L’Espressionismo astratto, movimento artistico dominante degli anni ’50, annovera tra i suoi principali esponenti Clyfford Still. Personalità schiva, che non affidava le sue opere alle gallerie, Still lasciò New York per ritirarsi in campagna, e tenne per sé la maggioranza dei dipinti e degli schizzi creati nell’arco di sei decenni. Nel suo testamento dispose che tutta la sua opera fosse donata a una città americana disposta a creare una sede permanente per lo studio e l’esposizione della sua arte. Trentun anni dopo la morte il suo sogno si è realizzato a Denver. Il Clyfford Still Museum è un’impeccabile integrazione di arte e architettura, un corpo saldamente ancorato al suolo e aperto verso il cielo. Brad Cloepfil dello studio Allied Works Architecture ha lavorato in stretta collaborazione con il direttore del museo Dean Sobel per realizzare ambienti a scale diverse adatti ad ospitare sia le immense tele dalle quali la pittura irrompe con energia, sia le prime opere, più piccole, e gli schizzi. Questo sobrio tempio dedicato a un grande maestro dell’arte contemporanea si affianca all’ampliamento del Denver Art Museum realizzato nel 2006 da Daniel Libeskind ed è difficile immaginare un accostamento più spettacolare di concezioni architettoniche diverse. Il museo di Libeskind è esibizione ed espressione di sé, un’icona spigolosa e argentea, in cui l’esposizione delle opere d’arte rimane complessa, nonostante gli sforzi dei curatori per utilizzare angoli acuti e pareti inclinate. Brad Cloepfil, al contrario, ha creato degli spazi espositivi tesi a valorizzare tutta l’energia delle impetuose tele di Still, calibrando le proporzioni di ogni singolo ambiente e integrandoli come parte di un unico volume: ne risulta un blocco di cemento nervato che non vuole porsi assolutamente in competizione con il vistoso vicino. Questa architettura inserita nel distretto culturale di Denver dovrebbe essere d’esempio ai dirigenti dei musei quando scelgono un architetto per creare o ampliare le loro strutture. Dimostra infatti come l’arte venga valorizzata meglio da architetti che lavorano dall’interno verso l’esterno, concentrandosi sulla funzione primaria dell’edificio piuttosto che puntare su una facciata sensazionale. In una recente intervista Cloepfil ha dichiarato “Mi piace l’idea di limite che condiziona azioni, scelte e decisioni, mi piace l’idea di proporre qualcosa che possa divenire un paradigma per distinguere tra loro cose diverse”. Cloepfil ha tratto ispirazione dalle forme primarie e dall’illuminazione diffusa del Kimbell Art Museum di Louis Kahn a Fort Worth, dall’atmosfera discreta del Cy Twombly Museum di Renzo Piano a Houston e dal Museo Picasso di Parigi, con il suo caratteristico intreccio di gallerie e percorsi. Come risulta dagli schizzi progettuali, le forme a blocco e la planimetria ortogonale erano presenti fin dall’inizio e i cambiamenti apportati nel corso di due anni hanno definito proporzioni e spazi senza allontanarsi da questa impostazione rigorosa. Riguardo la distribuzione interna, al piano terreno si sviluppano i locali, lasciati in penombra, per l’immagazzinamento e la conservazione delle opere. Dal foyer, una scalinata conduce alle gallerie espositive del primo piano, ed è un fascio di luce naturale ad invitare i visitatori a salire, senza necessità di indicazioni. In gallerie alte 3,7 metri con soffitti in calcestruzzo a tessitura diagonale sono esposte le opere più piccole e gli schizzi; questi spazi convergono verso le sale principali dove su tramezzi alti 4,2 metri sono esposte le grandi tele illuminate dalla luce naturale che penetra dai lucernari in copertura e viene diffusa attraverso i soffitti in calcestruzzo perforato posti ad un’altezza di 5,5 metri. Le pareti sono disposte come pannelli scorrevoli e i tagli delle aperture incorniciano altre tele collocate su pareti più arretrate, lasciando che i visitatori si avvicinino gradualmente alle opere fino ad essere catturati dalle forme frastagliate e dai loro vibranti colori. Ogni galleria è concepita come un ambiente proporzionato all’opera esposta e si collega naturalmente agli spazi successivi aprendo scorci visuali dell’intero piano. Le variazioni di altezza e di intensità della luce costituiscono un’esperienza sensoriale che “rende inevitabile un contatto empatico con l’opera di Clyfford Still”, osserva Cloepfil. A cornice di questa esperienza emotiva gli architetti hanno voluto creare un unico corpo emergente dal terreno. Dopo diversi tentativi per riuscire ad ottenere una superficie grezza a nervature verticali, l’effetto materico di facciata si è ottenuto con calcestruzzo gettato in opera usando speciali casseforme. Questo rilievo, all’esterno e all’interno, è ravvivato dai cambiamenti della luce naturale e la sua tattilità fa da contrappunto alle superfici di supporto delle tele, in cemento liscio e cartongesso, non colpite dalla luce diretta. Le schermature del soffitto perforato in calcestruzzo bianco con aperture ovali allungate sono state ugualmente gettate in opera. I pavimenti della galleria sono in quercia bianca. La scelta limitata dei materiali e i toni neutri si combinano a texture riccamente variate, che trasformano questo semplice blocco rettilineo in un’intelligente opera d’arte che rende omaggio all’espressività del pittore e la arricchisce. Raramente s’incontra un’integrazione così organica fra arte e architettura. Michael Webb








