L’architettura racchiude in sé tutto il piacere che ci proviene dalle piccole cose della vita quotidiana. La sua essenza crea una “geometria morale” che ci dà consapevolezza della collocazione del nostro spazio nel più vasto schema dell’universo. Ora più che mai è divenuta indispensabile questa coscienza. L’Austria in particolare, ha sempre manifestato un profondo credo nell’analogia tra le vite interiori e i fenomeni naturali del mondo minerale, tematica preminente degli scritti di Adalbert Stifter, quali Bergkristall, Kalkstein e Bunte Steine (rispettivamente: Cristallo di rocca, Pietra calcarea e Pietre colorate). Per non citare poi la fede goethiana nella fondamentale Polarität tra natura e esistenza. Infatti, solo pochi passi oltre il nuovo Musiktheater, su una stradina dedicata a Hugo Wolf, si erge una scultura di Fritz Hartlauer: Kristall. Scolpita in pietra di arenaria, troppo ampia per essere cinta in un abbraccio, rivela una proliferazione infinita di minuscole forme cubiche disposte secondo la geometria dei cristalli. Fritz Hartlauer, nel 1985 si tolse la vita proprio di fronte al luogo dove ora sorge il nuovo edificio. Chissà, forse in questa scultura è racchiuso il super ego di Ben van Berkel! Analogamente a ciò che avviene in presenza di un fenomeno scientifico, è la forza che lo scatena che ci interessa, in quanto rappresenta un segno di corrispondenza intrinseca della natura. Tale forza può rimanere invisibile al nostro sguardo, come l’elettricità o il magnetismo, e nondimeno la scienza ci dimostra che la terra tutta e il cielo non manifestano altro che il medesimo equilibrio nell’esistenza materiale. Il desiderio di trarre dalla difficile geometria del nastro di Moebius e della bottiglia di Klein gli elementi di un linguaggio che ci spinge ad andare oltre la percezione dei limiti del mondo a noi noto per riuscire ad intravederne uno finora inedito, ha costituito, sin dai suoi primi progetti, la principale forza creativa di UNStudio. Una strategia impiegata non soltanto nella realizzazione di piccole strutture residenziali, ma anche per lo schema del Museo Mercedes Benz di Stoccarda, dove la spina centrale forma una infinita fascia a spirale di rampe per accogliere le esposizioni ed il pubblico lungo un percorso interno.
Qui a Graz siamo invitati ad entrare in un edificio celato da una seconda pelle, una leggera maglia metallica che scivola con linee curve sull’intero edificio. Oltre questa cortina di ferro il pubblico è accolto da una scala monumentale a spirale che conduce al secondo piano, dove si trova l’ingresso del teatro. La scalinata imita il movimento dell’onda e suggerisce la presenza di forze misteriose similmente alla musica che dà sonorità a forze essenzialmente mute. Per dare vita ad una sensazione è necessario esercitare una forza su un elemento, un punto dell’onda (Deleuze). Come dare visibilità a forze elementari quali pressione, inerzia, peso, attrazione e gravità? Come renderle manifeste? Il Musiktheater ci permette di valutare appieno questo ambizioso progetto. Mentre siamo esortati a immaginare il movimento dei suoni, allo stesso tempo, nel nostro progredire lungo la scala veniamo innalzati in una dimensione trascendentale. E’ innanzitutto nella sensazione, interiorizzata, che scopriamo un residuo della nostra esperienza. Seduti nella sala del teatro rivestita con semplici rilievi lignei dipinti e lavorati con un unico motivo, un segno che riprende i principi progettuali, la scala, e la tensione che ci trasmetteva, è ormai fuori dal nostro campo visivo. Eppure, anche fuori campo, il ricordo ne riproduce un equivalente nella nostra mente. Inducendo ad interrompere il circolo della nostra contemplazione, ci prepara ad immergerci nello spettacolo teatrale della musica, seduti su panche che, elettricamente regolabili in altezza, offrono un’infinita molteplicità di configurazioni spaziali.
Nella città di Günther Domenig, autore della famosa Steinhaus, letteralmente “casa di pietra”, in cui non molto tempo fa si celebrò l’unico edificio realizzato di Peter Cook, la Kunsthaus, un immenso tubero blu adagiato sull’altra riva del fiume, è un piacere assoluto passare dall’imponente neoclassico della Opernhaus a questo più esile Musiktheater. Quando gli domandarono a cosa fosse dovuta la sua svolta radicale, Günther Domenig rispose, pare, che non aveva avuto altra scelta dato il passato nazista di suo padre. E’ in questo contesto, dove le forze che hanno dominato la vita di questa città non hanno ancora esaurito la tumultuosa danza della morte, che si inserisce questa nuova vicenda musicale. Nella sua eccessiva geometria non trova posto l’esagerazione, l’intenzione è quella di dare alla forma la legittimità del suo spazio, oltre il limite dell’utilità. L’esterno, costituito da una facciata enigmatica, velata, amplifica il senso di stupore che coglie all’interno. La struttura interna e la scala stimolano i sensi tattili e visivi, che una volta animati predispongono il pubblico ad una partecipazione estremamente emotiva.
E’ un edificio suggestivo dove si assisterà sempre a un duplice spettacolo, quello in scena sul palcoscenico e quello rappresentato dall’architettura. Gli arrangiamenti ritmici non sono mai identici nei progetti di UNStudio ma sempre strettamente correlati. Le variazioni sopraggiungono con brusche interruzioni di volume e sintesi. Ricche e infinite appaiono le sfumature, mentre le scelte teoriche sono spinte agli estremi, senza timore di assecondare una brillante intuizione seppure conduca ad una conclusione irrazionale. A Graz è stato realizzato un progetto inedito. Forse la forza dell’architettura sta nel distoglierci dall’ordinario pensare e sentire: a Graz questa esigenza è maggiore che altrove. Finché “la voce della folla non ha la forza di procurarmi piacere, o negarmelo, leggendo i versi di Catullo” (E. Pound), vale la pena di provare.
Yehuda E. Safran




