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| Piuarch |

Piuarch una modernità sofisticata e contemporanea

| Faenza | Italia |
| Architettura |


055-piuarch Ci sono regole non scritte dell’architettura che nascono da una lenta sedimentazione modulata dall’uso, dalla pratica quotidiana di generazioni, dal rapporto naturale con il clima e il sole, da un’idea consolidata di cosa è urbano e cosa non lo è. Ci sono modi di pensare e progettare l’architettura che prescindono dagli stili e dai linguaggi, ma che, invece, seguono quelle regole silenziose del vivere urbano che rendono un’opera chiara e comprensibile a tutti. Una facciata che costruisce con chiarezza un fronte su strada e che è capace di dichiarare i mondi che ospita; un sistema di ingressi, risalite e corti che orienta chi visita e vive i luoghi appena costruiti; alcuni elementi che inaspettatamente danno forma a un’emozione, che ti fanno rallentare, almeno un attimo, e ti permettono di memorizzare il luogo che hai appena attraversato; una relazione tra cielo e terra definita, senza per questo essere banale. Mi è capitato diverse volte, entrando e attraversando con attenzione alcune opere progettate dai Piuarch, di provare questo genere di piacevoli sensazioni elementari e di sentire che tutto era costruito con naturale chiarezza e consapevolezza. Non si trattava della ripetizione di modelli urbani riconoscibili, né del ricorso scontato ad elementi che marcassero il terreno con la debolezza della scontata firma d’autore, quanto piuttosto si trattava di scelte progettuali che nascevano da intuizioni urbane e territoriali essenziali e, per questo, decisive. Voglio dare per scontato, almeno per un attimo, l’abilità dello studio italiano nell’impaginare facciate e nel maneggiare con abilità e grazia la materia quasi impalpabile della contemporaneità. Mentre vorrei cercare di rileggere le opere dei Piuarch alla luce di un pensiero urbano così tradizionalmente europeo e, per questo, coerente con una storia che ancora c’insegna come pensare e costruire città. I due recenti lavori per il quartiere generale di D&G a Milano e delle Quattro Corti a San Pietroburgo lavorano sul tema dell’isolato urbano appoggiandosi, per condizioni ambientali, a due strategie opposte. Nel caso milanese il progetto riforma due edifici molto diversi tra di loro, ma legati a definire la testata dell’isolato. La scelta è quella di dare forma a un prisma trasparente in testata che lasci intravedere abiti, modelle, lavoratori a comporre una sorta di teatrino dinamico distorto dai mille riflessi e trasparenze cromatiche. L’ingresso è chiaro e conduce visivamente alla corte interna su cui si affaccia tutto il complesso, mentre una risalita verticale consente di percorrere tutto l’edificio leggendo sezioni e struttura del nuovo intervento. Lungo la risalita lo sguardo traguarda la nuova architettura e ti fa sentire un voyeur che, indiscreto, sbircia tra le finestre delle case circostanti. Questa nuova architettura totalmente trasparente nel cuore di un bel quartiere residenziale borghese sembra ribaltare il principio consolidato di chiusura allo sguardo dell’abitare privato, ma insieme mantiene le misure e proporzioni dei tanti corpi di fabbrica garbati che compongono questa parte della città. Nel caso di San Pietroburgo la situazione è completamente ribaltata. Il nuovo intervento sembra scomparire su strada grazie a una cortina di matrice neo-classica che viene conservata con grande discrezione. Si entra passando attraverso un lungo budello che t’introduce in una prima corte che subito dichiara la forza del progetto di Piuarch: tutte le pareti sono trattate con cristalli velati da un’ombra dorata, ma le vetrate non sono a piombo e sono montate con un ossessivo gioco di sfasature e inclinazioni che moltiplicano all’infinito ombre, riflessi e luce del cielo. Lo spazio è iper-contemporaneo, eppure percepisci San Pietroburgo, l’oro delle sue cupole e la capacità dell’architettura di giocare sottilmente con una meteorologia instabile e capricciosa. Il sistema del nuovo progetto gioca con una sequenza ordinata di quattro corti legate tra di loro al piano terra da una hall comune e trattate nelle facciate di cristallo con quattro tonalità differenti di colore. I fronti principali dell’edificio sono portati al suo interno, introverse come sono molte corti dei palazzi neo-classici russi, protette dalle intemperie e termometri discreti del tempo che cambia continuo nel cielo della città. Diversa è invece la storia della sede per la Bentini nella periferia di Faenza. In questo caso i rapporti urbani tradizionali sono inesistenti e vige solo la legge del più forte, dell’edificio più rumoroso e assordante. Ma anche in questa condizione Piuarch opta per un manufatto contemporaneo che affermi con chiarezza la propria identità. La forza dell’intervento è concentrata sulla facciata e la sua densa tridimensionalità che è affidata a un gioco ritmato di aperture scavate come grandi finestroni rinascimentali. La facciata diventa corpo in sé, a interpretare con eleganza un tema caro alla ricerca di Piuarch e a una parte dell’architettura europea recente, ma il progetto non si congela compiaciuto nello svolgimento sofisticato di questo tema. La profondità del fronte su strada porta all’interno degli spazi di lavoro e, ancora, alla corte longitudinale retrostante dove la facciata secondaria perde tutta la profondità espressiva del fronte principale per trasformarsi in un foglio trasparente e continuo di cristallo. Il caso di Segrate è invece più delicato perché nel progetto per un nuovo insediamento residenziale nella periferia milanese si è cercato di bilanciare l’esigenza di una forte densità abitativa con una qualità diffusa degli spazi pubblici e delle architetture che rompesse con la desolante bassa qualità dei luoghi circostanti. In questo caso il modello urbano non ha molte possibilità di reggere l’urto di una fascia metropolitana mal organizzata e frantumata cercando, giustamente, nel disegno dell’architettura e dei suoi materiali, un elemento fragile di redenzione del contesto periferico. In queste opere recenti, così come in alcuni lavori precedenti di Piuarch, la facciata diventa un dispositivo urbano che cerca d’interpretare la metamorfosi della città contemporanea e dei suoi possibili usi. La profondità e la ricchezza densa e silenziosa di alcuni lavori come il Village, la sede di D&G, Bentini e le Quattro Corti non si ferma mai al compiacimento estetizzante del disegno della pelle, ma cerca la profondità del corpo di fabbrica e delle sue gerarchie interne legandole alle nuove corti e, infine, alle scale trattate ogni volta come oggetti straordinari e fortemente espressivi nella loro mono-matericità. Tutti questi edifici sono immaginati e costruiti come sistemi urbani elementari capaci di dare senso e ordine ai contesti in cui si localizzano, e credo che questo obbiettivo, oggi, sia una delle aspirazioni più rilevanti a cui l’architettura contemporanea debba guardare. Un’architettura civile che aspiri a una qualità diffusa e contemporanea di cui non aver paura; un’architettura che aspiri a costruire città e insieme a dare casa alle diverse comunità che l’attraverseranno negli anni; un’architettura che Piuarch sembra voler continuare a cercare mantenendo un livello chiaro di ascolto con i luoghi e, insieme, di affermazione gentile di una chiara visione progettuale per alcuni futuri possibili.

Luca Molinari

 

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