Fiorenzo Valbonesi si laurea a Firenze nel 1977 con Gianfranco Di Pietro, un architetto romagnolo specializzato nei piani di recupero. è con la pianificazione urbanistica che comincia a lavorare. Aperto lo studio a Cesena, come molti progettisti operanti in provincia, diversifica la propria attività in funzione delle occasioni di lavoro fornite dalla committenza pubblica e privata. La svolta avviene agli inizi degli anni duemila quando gli si prospetta l’occasione di realizzare la cantina Campodelsole: 4.250 mq immersi nella campagna di Bertinoro, Forlì. Valbonesi suddivide il volume edilizio in due corpi di fabbrica, uno destinato al deposito del prodotto finito, alla degustazione ed agli uffici, l’altro ad ospitare l’attività produttiva (un terzo volume, più piccolo, è posto all’estremità ed ospita la casa del custode). Il primo corpo di fabbrica è caratterizzato dalla forma stretta e lunga: un piano inclinato che dialoga con l’andamento delle basse colline circostanti; il secondo dalla copertura metallica color verde che racchiude gli ambienti sottostanti e ricorda i tetti a padiglione delle prarie house: ne condivide, infatti, la proiezione lungo la dimensione orizzontale e la volontà di caratterizzare con un’immagine unitaria l’intera costruzione. Wrightiano è l’artificio di punteggiare il tetto con lucernari: i cinque ideati da Valbonesi servono a bilanciare la tensione orizzontale con calibrate controspinte verticali. E wrightiano è il ricorso a generosi aggetti, consentiti dalla struttura in ferro: in alcuni punti lo sbalzo raggiunge i 17 metri, ed è utile per ospitare in esterno, ma protetti dalle intemperie, macchinari e attrezzature. Tra le altre positive ricadute della scelta strutturale vi è la decisione di appendere alle travi un’esile ossatura fatta di puntoni e tiranti. A questa sono sospesi i grandi contenitori che servono alla fermentazione del vino e che così non poggiano a terra. Il piano terreno è quindi uno spazio libero da ostacoli e idoneo al transito delle presse per prelevare le bucce residuate del processo. Ad un livello superiore, puntoni e tiranti servono a sostenere passerelle in acciaio per accedere dall’alto ai fermentatori stessi. Il risultato è una macchina efficiente dal punto di vista produttivo e, allo stesso tempo, spazialmente accattivante perché giocata su più altezze e, grazie alla geometria triangolare suggerita dalla scelta strutturale (il triangolo, come è noto, è una delle forme più efficienti per la trasmissione dei carichi), su più direttrici.
Pensato in funzione dell’orografia, l’edificio raccorda, infine, un dislivello di circa cinque metri, sfruttato per posizionare nella zona interrata, dove ottimali sono le condizioni termiche ed igrometriche, i locali destinati all’affinamento del vino.
Grazie a Campodelsole, Valbonesi entra in contatto con il mondo della produzione vinicola. E lo fa nel momento giusto segnato dal boom delle cantine d’autore. Grandi e piccoli produttori capiscono infatti che occorre competere sulla qualità del prodotto e quindi anche sull’immagine delle cantine. Alcune vengono affidate alle firme degli architetti più famosi, quali Frank O. Gehry, Jean Nouvel, Herzog & de Meuron e Renzo Piano, e altre a progettisti più o meno emergenti, in Italia, tra gli altri Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Marco Casamonti ed Edoardo Milesi.
“è stato l’enologo di processo - ci racconta Valbonesi - a convincermi di proporre ad alcuni produttori il progetto di nuove cantine. Alcuni sono andati in porto e così ho cominciato a specializzarmi. A garantire i risultati, un lavoro svolto in équipe: l’enologo, per organizzare il layout delle attrezzature produttive, il mio studio per dare forma agli spazi”.
Nonostante i progetti siano ognuno diverso dall’altro vuoi per le dimensioni dell’intervento, vuoi per il budget a disposizione (che può variare dai 1.200 euro/mq ai 3.000 e oltre), vuoi per la regione in cui si pone l’intervento, i lavori di Valbonesi sono riconoscibili per almeno tre caratteristiche.
Innanzitutto l’uso di grandi coperture che, come a Campodelsole, tendono ad orizzontalizzare la costruzione. L’obiettivo è realizzare edifici che non si nascondano nel contesto ma, allo stesso tempo, non siano invasivi o, peggio, dominanti. Ultimamente, e in accordo con una crescente sensibilità ecologica, Valbonesi sta sostituendo, quando è reso possibile dal budget, le coperture metalliche con tetti a verde. In alcuni casi ampie parti della costruzione sono previste sottoterra. Una soluzione, questa, che ha oltretutto il vantaggio di aiutare a superare il giudizio ostile alle nuove costruzioni delle soprintendenze preposte alla tutela del territorio.
Vi è poi la predilezione per le strutture leggere e in acciaio giustificata, oltre che da aspetti funzionali ed economici, da un motivo metaforico. Il vino, afferma Valbonesi, ci racconta il territorio. Ogni annata ha un sapore diverso legato alla storia del terreno, ai mutevoli elementi climatici, al processo utilizzato. Per capire il vino occorre quindi sapere interpretare un linguaggio sottile, volatile ed etereo. è importante che questa prerogativa, in forma di concept, sia trasposta negli edifici dove il vino viene prodotto.
La terza caratteristica è la scelta di materiali locali e naturali, soprattutto per i paramenti murari, che difatti sono generalmente in mattoni o in pietra.
In tutti i casi il riferimento è verso l’architettura organica e Alvar Aalto, che Valbonesi ritiene l’architetto fonte di maggiore ispirazione nel proprio lavoro. In effetti, se si osservano le numerose cantine realizzate o progettate dallo studio, colpisce il fatto che, nonostante si sentano note legate alla contemporaneità, vi sia una sostanziale indifferenza per il linguaggio delle mode più recenti e l’esigenza di fare riferimento a un patrimonio formale oramai metabolizzato della modernità in cui lo stesso organicismo è affiancato da una componente razionalista, come appunto è possibile riscontrare nell’opera dell’architetto finlandese.
Questa doppia anima, organica e razionalista, emerge nella cantina Tormaresca a San Pietro Vernotico, Bari, un’opera complessa da gestire per le dimensioni, oltre 11.000 mq, ed il budget contenuto, circa 11 milioni di euro, la cui copertura ondulata vuole richiamare le onde del mare.
Tra i progetti disegnati per Antinori, uno dei grandi committenti dello studio, spicca a mio giudizio la cantina Monteloro, a Pontassieve, Firenze, perché immaginata come se fosse una sistemazione del terreno, per mezzo di terrazzamenti. A garantire il felice inserimento nel paesaggio circostante contribuisce la scelta dei materiali: cemento a vista lavato per i setti murari e travi in legno per i brise-soleil.
Nella cantina di Castagneto Carducci, Livorno, le coperture sono utilizzate per ospitare filari di vigne allineati con quelli della restante proprietà. Insieme alla pietra locale lungo le fiancate, sono previsti in facciata rivestimenti in lame di corten. Lasciano filtrare la luce del sole e, nello stesso tempo, permettono di intravedere dall’esterno gli spazi interni. Si sente un vago accenno decostruttivista, ma la motivazione è metaforica e non linguistica. Come la natura che non procede per geometrie semplici, è bene che anche l’architettura mostri un aspetto aperto e non troppo rigidamente definito e impedisca così ad una visione banale e semplificata dello spazio di prendere il sopravvento.
Luigi Prestinenza Puglisi








