By A Web Design


Home

Olympic London - Intervista a Mario Kaiser, ODA* Principal Design Advisor

| Urban |


059-Mario-Kaiser Andrea Boschetti - Entriamo nel vivo, in pieno stile anglosassone, con una domanda fondamentalmente “politica”: come si può progettare un grande evento in tempi di profonda crisi economica? Può essere considerato un fatto propulsivo e non un ulteriore aggravio economico per le tasche dei cittadini del paese organizzatore? E se sì, ci spieghi come e perché?
Mario Kaiser - Rispondo in modo altrettanto semplice e diretto: è ancora possibile progettare un grande evento solo se lo si interpreta come un’opportunità per convogliare sulla città ospitante fondi e risorse economiche per operazioni necessarie al bene della realtà locale, inseguite da lungo tempo. A Londra, da molto si doveva intervenire su un’area strategica per lo sviluppo dell’East London, la cui rigenerazione avrebbe richiesto circa 25 anni. Le Olimpiadi diventano quindi il pretesto per accelerare e portare a compimento opere necessarie che nel normale corso degli eventi avrebbero impiegato un tempo assai più lungo. L’operazione riveste un ruolo strategico per il riassetto degli equilibri dell’intera metropoli. East London perde il suo carattere unicamente industriale e commerciale e si propone come alternativa al West London per la residenza e per il terziario.
La City invece si riappropria di un ruolo più centrale e baricentrico, decongestionando il flusso giornaliero dei trasporti pubblici dal West (residenza) alla City (lavoro) e viceversa. Altro importantissimo fattore che giustifica lo sforzo e l’impegno finanziario è rappresentato dal saper ottimizzare i fondi, minimizzando le spese dell’ente pubblico e massimizzando il coinvolgimento dei vari attori del settore. In altre parole occorre che, soprattutto in tempi di grave crisi economica, l’evento crei posti di lavoro e supporti in modo equilibrato e sostenibile l’intero settore delle costruzioni. In ODA (Olympic Delivery Authority, l’agenzia governativa preposta alla progettazione e realizzazione del Parco Olimpico), non più di un centinaio di dipendenti hanno gestito un budget di 9,35 miliardi di sterline. Tutto, a partire dal Project Management, è stato affidato a privati tramite gare e concorsi pubblici e internazionali. Il ruolo dell’ente pubblico è stato limitato a una supervisione strategica, rendendolo agile e veloce sul fronte decisionale. Londra vinse l’aggiudicazione delle Olimpiadi nel 2005, con un anticipo, come da prassi, di sette anni sui Giochi e in un momento di pieno boom economico. Inimmaginabili erano gli scenari mondiali che si sarebbero configurati di lì a pochi anni. Quando nel 2008 esplose la grande crisi economica che toccò pesantemente anche la City londinese, in molti se ne pentirono. Adesso, pur in anticipo rispetto all’evento, si può dire che proprio il programma olimpico ha salvato molte aziende del settore.

A. B. - La rigenerazione urbana delle città (possibilmente sostenibile), e la fine della loro crescita espansiva, sta modificando radicalmente il concetto di sviluppo e visione del futuro. È forse l’aver compreso tutto questo in anticipo che ha reso “vincente” Londra su Parigi?
M. K. - In effetti Londra vinse contro Parigi al “fotofinish” e grazie alla visione fornita dal Bid Book, il file di candidatura. Ne riporto testualmente il primo paragrafo: “The vision is to stage an exceptional Olympic Games and Paralympic Games with a profound and lasting legacy…The new Olympic Park, the centrepiece for the Games, will reclaim the Lower Lea Valley and transform one of the most underdeveloped areas of London and the UK into a benchmark 21st century urban environment…”. La visione di lasciare alla città un patrimonio di valore, facilmente gestibile, rispondente ai fabbisogni reali è un principio subito tradottosi in concetto chiave. Su questo si basa la candidatura. Non un’ennesima operazione di sviluppo periferico, ma un intervento sulla realtà più sottosviluppata della Gran Bretagna per un’operazione intelligente di rigenerazione urbana. Si tratta della bassa Valle del fiume Lea, affluente del Tamigi, da più di vent’anni in stato di completo abbandono, con tassi di disoccupazione e criminalità altissimi. Anche per la presenza del fiume e dei suoi canali, quest’area rappresenta una cesura tra i quartieri che vi si affacciano (Newham, Waltham Forrest, Hackney, Tower of Hamlets). Il progetto prevede la realizzazione del primo parco urbano a Londra dai tempi della Regina Vittoria, che per estensione (circa 200 ettari) e ricchezza naturale non ha niente da invidiare agli altri famosi parchi londinesi. La rigenerazione è prima di tutto di carattere ambientale e interviene pesantemente su ogni aspetto dell’esistente. Si ripuliscono le vie d’acqua dalle auto e da ogni genere di elettrodomestici. Si decontamina il suolo con complessi macchinari che abbiamo chiamato “ospedali del terreno”, grazie ai quali la terra viene ripulita da idrocarburi e da altri inquinanti per essere, al 90%, riutilizzata in loco. Si riconfigurano le linee elettriche dell’alta tensione da aeree a sotterranee con la costruzione di un cavidotto lungo circa 3 km.

A. B. - In questo quadro di cambiamento culturale sembra che anche l’architettura stia perdendo quel narcisismo e quell’autoreferenzialità che tanto avevano caratterizzato l’ultimo decennio del secolo scorso e i primi anni di questo. Un grande evento, tuttavia, ha sempre bisogno di “oggetti simbolo”, di scenografie stupefacenti; come coniugare questa esigenza con una filosofia meno urlata della città, con un’architettura al servizio più dell’uomo e meno dell’immagine?
M. K. - Credo che il manifesto delle Olimpiadi di Londra sarà proprio questo, il ritorno a un evento a scala umana, a un’architettura al servizio della città, delle sue esigenze. Londra si pone come nuovo paradigma da emulare nella pianificazione dei prossimi grandi eventi nei paesi industrializzati. In questo senso va interpretato il grande lavoro fatto sulla progettazione degli edifici e delle infrastrutture, centrato sul dettaglio, sulla piccola scala. Su come fare funzionare ogni singolo elemento durante l’evento, ma soprattutto nel futuro per l’uso quotidiano dei residenti. Un esempio esplicativo è rappresentato dai ponti. Dicevo prima della situazione di frattura rappresentata da quest’area; ebbene, si sono costruiti una cinquantina tra passerelle, ponti pedonali e ponti veicolari. Non tutti serviranno per il parco del futuro e soprattutto non con l’ampiezza richiesta durante le Olimpiadi. Così ogni singolo ponte è stato progettato e costruito prevedendo una parte che sarà smontata dopo l’evento e una parte destinata a rimanere, rispondendo a requisiti diversi in fatto di costi, manutenzione, longevità della struttura e dei materiali. Sono questi gli aspetti di un’architettura meno urlata, che ben pochi spettatori delle Olimpiadi coglieranno, ma che l’architettura di oggi deve saper affrontare facendosene carico.

A. B. - Ci racconti alcune architetture pensate per le Olimpiadi di Londra e concepite secondo questo spirito?
M. K. - Tutte le architetture per le Olimpiadi di Londra rispecchiano questi concetti, posti alla base di tutte le gare che abbiamo indetto; è stato molto interessante vedere come ogni proposta rispondesse in modo diverso e innovativo alla stessa problematica, segno che le esigenze di un’architettura più leggera, temporanea, flessibile sono ben presenti ai professionisti del settore. Gli impianti sportivi sono distribuiti nella città in tre macro aree: il centro, il fiume e il Parco Olimpico. Nelle prime due si usano impianti preesistenti, oggetto di un’operazione di (pesante) allestimento da parte del Comitato Olimpico, nella terza, il Parco Olimpico, avrà luogo l’80% degli eventi sportivi ed è in quest’area che si sono concentrate le maggiori risorse. È qui che, a fronte di una quindicina di impianti realizzati ex novo, ne rimarranno solo quattro a uso futuro della città. Gli altri saranno smantellati e restituiti ai fornitori per singoli elementi (tribune e sedute, bar e negozi, bagni, arredi), in molti casi già con accordi in questi termini. Oppure verranno smontati e ricostruiti altrove nel Regno Unito, come per esempio le piscine d’allenamento che saranno rilocalizzate in Scozia. Dei quattro impianti sportivi destinati a rimanere dopo le Olimpiadi, i due più importanti, il Centro Acquatico e lo Stadio, nel giro di alcuni mesi saranno riconvertiti e adeguati alle esigenze quotidiane degli utenti locali. È un’operazione ben pianificata attraverso un processo progettuale impostato in senso opposto: gli impianti sono stati progettati per l’uso futuro e poi adattati ai fabbisogni straordinari delle Olimpiadi. Il Centro Acquatico, ad esempio, avrà una capienza massima di 2.500 spettatori, per ospitare anche gare internazionali, ma durante le Olimpiadi la piscina deve poter ospitare ben 17.500 spettatori! Allora, insieme al team di Zaha Hadid, che ha vinto il concorso, è stato formulato un progetto che permetterà a Londra di avere una piscina all’avanguardia in un edificio dalle forme sinuose ed eleganti, caratterizzato da due ampie vetrate laterali. Per le Olimpiadi però le vetrate non sono state installate per dare spazio a due tribune con struttura prefabbricata che accoglieranno ognuna 7.500 spettatori. L’edificio ne viene snaturato ed è quasi impossibile capirne forme e struttura. La funzionalità ha prevalso sull’estetica, le risorse disponibili sono state spese per l’edificio del futuro e le casse del quartiere di Londra che lo prenderà in gestione non dovranno mantenere un impianto sovradimensionato. Altro esempio è lo Stadio Olimpico, riconfigurato nel post-evento da una capienza di 80.000 spettatori a 25.000. La trasformazione avverrà in modo innovativo: non si taglieranno posti in pianta, come successo in passato, ma in sezione. Le tribune superiori e la copertura saranno smontate e rivendute sul mercato per singoli elementi: acciaio (non saldato ma imbullonato), tela della copertura, cavi della tensostruttura, sedute. Rimarranno le tribune dell’anello più basso, ricavato nella differenza di quota del terreno, quasi fosse un anfiteatro. Anche i due terzi dei locali di servizio, bagni, posti di pubblica assistenza e sicurezza, punti di ristoro e merchandising, sono di carattere temporaneo e verranno rimossi.

A. B. - Chi è generalmente contrario alle candidature per l’organizzazione di grandi eventi internazionali (olimpiadi, mondiali di calcio, esposizioni) ritiene il rischio di cementificazione un prezzo troppo alto in un mondo che paga già un prezzo rilevantissimo alla mancanza di risposte concrete ed efficaci ai bisogni più semplici e comuni dell’uomo, come vivere ed abitare in luoghi più sostenibili e di qualità. Tu cosa ne pensi?
M. K. - La grande maggioranza della popolazione britannica era contraria all’organizzazione dei Giochi Olimpici. In Gran Bretagna tutte le ultime esperienze di grandi opere pubbliche erano state negative, in forte ritardo sui tempi, molto al di sopra del budget pianificato. Tra queste lo Stadio di Wembley, il Dome di Greenwich, il Millennium Bridge. Durante l’intero percorso dell’attività della ODA la stampa nazionale ha esercitato su di noi una pressione incredibile, forte di un’opinione pubblica molto critica. Solo a partire dall’inizio del 2011, con i primi segni di completamento del programma, la pressione si è leggermente allentata e il pubblico ha cominciato a dare segni di entusiasmo. Penso sia giusto rimanere cauti nei confronti dell’organizzazione di grandi eventi perché le risorse economiche in gioco sono molte, e innumerevoli gli interessi che vi gravitano attorno. Forse però, anche se è presto per dirlo, l’esempio di Londra ci dà qualche speranza. Due sono i punti cardine di un eventuale successo. Innanzitutto l’unità di intenti delle autorità a tutti i livelli, con obiettivi precisi, ruoli chiari. Fondamentali risultano gli accordi presi ancora prima della presentazione della candidatura e in questo la politica gioca un ruolo chiave. Se non si concordano procedure straordinarie partecipate da tutti nei tempi e nei modi, il processo di pianificazione di un evento di tale complessità si arena a ogni passaggio. Il secondo fattore è la partecipazione al processo di gestione del progetto del privato, che affianca il pubblico apportando dinamicità, reattività, agilità. È il meccanismo del Delivery Partner, ormai molto comune nel mondo anglosassone, che affida l’intero Project Management a un consorzio di società private, che con il pubblico si spartiscono onori (bonus altissimi in caso di successo), ed oneri (penalità altrettanto alte in caso di insuccesso).

A. B. - Quella del progetto Olimpiadi a Londra è, dunque, una visione non convenzionale rispetto alla tradizione delle grandi esposizioni internazionali, pensata come un layer diffuso sulla città e non come un punto ad alta concentrazione attrattiva. Un’idea molto più efficace nel far comprendere le ricadute positive alla città e ai suoi cittadini, un’occasione importante per il rilancio e la rigenerazione delle città.
M. K. - La visione del progetto Olimpiadi a Londra è, come abbiamo detto prima, quella di mettere l’evento al servizio della città, sovvertendo i criteri fin qui adottati, secondo i quali, pur di ottenere l’aggiudicazione, città come Atene sono state stravolte e ne pagano pesantemente ancora oggi le conseguenze. A Londra la maggiore “vittima” di tale sovvertimento di equilibri è stato proprio il Comitato Olimpico, che da ruolo di committente principe di tutte le opere progettate nelle passate olimpiadi, ha rivestito un ruolo quasi secondario, un po’ scomodo perché latore di richieste fuori scala rispetto alle richieste del vero committente, ovvero gli enti della città. Anche qui occorre precisare: al tavolo dei committenti è fondamentale che sieda non tanto l’autorità locale che prende in carico l’impianto sportivo, l’edificio o l’infrastruttura, quanto la figura che vi opererà, ovvero chi davvero conosce le funzionalità che tale impianto dovrà assolvere.

A. B. - Il concetto di sostenibilità ha svolto un ruolo determinante nel progetto Olimpiadi. Ci racconti operativamente come tale concetto umanistico ha attraversato le diverse scale del masterplan, dal progetto urbanistico a quello di dettaglio architettonico? Sono stati utilizzati criteri certificati? L’interesse per l’invariante ecologica nell’assetto progettuale è evidente, come si è riusciti a non ridurre tale principio a una retorica del progetto come purtroppo spesso accade? Ci parli della formula di gestione e dell’impostazione del progetto?
M. K. - La sostenibilità risulta spesso un concetto astratto non seguito da azioni concrete. Anche e soprattutto questo si è voluto combattere con le Olimpiadi di Londra. Ho menzionato la sostenibilità ambientale, declinata in tutti gli aspetti, dalla purificazione dell’acqua alla creazione di nuovo verde, dalla gestione dei rifiuti alla realizzazione di una nuova rete fognaria, all’approvvigionamento dei materiali da costruzione attraverso le vie d’acqua. Ma sostenibilità significa anche attenzione all’energia e alla massima riduzione dei consumi con l’imposizione di target precisi a ognuno dei circa cinquanta progetti, edifici ed infrastrutture, che fanno parte del programma, affinché tutti contribuiscano a centrare l’obiettivo comune. Lo stesso meccanismo è stato applicato alle fonti di energia rinnovabili, rappresentate innanzitutto da una grande pala eolica posta nel Nord del parco; ogni progetto ha dovuto contribuire all’obiettivo finale, con l’installazione di pannelli fotovoltaici, impianti di geotermia o altro. Una nuova centrale elettrica è stata realizzata per produrre l’energia sufficiente a servire l’intero parco e una discreta area intorno. Il vero concetto di sostenibilità, però, credo rimanga insito nei concetti espressi prima: per ogni sterlina spesa per i lavori, solo 25 pence sono destinati ai Giochi, il resto è per la città. È un calcolo possibile, poiché si conosce già l’importo delle opere e del loro smontaggio e smantellamento, si sa chi ne sarà incaricato ed è stabilito entro quando lo dovrà fare. Per la prima volta nella storia, l’agenzia che progetta e realizza l’evento (ODA) e l’agenzia che gestirà l’area in seguito fanno capo alla stessa autorità e lavorano fianco a fianco per tre anni già prima dell’evento. I rischi di scarico di responsabilità e di incertezze è così ridotto al minimo. Si lavora su tre masterplan, quello per le Olimpiadi, quello della Trasformazione, quello della Legacy. La Trasformazione è il periodo in cui, da Ottobre 2012 a Dicembre 2014, il Parco verrà trasformato per l’uso quotidiano da parte della comunità locale, comprese le operazioni di smontaggio e/o riconfigurazione degli impianti. La Legacy è invece la visione dell’area come potrà essere tra 15-20-25 anni. Nessuno può essere oggi responsabile di tale masterplan, in cui i privati avranno un ruolo fondamentale; ma rappresenta la visione a cui ambire, e se i masterplan precedenti sono stati pensati e saranno attuati nel modo giusto, è molto probabile che anche il terzo masterplan prenda corpo come pianificato.

A. B. - Londra sta dimostrando al mondo intero che la città è in grado di ripensare se stessa e, soprattutto, che luoghi considerati degradati e irrecuperabili possono divenire nuove centralità da riconquistare e luoghi di grande intensità collettiva. Mi vengono in mente la O2 Arena o altri district lungo il Tamigi sino a qualche anno fa non certo visitabili; quale il segreto, soprattutto da un punto di vista della sostenibilità economico-finanziaria? Non è forse vero che rifunzionalizzare e rigenerare è un’operazione molto più dispendiosa che costruire ex novo?
M. K. - Guardando ai numeri in modo freddo e superficiale, costruire ex novo in una nuova area periferica della città sarà sempre meno dispendioso e più remunerativo che rifunzionalizzare e rigenerare un’area preesistente. Ma questo non è il ruolo che spetta all’autorità pubblica, non è questa la pianificazione urbana da perseguire.
Il pubblico si deve fare carico di operazioni come quella di Londra perché di tali operazioni beneficiano altre aree, come quelle al contorno, e a volte ne trae beneficio l’intera città, come nel caso del riequilibrio dei flussi pendolari verso la City di cui si parlava. Attenzione però: il pubblico deve essere solo promotore ed elemento scatenante di tali operazioni, la rigenerazione deve poi continuare con energie proprie. In questo caso, la riqualificazione si identifica nella creazione del Parco, nell’introduzione del verde come elemento di forte qualità urbana. A questo si associa una buona rete di trasporti già esistente, che gli operatori avranno tutti gli interessi a potenziare. Eppoi il privato: Westfield costruisce sul bordo del parco uno dei più vasti centri commerciali d’Europa con marchi commerciali prestigiosi. Avremo così tre elementi fondamentali per una nuova qualità urbana: verde, trasporti, retail. È molto probabile che su questa base si possa sviluppare un buon mix sociale in grado di attrarre investimenti privati in residenza, terziario e piccola industria.

A. B. - Il progetto dei servizi nel masterplan appare come uno degli aspetti più interessanti e all’avanguardia. Ci racconti qualche esempio virtuoso di trasformazione infrastrutturale e di progettualità connessa alla messa in opera di nuovi luoghi ad uso pubblico per la città, funzionali anche per il dopo Olimpiadi?
M. K. - Dell’esempio dei ponti abbiamo parlato, ma vi sono molti altri casi. Il passaggio centrale del Parco Olimpico si trova in prossimità di una chiusa idraulica preesistente che ne limitava fortemente la larghezza di circa 40 m richiesta dalla enorme affluenza di spettatori. Abbiamo effettuato un concorso anche per questa infrastruttura e premiato la soluzione semplice e ingegnosa degli architetti Heneghan Peng di Dublino. Il passaggio si alza, diventa ponte e va a coprire la chiusa durante l’evento assecondando l’ampiezza del percorso richiesto. Una volta riconvertito, il passaggio si sdoppierà in due percorsi di circa 2/3 m di larghezza, di cui uno permetterà di riscoprire la vecchia chiusa ristrutturata e contornata da nuovi piani obliqui che daranno vita ad uno spazio per skateboard, spettacoli e relax. Lo stadio stesso ne è un altro esempio. Si è detto della riconversione che si opererà per la funzione propria dell’impianto, ma il disegno di come l’urbe si stringerà attorno all’impianto negli anni a seguire non è dato sapere. Abbiamo voluto però assicurare alle residenze la possibilità di arrivare a essere adiacenti allo stadio per ricreare la scala umana dell’intervento. Allo stesso modo importanti corridoi dei servizi sono stati realizzati e sovradimensionati perché in futuro possano essere in grado di rispondere a diverse esigenze. Il prototipo di riferimento sono le piazze italiane, spesso nate da una preesistenza romana, penso alla Piazza di Lucca. È a quella scala e trasformazione che abbiamo guardato, devo dire non senza una certa presunzione.

A. B. - Un’ultima domanda, più personale. In Italia, l’alternativa all’espansione delle città, non sembra ancora essere la rigenerazione urbana, ma piuttosto l’opzione zero! Londra ci insegna che non ci può essere rigenerazione senza densificazione, sostenibilità senza interventi di trasformazione e, soprattutto, modernizzazione senza possibilità di risposte flessibili alle necessità che la contemporaneità avanza giorno dopo giorno. Perché l’Italia non ha ancora compreso che se vuole essere più sostenibile non può più pensare lo sviluppo urbano come un insieme di vincoli ma piuttosto come un palinsesto di potenzialità?
M. K. - Anche in questo campo il nostro paese presenta lacune e problemi a volte apparentemente insormontabili. I vincoli a volte assurdi, le leggi innumerevoli, i regolamenti spesso indecifrabili sono, io penso, i segni di una nostra cultura profondamente radicata. Da una parte, in un paese di tesori artistici ed ambientali, la linea che ci caratterizza è quella della conservazione. Per non perdere qualcosa di valore, si conserva tutto precludendo operazioni come quella di Londra che prendono coscienza che un’area vasta va ripensata e riprogettata in toto. Per il bene collettivo a volte si può e si deve sacrificare un interesse individuale. D’altra parte le leggi sono così numerose proprio per salvaguardare l’interesse collettivo e non quello privato e quindi è un gioco senza fine. Penso che finché non impareremo davvero a fare sistema, a concertare tutti insieme operazioni ormai non più differibili nel tempo, rimarremo molto indietro perdendo occasioni importanti difficilmente ripetibili. La città deve sapersi riconvertire adesso, per stare al passo con l’innovazione, la velocità, la tecnologia. E la formula del grande evento che accellera i cambiamenti può essere ancora la soluzione vincente.

 
abbonamenti-4

Archivio The Plan