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Home Arretrati 2008 The Plan 29 The Eli and Edythe Broad Stage

| Renzo Zecchetto Architects |

The Eli and Edythe Broad Stage

| Santa Monica | USA |
| Highlights |


038-2 Los Angeles, liquidata troppo spesso come “Tinseltown”, soprannome di Hollywood, per associazione con l’industria dello spettacolo, è in realtà molto di più, come ad esempio un centro dinamico e importante delle arti performative, che beneficia di un pubblico sofisticato e di numerosi artisti di talento locali.   L’Orchestra filarmonica di Los Angeles è capace sempre di riempire, proponendo un innovativo programma di musica classica, i 2400 posti della Walt Disney Concert Hall, mentre l’Opera fa il tutto esaurito al maestoso Chandler Pavilion con una serie di produzioni di successo. Il problema, sentito dagli artisti come dal pubblico, riguarda la carenza di teatri in grado di offrire una corretta visuale abbinata ad un’acustica esemplare. Non potendo contare sulle considerevoli sovvenzioni statali che finanziano i piccoli teatri europei, gli auditorium americani devono rispondere alla duplice necessità di generare profitto dalla vendita dei biglietti e di attirare sponsorizzazioni private.
Questa situazione assillava la cantante lirica Dale Franzen, che per più di venti anni si era esibita nei piccoli ma prestigiosi teatri di tutta Europa e si era resa conto di quanto fosse importante instaurare un contatto diretto con il pubblico. Per far nascere una rassegna stimolante di musica, opera, teatro e danza, è riuscita ad ottenere l’appoggio del Santa Monica Community College (SMC), una brillante istituzione ad ovest di Los Angeles, impegnata ben oltre il limite del suo campus nell’educazione di un pubblico. La condivisione del loro progetto ha dato vita ad un processo ibrido tipicamente americano. Dustin Hoffman, che proprio all’SMC frequentò il suo primo corso di arte drammatica, ha condotto personalmente la raccolta fondi, il municipio di Santa Monica ha approvato un’emissione di obbligazioni e il filantropo Eli Broad ha contribuito con una generosa donazione: tutto ciò ha portato, ad Ottobre, all’inaugurazione del Broad Stage.
Il progetto del teatro, con una capienza di 499 posti, è opera di Renzo Zecchetto, architetto di origine cilena, il cui studio a Santa Monica ha progettato negli ultimi vent’anni sia residenze private sia edifici istituzionali. Durante gli studi universitari, mentre si dedicava a una ricerca sugli edifici lignei dei Gesuiti in Patagonia, gli capitò di leggere “The Place of Houses”, un trattato di cui era coautore Charles Moore, e d’impulso si trasferì in California a lavorare con lui. Qui progettò un teatro per un centro artistico che a Dale Franzen ricordò l’Opera di Roma, e fu così che tra i due nacque un sodalizio. “Sin dall’inizio sapevo che era necessario costruire uno spazio eclettico, con caratteristiche tecniche eccellenti, e concepii il disegno procedendo dall’interno verso l’esterno”, ricorda Zecchetto. “La forma architettonica è modellata sull’acustica: superfici e palchi ricurvi per riflettere il suono, e illuminazione integrata in un unico insieme”.
Molto prima della definizione della struttura esterna, Zecchetto e il suo project architect Michael Stebbins, collaborarono con gli esperti di acustica Ron McKay e Chris Jaffe della Jaffe Holden alla configurazione dell’auditorium. Pannelli convessi in cartongesso e in mogano si inarcano verso l’interno di un volume cubico, emergendo come spicchi dalle pareti in muratura. L’altezza di 15 metri permette una perfetta risonanza del suono, diretto dai pannelli verso lo spazio a ventaglio della platea, le basse balconate e i palchi di proscenio sui due lati. Drappi di tela tesi dietro a schermi scorrevoli in legno perforato smorzano le onde sonore, mentre pannelli insonorizzanti posti di proscenio possono essere sollevati o abbassati e altri due nascondono le passerelle scorrevoli porta-lampade. L’acustica raggiunta fa sì che le voci non richiedano amplificazione.
La funzione genera bellezza, come accadde nella Disney Hall, dove Gehry e il suo team operarono in stretta collaborazione con esperti di acustica giapponese per ottenere un connubio ideale tra suono e architettura. Infatti, sia il processo che il risultato sono concettualmente molto simili in entrambi i teatri, sebbene ognuno di essi abbia caratteristiche proprie. Lo spettacolo inizia ancora prima che si apra il sipario: dal retro dell’auditorio, prue in legno arrotondate e setti aggettanti in stucco bianco incorniciano il palcoscenico evocando l’immagine di navi a vele spiegate, con i palchi simili a lance al seguito. I setti, non allineati e retro-illuminati, offrono sempre nuove prospettive trasformando la sala in una scultura architettonica. Gli artisti godono della visuale migliore: dalla sponda del palcoscenico tutti gli elementi formano un’unica composizione simmetrica, come quella che caratterizzava i teatri di corte del diciottesimo secolo.
Girando intorno alla struttura esterna si percepisce una simile, sebbene più sottile, variazione di forme espressive. Zecchetto ha collocato il teatro sul lato nord del sito, collegandolo ad una precedente scuola elementare dove ha distribuito aule didattiche, uffici, sale di prova e un teatro sperimentale di 99 posti. Il parcheggio si estende su tre lati dell’edificio, ma si prevede di spostarlo nei sotterranei in modo da lasciare spazio per un’area di verde pubblico. Una pensilina rivestita in mogano copre l’ingresso posto nell’angolo sud-ovest, ed oltre a definire l’accesso offre riparo ad un’area di accoglienza esterna. Il livello superiore è completamente vetrato e poggia sopra una fascia di scura pietra basaltica, che ricopre il lato interno ed esterno della struttura portante insieme a blocchi di calcestruzzo prefabbricato. Le vetrate lasciano trasparire i pannelli di rivestimento in legno dell’auditorium, e trasformano di notte l’edificio in un invitante richiamo luminoso. Il foyer, su due livelli, funge da spazio di compensazione sia acustico che termico, ed è raffrescato dalla brezza oceanica immessa da ovest ed eliminata dalla copertura, attraverso un compressore collocato nel soffitto.
Aggetti geometrici sul lato ovest celano gli impianti meccanici e, plasmati dalla luce del sole, conferiscono alla facciata un carattere scultoreo distogliendo l’attenzione dalla massiccia torre scenica a nord e ribaltando le regole architettoniche della progettazione di un teatro, secondo cui, di norma, all’area dedicata all’ingresso per il pubblico messa in grande evidenza corrisponde un retro nudo. “L’idea”, spiega Zecchetto, “era quella di modellare intorno all’auditorium un volume sobrio. Rappresenta l’astrazione poetica dei due volti del teatro e l’espressione del dramma artistico e umano che vi si svolge”.
Il sito appartiene allo Stato della California, e ciò ha risparmiato alla commissione edilizia la faticosa procedura di una revisione da parte dell’ufficio urbanistico municipale: un gruppo di conformisti che ostacola i progetti architettonici più audaci della città. (È curioso notare che fu proprio Santa Monica a dare il nome ad un gruppo di architetti d’avanguardia degli anni settanta, quando Frank Gehry e molti suoi colleghi avevano i loro studi nei magazzini della vecchia zona industriale. Ora, molti di loro si sono trasferiti in quartieri più economici e l’architettura più innovativa sorge altrove). I dintorni del teatro sono anonimi, con negozi di pneumatici e comuni condomini su entrambi i lati, e un viale commerciale a sud. Tuttavia, il Santa Monica College, intenzionato a mantenere buoni rapporti con il vicinato, ha risposto alle proteste dei residenti preoccupati dell’aumento del traffico, ridimensionando il progetto iniziale previsto per 750 posti. Conseguenza di questa decisione, la riduzione dei costi di costruzione (stimati in 45 milioni di dollari) e delle potenziali entrate, bilanciate dall’accrescimento dell’esperienza artistica.

Michael Webb

 
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