
Il desiderio di contatto esclusivo con la natura e la necessità di riconoscersi come comunità che condivide gli stessi ideali formano e strutturano l’insediamento di Forest’s Quintet, vicino alla catena montuosa di Yanggu, nella Corea del Sud. Concepito come alternativa vivibile all’abitare urbano, Forest’s Quintet sembra evocare e interpretare alcune delle istanze e delle riflessioni che già furono della Broadacre City di Frank Lloyd Wright: modello di vita in antitesi alla città, Broadacre City proponeva un’idea di società e di città fondata sulla unità abitativa monofamiliare a diretto contatto con la natura e con la terra (un acro per famiglia), da cui trarre i prodotti per la sussistenza. Forest’s Quintet nasce dal duplice e persistente bisogno di contatto con la natura e con la comunità: da qui l’idea di un gruppo di cinque residenze individuali che insieme formano un rifugio ideale per coloro che le abitano. Hyunho Lee, James Wei Ke - Chiasmus Partners - hanno ricevuto l’incarico da cinque familiari e amici intimi che hanno deciso di costruire insieme un rifugio dove ritirarsi. La volontà di identificarsi come gruppo da un lato, e quella di assecondare le esigenze personali dall’altro, hanno indirizzato e dato forma al progetto finale, sia nella relazione di ogni singola unità con il contesto, che nella scelta dei materiali, dei volumi e della distribuzione interna. Le cinque residenze sono disposte a semicerchio intorno ad uno spazio centrale alberato, delimitato e definito dalla strada di accesso ad ogni unità. Il giardino collettivo inscritto tra i cinque volumi è ombreggiato da alti pini che permettono la visuale e la relazione tra gli abitanti di Forest’s Quintet; a monte delle cinque ville, solo il fitto bosco della montagna, a proteggere e custodire il piccolo insediamento. La disposizione e la concezione delle architetture si ispira all’idea dei padiglioni orientali, in particolare quelli dei giardini coreani: pensati come architetture immerse nella natura, sono disposti in modo tale da orientarsi verso diverse visuali nonostante la loro vicinanza, senza mai dare l’impressione di un insediamento affollato. Nessuna recinzione separa le ville dalla natura e dai reciproci vicini: solo dislivelli e differenze di quota separano e tracciano immaginarie aree di pertinenza delle residenze; muri a secco e piccoli arbusti indicano e segnano i percorsi e gli accessi, lasciando per lo più ai materiali della natura il compito di disegnare il suolo e gli spazi di relazione. Ogni villa assume significato nel rapporto che instaura con gli elementi che la circondano: le montagne, il bosco, le altre case e lo spazio, fisico e sociale, che le unisce, influenzandone volumi, forme e distribuzione interna. Benché diversamente articolate ed ognuna con la propria identità, ogni dimora definisce il suo volume, la sua forma, l’articolazione dei suoi spazi interni ed esterni, i materiali, in relazione alle tre componenti prima citate: natura, comunità, intimità. Come nei padiglioni tradizionali, l’edificio è totalmente aperto alla natura: queste residenze non sono semplicemente oggetti inseriti nel paesaggio, ma piuttosto concepite per permettere alla luce, all’aria e alla vista di attraversarle. Grandi vetrate e ampie superfici perimetrali aumentano la superficie di contatto tra interno ed esterno, come la complessa articolazione dei volumi in relazione alle differenze di quota permette di prendere contatto con il terreno in ogni stanza. Estroversione, trasparenza, apertura verso la natura e il paesaggio, superficie di contatto estesa tra chi sta dentro e chi sta fuori, senza mai definire limiti e barriere. Anche le terrazze che si creano dall’articolazione e dalla composizione dei volumi a diversi livelli sono, ad un tempo, spazio di confronto e di connessione visiva tra gli abitanti, affaccio privilegiato sul paesaggio. Trasparenza e convessità traducono l’apertura verso l’esterno, così come spazi concavi e protetti concretizzano il bisogno e l’esigenza di intimità e introversione di ogni dimora: tutte, anche se con variazioni ed eccezioni, presentano un angolo chiuso e nascosto agli sguardi degli altri, spazio intimo e segreto. Anche i materiali utilizzati contribuiscono a creare un linguaggio comune tra le residenze: per i rivestimenti esterni - pareti e terrazze - è stato utilizzato un legno rosso molto resistente che con il passare del tempo e degli agenti atmosferici assumerà un colore grigiastro, come risultato del naturale processo di invecchiamento del legno. I materiali e i colori degli interni sono semplici e combinati a seconda delle richieste dei singoli proprietari: il bruno caldo del legno si alterna al bianco luminoso delle pareti e al grigio dei serramenti, scorci e visuali sul paesaggio delimitano il resto dell’ambiente interno. Durante il processo progettuale, ogni famiglia ha contribuito con numerose suggestioni e discussioni a definire il proprio spazio di vita ideale. Alla fine il risultato è stata una totale soddisfazione da parte di progettisti e proprietari, in un spazio dell’abitare concepito su misura per ognuno di loro. Forest’s Quintet interpreta e dà forma ai due bisogni che da sempre caratterizzano e orientano l’insediamento umano: la condivisione e l’appartenenza ad una comunità e l’espressione e manifestazione della propria individualità all’interno di una dimensione collettiva. Forme e volumi diversi danno spazio all’intimità, mentre la natura, come scelta condivisa, accoglie tutti.