Con il nuovo padiglione per la multinazionale svizzera Nestlé, l’architetto messicano Michel Rojkind ha realizzato un gioiello architettonico. Già due anni fa aveva progettato un edificio ingegnoso, di colore rosso vivo come la bandiera svizzera e rivestito da un involucro ispirato agli origami, costruito presso lo stabilimento di cioccolato Nestlé nei pressi di Toluca, ai confini esterni dell’area suburbana di Città del Messico. Quest’ultima struttura, dall’aspetto più solido, sorge presso un altro impianto Nestlé, ubicato nella periferia di Querétaro, elegante città coloniale situata poche ore a nord della capitale del Messico. Rojkind ha collocato il padiglione di fronte allo stabilimento principale, su una striscia di prato vicino alla frenetica circonvallazione di Querétaro. Si tratta di un piccolo edificio indipendente, dal forte impatto estetico, e con un’immagine altamente rappresentativa, un’icona enigmatica tridimensionale che contribuisce, senza parole o grafica, a comunicare una elegante contemporaneità (lì vicino, più tradizionali cartelloni e una torre piezometrica tinteggiata pubblicizzano esplicitamente i prodotti Nestlé, come il Carnation Evaporated Milk). In realtà, il nuovo edificio di Rojkind è un piccolo laboratorio. In principio colpisce la singolare morfologia della facciata. L’edificio è a due piani con un parapetto piano continuo e superfici estremamente lisce. Inizialmente l’involucro esterno appare rivestito da pannelli metallici di colore chiaro, ma più da vicino le variazioni di colore, determinate dalla luce naturale, rivelano un rivestimento in vetro: una superficie continua di pannelli in vetro satinato sul lato esterno e a specchio su quello interno. Camminando intorno all’edificio, la sua elegante patina varia dal grigio argento al blu e al verde, secondo i riflessi del sole e delle ombre. Alla sobrietà di questa pelle evanescente si contrappongono, sul lato inferiore di ogni facciata, profondi incavi a forma di nicchie arrotondate nei colori shocking di giallo/arancione (papaya matura, forse): una combinazione di geometria e di intensa colorazione che genera una tensione estetica e formale. Rievocando in modo spudoratamente futuristico gli archi e i volumi barocchi del centro di Querétaro, questi squarci nella purezza delle linee rette rappresentano l’ultimo passo di Rojkind verso la sperimentazione del disegno biomorfico. Queste unghiature Introducono agli ambienti interni, emisferici, ben illuminati a livello perimetrale. Il gioco delle geometrie non implica un progetto neo-illuminista sviluppato intorno a forma e spazio universali, come potrebbero far pensare i progetti dell’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg oppure quelli, anche se molto differenti, dell’architetto di Los Angeles Eric Owen Moss. Quale architetto appartenente alla generazione informatica, Rojkind rivolge la propria attenzione maggiormente alla struttura d’insieme che alle singole parti, alla ripetizione o riproduzione, e quindi al ritmo compositivo. A Querétaro, il motivo geometrico è evocato dai dischi bianchi disegnati sul sentiero sinuoso in calcestruzzo, che ricordano sia una molecola sia la Op Art degli anni ‘60. Il padiglione di Rojkind scomponendosi, si rivela essere composto da tre edifici, collegati al secondo piano da un ponte centrale. Al pianterreno gli spazi principali sono costituiti da emisferi colorati di un giallo brillante. Qui si può osservare il personale in camice bianco mentre analizza zucchero, sale e il contenuto di grassi dei prodotti Nestlé. Una scala in acciaio conduce ad un volume a doppia altezza all’interno del maggiore dei tre edifici. Questo secondo piano ospita un “laboratorio di valutazione sensoriale”, dove gli scienziati verificano colore, consistenza e viscosità. Molte prove sono eseguite su polveri o altre sostanze alimentari disidratate. Lo scenario offerto dagli strumenti di laboratorio e dai tecnici che eseguono le loro mansioni appare anche divertente, con reminiscenze dei film di fantascienza, e contemporaneamente ricorda gli ambienti classici delle fabbriche come il General Motors Technical Center di Eero Saarinen (Detroit, 1948-56) e gli interni colorati di Verner Panton per Der Spiegel (Amburgo, 1969). Se arriviamo a Querétaro da sud, le suggestive torri colorate che sorgono lungo l’autostrada, progettate da Luis Barragán e Mathias Goeritz (1957), già ci evidenziano qual è il significato del colore nell’architettura messicana. Anche le strutture realizzate a poca distanza da Félix Candela e Mies van der Rohe per il Rum Bacardi (1958-62) sono emblematiche di un’altra realtà di questo paese: la fusione di industria e modernismo. Il clima ovviamente aiuta. Come nell’edificio della Falcon di Rojkind, un padiglione modulare con doppio rivestimento costruito in un giardino rigoglioso di Città del Messico, lo spazio tra le strutture architettoniche rimane esposto agli elementi naturali. A Querétaro, gli spazi erosi dei tre blocchi hanno l’aspetto di grotte, ma rimangono aperti all’ambiente circostante da cui li separano solo delle vetrate. L’assenza di cornici alle pareti e alle porte contribuisce notevolmente a creare un senso di apertura e di leggibilità dei volumi. Al piano superiore il ponte di collegamento ospita una terrazza esterna per fumatori e un bagno unisex, bianco con lavandino giallo/verde. Al pianterreno, l’iscrizione di spazi circolari all’interno di blocchi trapezoidali ha come conseguenza angoli irregolari, archi periferici o zone residue, dove sono state alloggiate le strutture in acciaio dell’edificio e i locali di servizio (archivi a vista, un bagno, e un laboratorio ad “ambiente controllato”). Il piano superiore ha pareti verticali, benché il laboratorio a doppia altezza si insinui verso l’alto con una curiosa forma sferoidale. Un colore diverso contraddistingue ognuno dei tre blocchi: blu per cucina e area assaggio poste vicino alla volta, marrone per l’ampia sala riunioni e verde per gli uffici. Questi colori si colgono furtivamente dall’esterno (passandoci accanto in auto). L’ultimo livello del padiglione è privo della tradizionale scansione ritmica delle finestre; la ventilazione e una parziale vista verso l’esterno sono consentite dai pannelli verticali del rivestimento che si aprono creando sulla facciata un effetto “branchia”, con una lieve variazione cromatica delle superfici vetrate che sporgono. All’interno, le superfici apribili sono rivestite di singoli strati a specchio, superfici che oltre a riflettere la luce, come ad un periscopio orizzontale, portano all’interno stralci di vita del mondo circostante. Ancora una prova della sensibilità creativa di Rojkind, una sensibilità che lo induce a sperimentare la geometria senza trascurare il piacere dei sensi. Raymund Ryan








