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| Vladimir Djurovic | Steven Holl Architects | DW5 Bernard Khoury | Machado and Silvetti Asociates | L.E.F.T. Architects |

Beirut Urbanistica Edonista

| Beirut | Libano |
| Urban |


055-beirut-urbanistica-edonista METAFORE
Crocevia di tre continenti. Porta d’Oriente. Parigi del Medio Oriente. Queste le definizioni coniate, prima della globalizzazione, per definire la conglomerazione urbana conosciuta con il nome di Beirut. Oggi però la capitale del Libano è identificata sempre più con un nuovo slogan: “Las Vegas del Mediterraneo”. Tutti sembrano d’accordo: un nuovo edonismo ha trovato spazio sulle spiagge libanesi. È un riflesso della mitica “joie de vivre” di Beirut? O si tratta piuttosto di una conseguenza della nuova crescita urbana della città? Possiamo formulare delle teorie su questo parallelismo? E in caso positivo, quale sarà la metafora finale? I parallelismi sono sempre problematici, ma la scala del fenomeno è tale che qualcosa deve pur significare. Potremmo vedere in Beirut il teatro che mette in scena l’ultimo atto del divario tra parole e significato, in una confusione di linguaggi e riferimenti che genera confusioni semantiche più importanti? Forse non esiste più un significato condiviso delle parole, tanto che a Beirut persone diverse usano parole diverse per identificare la medesima cosa? È questo dovuto ad una mancanza di autenticità? Alla nostalgia per le cose perdute? Ad entrambe? L’identità si confonde. O si denuda. Cosa rimane?

PARADOSSO

Il boom edilizio che Beirut sta sperimentando da quarant’anni ha subito nell’ultimo decennio un’accelerazione radicale. È un boom senza precedenti, che conosce pochissime pause, e niente sembra in grado di fermarlo. Attacchi terroristici, virus pandemici, instabilità politica, crisi finanziarie, nubi vulcaniche: tutti gli eventi che, nel corso degli ultimi dieci anni, sono stati ritenuti responsabili delle crisi che hanno (temporaneamente) sconvolto il resto del mondo, non hanno avuto alcun effetto sulle imponenti volumetrie in costruzione a Beirut, rendendola un interessante caso di studio. Neppure la guerra civile ha fermato l’attività edilizia che ha creato, grazie alle molte risorse del popolo libanese, un paradosso mediterraneo: si è costruito più di quanto sia stato demolito durante e dopo la guerra. Per comprendere la complessità di questo fenomeno, è necessario analizzare la storia recente libanese, che ha creato uno spazio conteso in cui tutte le contraddizioni della società contemporanea emergono in modo radicale, tanto da permeare quasi tutto: la lingua, i costumi, i comportamenti sociali, le interazioni umane e i due elementi che ingolfano lo spazio fisico e virtuale della globalizzazione: il traffico veicolare e il traffico dati.

EFFETTO 11 SETTEMBRE
Ci sono molte ragioni, locali e globali, per l’effervescente attivismo immobiliare di Beirut. Sarà questo il glocal? La prima ragione è dovuta, a fronte di una grande richiesta, ad un drammatico deficit di case scatenato dalla guerra civile durata quindici anni, che ha contrapposto le comunità Cristiane e Musulmane nelle due metà orientale e occidentale della città, facendo tabula rasa di intere porzioni urbane. I fatti parlano chiaro: al termine della guerra, due terzi del tessuto urbano si trovava in condizioni non recuperabili, le infrastrutture erano state annientate, le proprietà frammentate, il fronte mare reso inagibile da quindici anni di “incontrollato deposito di detriti (di guerra e di edifici) ma anche di rifiuti solidi e liquidi” come afferma Angus Gavin, capo della Divisione Sviluppo Urbano della Compagnia per la ricostruzione e sviluppo Solidere. La seconda ragione è dovuta al fatto che tre Libanesi su quattro vivono al di fuori del Libano ma vogliono mantenere una residenza a Beirut. La terza ragione è che il paese offre pochissime opportunità di investimento al di fuori dell’immobiliare. La quarta ragione è internazionale e inaspettata: 11 Settembre. Stranamente, infatti, l’attacco terroristico del 2001 contro gli USA si è rivelato un benefit straordinario per l’economia libanese in conseguenza della nuova ostilità sollevata in Occidente nei confronti della cultura araba. Questa situazione ha convogliato gran parte degli investimenti arabi su Beirut, innescando una febbrile domanda immobiliare stimolata dalle molte sfaccettature che caratterizzano il life-style mediterraneo. Hotel di lusso, boutique, ristoranti, night club e condomini di lusso hanno avuto l’effetto di lavare sia la tabula rasa sia la sua memoria e di organizzare un palcoscenico per lo shopping in una zona sicura 24 ore su 24, connessa alle rete digitale ma con un cuore antico: il BCD (Beirut Central District).

PROGRAMMA
Come cuore geografico e storico della città, il BCD era stato il principale teatro di guerra e la sua ricostruzione è iniziata non appena i cannoni si sono zittiti (1990). Fu commissionato un master-plan, che prevedeva la completa demolizione del centro storico della città e la sua sostituzione con nuove infrastrutture ed edifici moderni. Ne derivò un acceso dibattito polemico tra i circoli intellettuali, e la diffusa contrarietà popolare all’annullamento del centro storico portò ad adottare una strategia alternativa di conservazione e tutela del patrimonio. Da un primo censimento derivò una lista di 1500 edifici. Il nuovo master-plan fu approvato e la sua implementazione (settembre 1994) fu affidata a una compagnia privata quotata in borsa - Solidere - creata dal nulla per dirigere e amministrare l’intero processo di ricostruzione e risanamento. Nessun’altra decisione per altre aree di Beirut risulta agli atti. L’attenzione verso il BCD era dovuta al fatto di essere l’unica area multi religiosa e multi etnica nella città con potenzialità di espansione in aree limitrofe. Stretta tra una profusione di edifici religiosi, seducenti ritrovi e vistosi manufatti del consumismo di massa, l’area intorno al Bourj (il luogo più simbolico del Libano) è oggi l’unica parte di città in cui sia percepibile una qualche somiglianza a un tipo di ordine vagamente occidentale. Il resto del tessuto urbano è lasciato al suo destino di dispute autoreferenziali tra le sette belligeranti in cui è divisa la popolazione. Queste dispute hanno creato un’angosciante atomizzazione e frammentazione di una città-regione pregna di contraddizioni e segnata dalle cicatrici di una successione di guerre e da frontiere interne diversificate e inconsistenti. Una stagione di libera caccia immobiliare fu tacitamente dichiarata sul territorio attorno al BCD, l’unica zona in cui ogni governo è interessato ad investire. Nessun ente governativo sembra interessato a offrire alla popolazione qualche tipo di infrastruttura (autostrade, semafori, treni, metropolitane, autobus, reti elettriche, network wi-fi o via cavo). Una pletora competitiva di compagnie energetiche e telefoniche popola un bosco selvaggio di illegalità tacitamente approvata. Non ci sono Robin Hood in vista, né tantomeno nessuna “Foresta di Sherwood”. Non esistono spazi pubblici aperti. “Il 50% (39 ettari) degli spazi aperti pianificati (con sporadiche piccole gemme disegnate da Vladimir Djurovic) sono localizzati nel BCD, che occupa il 10% dell’area municipale e meno del 3% dell’intero agglomerato urbano” (Angus Gavin). La maggior parte degli altri landscape disegnati si trova all’interno del campus dell’AUB - American University in Beirut - il cui muro perimetrale è riuscito a fare da argine all’attività edilizia - a parte la scuola di economia recentemente completata da Machado e Silvetti, un edificio che si confronta in modo sofisticato con il tessuto storico di Beirut. Delle oltre 1500 strutture identificate, al di fuori del centro storico, nel primo censimento, solo 271 sono state, ad oggi, salvate. Il gruppo “Save Beirut Heritage”, fondato su Facebook, si propone di salvarle. Nel sito si legge: “Non ci sono leggi che proteggono le strutture storiche in modo specifico. Ma non c’è niente di più forte della tenacia e della volontà dei suoi abitanti per garantire la loro sopravvivenza”. Senso del dovere, nostalgia e l’idea che tutto debba essere preservato sembrano caratterizzare questa attività virtuale con ricadute pratiche.

BRAND IDENTITY
Solidere è l’acronimo di “Société Libanaise pour le Développement et la Reconstruction du Centre Ville de Beyrouth”. Come stabilito dal governo, la compagnia detiene poteri speciali con una limitata autorità normativa. Si tratta, di fatto, di una forma unica di partnership tra pubblico e privato. Le sue funzioni principali sono le seguenti: supervisione del piano di ricostruzione approvato dal governo, finanziamento e sviluppo delle infrastrutture, nuova costruzione e recupero di strutture danneggiate dalla guerra, disegno dello spazio pubblico e management dell’area del BCD. La maggior parte dei suoi investitori sono europei, nord americani e arabi. Il primo ministro libanese, Rafik Hariri, possedeva l’8% delle azioni prima di essere assassinato nel 2005 e la famiglia Hariri continua a essere il principale azionista. Solidere è, in realtà, un Giano bifronte. A seconda dell’interlocutore, la società viene identificata come la principale forza responsabile della resurrezione di Beirut quale animata destinazione del turismo internazionale, oppure è accusata di aver eliminato le tracce della guerra creando una finzione: il ritorno artificiale della Beirut ante-guerra. In altre parole, il master-plan di Solidere è accusato di aver fatto da sponda, con il sostegno del governo, all’amnesia collettiva che ha caratterizzato gli ultimi venti anni della cultura libanese. Forse, le cose si sono chiarite nel 2007, quando Solidere è diventata internazionale e ha scoperto, con stupore, di avere una “brand identity” che non sapeva di avere. Una larga fetta della popolazione (nel Medio Oriente) sembrava aspirare allo stesso obiettivo di Solidere: quartieri ad una scala umana in cui il vecchio si mischia con il nuovo in un centro storico restaurato. Un grande interesse si sollevò nell’area del Golfo Persico. L’identità necessitava di una formula prontamente coniata: post-post modernism. Un post moderno al quadrato? Place-making, la creazione di spazi piacevoli da vivere, è la mission di Solidere, senza rimpianti rispetto all’assenza di un processo storico in un determinato luogo. La storia è, semplicemente, desiderata, e Solidere è in grado di “creare una storia del luogo anche in un luogo senza storia”. Con questa formula i developer libanesi continuano a mettere in piedi grandi progetti di memoria artificiale in grado di portare un temporaneo equilibrio in un mondo insano: lo fanno agendo come avrebbero fatto i loro antenati prima della rivoluzione industriale. Il Nachleben (sopravvivenza) del vernacolo, meglio del vernacolo. Per loro questo è il contrario di un pastiche, sintetizzato fino a poco tempo fa nel motto: “Beirut: antica città del futuro.” Il motto è basato su un modello concettuale che percepisce il fatto urbano come un oggetto da storicizzare per essere trasformato in un continuum temporale senza fine.

 

ARCHITETTURA

La diade antico/futuro ha disturbato molti, e in modo particolarmente forte Bernard Khouri, architetto con base a Beirut dotato di coscienza critica. Khouri usa il motto per chiarire la sua posizione, descrivendosi come un arabo che vive nel presente, e cioè come l’unico elemento non considerato nella diade antico/futuro. Egli è interessato al presente e al passato prossimo del suo paese e non sorprende, pertanto, che emerga oggi come l’unico architetto capace di esibire una resistenza poetica e culturale alla logica della globalizzazione acriticamente messa in opera nel BCD. Khouri considera il motto emblematico di un atteggiamento più generale: l’incapacità di vedere le cose per quelle che sono, l’incapacità di venire a capo della propria identità, l’incapacità di interagire con il proprio passato, l’incapacità di formulare domande sconvenienti e di tentare di darsi risposte altrettanto scomode. Khouri vuole stabilire, tramite l’architettura, un rapporto con lo spazio, il tempo, le questioni culturali aperte del paese. Nonostante il riconoscimento ottenuto altrove per il suo lavoro nell’area di Beirut, la sua posizione e la sua nazionalità gli hanno impedito di far parte di un gioco privato riservato alle “pop star” dell’architettura. All’interno del BCD, infatti, solo una lista di selezionate archistar straniere è abilitata a intervenire nella rapida espansione che si sta velocemente trasformando in una collezione a cielo aperto di edifici iconici, famosi ancor prima di essere realizzati, preceduti dalla fama e dall’aura dei loro autori. Una lista di dieci studi professionali sono invitati per ogni lotto specifico. Gli stessi nomi si ripetono. Un edificio di Zaha è in programma per North Souk, uno di Nouvel e uno di Foster sono in corso di progettazione, mentre (sic) uno di Libeskind minaccia di arrivare.

SOUKS

Beirut è un’antica città stratificata che racchiude in sé i resti di circa dodici diverse civiltà, dall’età del bronzo in avanti. Solidere ha una marcata sensibilità per una particolare forma di stratificazione: i nomi delle strade, gli allineamenti, i fronti, che sono stati mantenuti quando possibile. La strada è l’elemento dominante del BCD. Si tratta del ritorno di uno dei concetti più osteggiati dal movimento moderno? Il ruolo della strada è stato investito di un’importanza tale da essere esteso nel limitrofo riempimento di terra in alcuni boulevard, Viali del Mare, che definiscono dei corridoi visuali e determinano le linee guida per il posizionamento di edifici alti. In breve, “la strada ha la precedenza sugli interventi nei singoli lotti” (Angus Gavin). Forse l’ensemble dei Souks di Beirut incarna questo aspetto più di altri, mostrando come una aspirazione apparentemente coerente e razionale possa fallire nel suo tentativo di ricreare il senso di autenticità a cui mirava. I Souks sono sempre stati il centro del commercio di Beirut. Erano frequentati allo stesso tempo dai libanesi e dagli europei, perché lì si trovavano le boutique e le case di alta moda, così come il più grande mercato di frutta, verdura e fiori. I Souks avevano subito troppi danni per essere salvati, e la loro demolizione ha lasciato un grande vuoto nell’identità di Beirut. Solidere ha tentato di farli rivivere ripristinando la griglia stradale di origine ellenistica che li caratterizzava e gli storici landmark dell’area. Si tratta di uno dei progetti chiave dell’intera area del BCD che ha suscitato enormi aspettative. Disegnati per la maggior parte da Rafael Moneo, i nuovi Souks sono considerati (nel report ufficiale annuale di Solidere) la ciliegina sulla torta dell’intera operazione di rivitalizzazione. Il nome, l’identità, il piano urbanistico, e il carattere architettonico sono stati “derivati” dalla storia (demolita) del sito. Si scelse di non dare troppa enfasi al carattere architettonico con l’intento di delegare alle attività di vendita la varietà del progetto e di consentire l’integrazione dei resti archeologici con il progetto stesso. Dopo molte battaglie, fu deciso che il complesso dovesse rimanere aperto 24 ore su 24 al transito pedonale, confidando nel fatto che il disegno delle strade avesse sufficiente capacità di attrarre popolazione rivitalizzando l’area. Sembra che siano state prese tutte le decisioni giuste, compresa quella riguardante la dimensione degli edifici, il posizionamento dei (numerosi) posti macchina per oltre duemila autoveicoli, i ristoranti, gli uffici e perfino trentasei unità residenziali. La caratterizzazione architettonica è demandata alla natura del rivestimento e ai numerosi lucernari la cui forma e dimensione è derivata dal sistema strutturale. Il risultato finale è che tutti i più grandi (e potenti) fashion brand internazionali hanno acquisito un spazio nei Souks, probabilmente perché sono gli unici a poterselo permettere. Di conseguenza, oltre la metà dei visitatori pensa che i Beirut Souks non siano un souk, bensì un fashion outlet.

IL CANTO DEL CIGNO DELL’URBAN PLANNING?

L’ideologia non dichiarata di evitare questioni spiacevoli insieme all’imperativo di preservare, restaurare e anche ricostruire qualcosa che non esisteva, rimane una ulteriore conferma della confusione globale sui termini. La conservazione è diventata una questione politica, e il patrimonio culturale un diritto. Il progetto per i Beirut Souks documenta il nostro attuale periodo di acuto caos semantico. L’urbanistica edonista implementata a Beirut rimane in forte contrasto con la generica urbanistica con cui la maggior parte del mondo sta familiarizzando. Mentre la seconda è priva di stratificazione, la prima sembra avere la tendenza a lasciarsi andare a vasti progetti di memoria artificiale che generano una proliferazione di finti strati che ricordano l’artificiale mantenimento delle star hollywoodiane contro la legge di gravità. Ma il loro genio (e il risultato finale) è simile: ipnotizzare la popolazione convincendola che lo shopping corrisponda a un anestetico che li possa far vivere (leggi acquistare) come se non ci fosse un domani. L’urbanistica edonista di Beirut dimostra come, oggi, urbanistica e architettura possano diventare facile preda delle varie richieste dei committenti privati. Dimostra inoltre l’incapacità della professione di formulare una forma di resistenza nei confronti di una società gravemente inadempiente nella difesa del patrimonio pubblico. Forse Beirut è la località più vicina ad incarnare il punto finale di un più largo processo? Che Beirut sia l’arena finale in cui si mette in scena il canto del cigno dell’urban planning?

EDONISMO

Forse la nuova metafora, Las Vegas del Mediterraneo, non è la più appropriata per descrivere l’edonismo di Beirut, che sembra essere un mero specchio (a scala urbana) delle varie questioni aperte della globalizzazione. Come molte altre città del mondo, Beirut continua ad investire sulla sua area centrale, che oltre ad essere il centro politico e commerciale, funziona adesso anche come resort e/o parco giochi incorniciato tra due marine (una disegnata da Steven Holl e L.E.FT), hotel di lusso, night club, ristoranti. Dopo oltre vent’anni di fabbricazione di memoria, l’impatto legato al rifiuto di affrontare le sfide e le verità scomode del presente è evidente a tutti. L’urbanistica edonista considera lo sviluppo sostenibile come una sorta di anatema, essendo il suo life style associato ad un senso di rinuncia privo di qualsiasi piacere. Lo stile di vita ecologico è percepito come meno divertente. Di qui la resistenza, o il disinteresse.

L’urbanistica edonista valorizza il modello del parco giochi. Replica la realtà sposando un’estetica dell’accumulo e del collage che promette di rendere accessibili le molte seduzioni del consumismo legate a una società basata sul reality show. Secondo l’urbanistica edonista, guidare deve essere divertente. Di conseguenza, ogni angolo di strada è ingolfato da un mix esplosivo di telai metallici in lotta per procedere o parcheggiare nei modi più creativi, in un permanente concerto di clacson in cui ogni autista sembra essere spinto dalla consapevolezza che ogni colpo di clacson sarà premiato con punti validi per il programma mille miglia. Questo laissez-faire investe ogni aspetto dei trasporti, basati su un modello di assenza di regole che non disturba nessuno perché promuove abilità individuali nel mercimonio delle tariffe dei taxi e nella guida (assenza di semafori). L’urbanistica edonista non sembra avere problemi con una conglomerazione di oltre due milioni di proprietari di auto e nessun semaforo. Oppure con l’infinta serie di non-luoghi fittizi nei quali ogni interazione umana viene annullata. Questo sembra essere il messaggio riflesso dalla nuova aula espositiva, una struttura preesistente che L.E.FT ha scelto di avvolgere con pannelli specchianti in alluminio corrugato e anodizzato che diventa una sorta di indice della crescita urbana. Lo specchio accentua la natura a-spaziale del luogo e pone l’enfasi sul circondario. Si tratta di uno spazio di auto-riflessione che costringe Beirut a guardarsi allo specchio... EDONISMO NEL CIELO Lo specchio riflette le immagini di un canale satellitare che ha creato un intero programma per il mese sacro del Ramadan. Un oggetto che sembra un UFO si aggira sopra Beirut: è Dinner in the Sky, Lebanese-style. Un tavolo rettangolare per ventidue umani o alieni, per citare la pubblicità, è appeso a cinquanta metri di altezza ad una gru per eventi personali o “corporate”. Non ci sono schermi per vedere la partita di calcio. I clienti possono affittare il ristorante e selezionare il loro catering personale. Prima si prenota, meglio è. Al ritmo di due sessioni all’ora, oltre 350 persone al giorno possono avere accesso a questa piattaforma eccezionale. Oppure solo 22, se si vuole un evento “VIP”. Immagini di alcuni eventi sono disponibili su alcuni websites. Sky-dining (diving?) guests appaiono terrorizzati. Trascrizioni di alcuni loro pensieri sono disponibili. “La gru reggerà? Il vento mi permetterà di sorseggiare il mio chardonnay? Adesso ho visto la moschea da vicino, quando finirà questa sofferenza? È questo il momento magico che mi porterò sempre dentro, come dice la pubblicità? Dovrei forse divertirmi? Oppure devo solo fingere di divertirmi? È questa la mia razione di info-tainment? Sento solo dei clacson suonare”. Un senso di vuoto. Poi una domanda: “sto diventando un robot?” Poi un altro pensiero: “se solo potessi tornare allo Sky Bar dove non posso neanche muovermi ma posso fare foto ai miei amici per caricarle sul mio profilo Facebook…” Signore e signori, ecco il reality show. conrad-bercah



 
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