emissione intermittente di un liquido fertilizzante. L’efficacia del sistema è rafforzata dalla copertura verde che genera aria fresca e buone condizioni termiche all’interno, rendendo superfluo il sistema di condizionamento. È composta da uno strato di argilla espansa, scorie di metallo depurato, legno, plastica e terra per un primo filtraggio dell’acqua che viene raccolta e conservata in tre pozzi interrati. Da qui è inviata in serbatoi che soddisfano le necessità idriche dell’edificio e mantengono il livello dell’acqua sotterranea, salvaguardando l’equilibrio idrologico locale. Anche se per ragioni economiche non sono stati usati pannelli solari e le tubazioni, considerate da alcuni come “anti-design”, non siano sempre apprezzate, questo sistema flessibile e adattabile è stato molto ammirato. Per i progettisti il significato dell’edificio va oltre le sue peculiarità architettoniche: si tratta di un ambiente permaculturale minuziosamente organizzato per un funzionamento efficiente, si concilia con la ricca vegetazione che circonda molte architetture di San Paolo ma, diversamente da una serra, costituisce un ecosistema creato intorno a una facciata che diventa struttura principale. La trasparenza dei volumi offre una reinterpretazione dell’eredità del modernismo brasiliano. Suggerisce la continuità tra spazi interni ed esterni ricercata in altri edifici di piccole dimensioni, fino a rovesciare la struttura in cui gli elementi formali, scultorei, multiformi e grigi, sono volutamente essenziali e ne sottolineano l’efficienza ambientale e la capacità di interrelazione. Per ravvivare un’architettura è necessario modificare o minimizzare alcune componenti, evitando un risultato incoerente e non leggibile. Per i suoi autori l’edificio rappresenta un “organismo/macchina” low-tech primordiale, capace di esprimere la vera identità di San Paolo e non una qualsiasi utopia. “Non cercavamo di costruire un giardino verticale, ma una pelle minerale/vegetale, una materia plastica ed ecologica che fosse una nuova presenza nel quartiere”, dice Olivier Raffaelli. Mentre le tubazioni sono visibili, la struttura rimane nascosta dietro il verde, non per semplice ricercatezza, ma con l’intento di “inserire la degenerazione e l’invecchiamento dell’edificio in un processo estetico, in un mix di bellezza/decadimento/vitalità”. Gli architetti concordano con l’artista francese Dominique Gonzales-Foerster, secondo cui l’identità tropicale corrisponde a “qualcosa di organico, intenso, sensoriale, vegetale, vibrante, immaturo, incontrollabile”. Esplorano la dicotomia tra organico e artificiale, sotto l’aspetto più funzionale che metaforico. Harmonia_57 coglie questo slancio creativo e, analogamente alle strutture di Inhotim costruite entro i margini di un parco, nasce con l’intenzione di unire arte e ambiente. Seppure in tutti questi progetti sia evidente la medesima ricerca di una pelle vivente, Harmonia_57 va oltre: è un solido ecosistema che interpreta lo sviluppo urbano attraverso la coesistenza di elementi naturali e artificiali.

Lucy Bullivant