Nel 1995 Valter Camagna, Massimiliano Camoletto e Andrea Marcante, già prima di conseguire la laurea, decidono di aprire uno studio professionale. Lo chiamano UdA, acronimo di Ufficio di Architettura. Per cominciare, si dedicano agli interni: un passaggio in Italia quasi obbligato per farsi conoscere. Mettono a punto un’impostazione progettuale in cui il minimalismo si combina con aperture alla sensualità attraverso il gioco combinato della luce e della materia. La stessa sensibilità si nota anche nei primi manufatti edilizi commissionati. Il primo, l’ampliamento di casa Levis (2001) a Vandorno nel Biellese, è caratterizzato da una successione ritmica di esili telai in legno che avvolgono il volume edilizio: questi individuano uno spazio intermedio che funge da filtro tra la casa e il giardino circostante e in cui trovano collocazione balconi e scale. Il secondo è la sopraelevazione della sede Ilti a Torino (2004), un mediocre edificio industriale nobilitato dal nuovo intervento, scandito da pannelli di metacrilato retroilluminati con luci a fibre ottiche, e concluso alle estremità da due grandi vetrate che inquadrano il paesaggio circostante dove domina la collina di Superga con in sommità la chiesa dello Juvarra.
Tra i progetti che UdA ha recentemente realizzato spicca la ristrutturazione di Palazzo Gioberti nella omonima via, a Torino, per la qualità dell’intervento ma anche per la sua relativa eccezionalità. Con l’aria di restaurazione che tira in Italia e i numerosi vincoli ed ostacoli posti dalle Soprintendenze, infatti, non è affatto scontato che un palazzo ubicato nel centro storico di una delle maggiori città italiane possa essere trasformato con coraggio ed intelligenza. L’immobile, disegnato nello stile eclettico tipico della fine Ottocento, a cui si era aggiunta una sopraelevazione di un paio di piani realizzata nel dopoguerra, versava in uno stato di degrado a seguito della sua destinazione ad ufficio pubblico. L’immobiliare che ne avrebbe dovuto gestire la trasformazione, con una procedura tanto encomiabile quanto rara tra i privati, bandisce un concorso, invitando alcuni gruppi di progettazione ad esprimere idee sul possibile riutilizzo dell’immobile. Il progetto di UdA viene scelto perché oltre a prevede il restauro conservativo delle facciate dell’edificio storico, modifica radicalmente, configurandola con un disegno più contemporaneo, la sopraelevazione. All’interno una decisa riorganizzazione degli spazi per sfruttare le altezze degli interpiani, soprattutto del piano nobile.
L’edificio di via Gioberti è per UdA, abituato a lavorare su un’estetica degli opposti, un ottimo banco di prova per sperimentare le potenzialità estetiche del contrasto tra l’antico e il nuovo: tra l’edificio in stile eclettico riportato al suo originario stato e la sopraelevazione dai segni asciutti. Quest’ultima è risolta con un disegno minimalista dato da volumi lineari intonacati e dipinti color grigio antracite scanditi da lunghe bucature al cui interno sono alloggiati gli infissi in legno scuro con una scelta che associa un materiale freddo a uno caldo, esaltando la profondità degli sfondati. Inoltre conferisce alla sopraelevazione un andamento decisamente orizzontale che fa pensare a delle ville sospese. È all’ultimo piano, nei terrazzi panoramici di pertinenza dei due appartamenti posti al piano inferiore, che questa idea si concretizza con particolare efficacia. Grazie a pochi inserti - un pavimento con una pedana sopraelevata, snelle travi frangisole, esili ringhiere - l’edificio sembra flottare rispetto al paesaggio urbano circostante.
Vi è, poi, il disegno dei materiali. La pietra utilizzata per il volume dell’attico e per il rivestimento degli spazi comuni è scandita da solchi verticali: un accorgimento che evita di far vedere le giunzioni tra lastre diverse e che conferisce alle pareti un aspetto astratto. Lo stesso pattern è riproposto dai rivestimenti in legno. Il risultato è un edificio nel quale non si riesce a cogliere la linea di demarcazione tra artificio e semplicità: dove tutto ciò che sembra elementare è il frutto di un lavoro complesso e, viceversa, dove tutto ciò che appare complesso è, alla resa dei conti, concettualmente chiaro e semplice.
La casa unifamiliare a San Giusto è un’ulteriore riprova di questa impostazione sofisticata. La costruzione si caratterizza per il rifiuto di adeguarsi a un contesto di scarsa qualità fatto da villette a schiera, molte delle quali di disegno dozzinale. Si propone, invece, come una composizione di volumi prismatici: al piano terreno intonacati e dipinti di bianco e al piano superiore scanditi da un rivestimento in cui si alternano due toni del grigio susseguendosi secondo un ritmo verticale. All’interno uno spazio, non privo di connotazioni minimaliste, si caratterizza per la fluida concatenazione degli ambienti, per la trasparenza dei parapetti della scala interna e per il calibrato posizionamento delle vetrate che aprono al paesaggio circostante, consentendone alcune selezionate visuali. Chiamati a spiegare la propria poetica, Valter Camagna, Massimiliano Camoletto, Andrea Marcante hanno elencato sei principi.
Il primo è il rifiuto del mimetismo di matrice organicista. Quello che a volte con eccessiva ingenuità, si ispira agli alberi, alle nuvole o alle conchiglie. Al suo posto viene proposta un’architettura che punta alla geometria e alla sperimentazione sui materiali, che preferisce creare una nuova natura piuttosto che copiarla.
Il secondo principio è il rifiuto dei codici formali consolidati. Oggi, afferma UdA, non si può che procedere per smontaggio e rimontaggio. Quindi con un atteggiamento attento alla tradizione, ma rispetto a questa sostanzialmente eretico. Sembrerebbe la riproposizione di un atteggiamento manierista. Ma sino a un certo punto, perché il terzo principio punta invece ad una sensibilità neobarocca. “Infatti - scrive UdA - la progettazione deve mostrare come le cose si trasformano in un continuo diventare altro, al tempo stesso conservando e mantenendo un senso originario in cui rispecchiarsi con più o meno consapevole narcisismo. È l’invenzione barocca dello stupore dei sensi”.
Il quarto principio esalta il gioco degli opposti. Il quinto l’importanza della memoria che, attingendo alla dimensione temporale, mette in crisi lo spazio cartesiano tridimensionale. Il sesto l’interesse poetico delle strategie che puntano alla dissimulazione e al mascheramento, e così facendo mostrano il legame tra ciò che si vede e ciò che è nascosto.
Nel progetto per la sistemazione di uno studio notarile a Torino i sei principi emergono attraverso il contrasto artatamente costruito tra il nuovo e la preesistenza, tra rigore e sensualità, tra innovazione e citazione. Così anche nella scelta dei materiali come nel trattamento delle superfici attraverso la dialettica finito/non finito, materialità/artificialità, sofisticato/grezzo.
Il pericolo di un tale approccio, a suo modo estremamente sofisticato, è la caduta nel decorativismo. UdA, ne sembra consapevole. Tanto da presentare l’ultimo lavoro, un appartamento di 250 mq. nel centro storico di Torino, con le celebri parole “ornamento e delitto”.
L’obiettivo è di ritrovare attraverso la decorazione una componente emozionale. Ma sebbene l’operazione sia condotta con maestria, si intravede in lontananza un fantasma post-moderno. Non quello triste e classicista della Tendenza, ma quello post Sottsass, sia pur gestito con ironia e creatività.
Luigi Prestinenza Puglisi








