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Home Arretrati 2006 The Plan 13 Derek Dellekamp in Mexico City

| Dellekamp Arquitectos |

Derek Dellekamp in Mexico City

| | Messico |
| Letter from America |


054-DerekDellekamp In un’area tranquilla a verde del quartiere prevalentemente residenziale di Anzures a Città del Messico, sorge un nuovo condominio dall’aspetto elegante ed enigmatico. Emerge da un muro di cemento nero all’incrocio tra le strade Michelet e Copernico, intitolate allo storico francese e all’astronomo polacco, con i tre piani quasi interamente rivestiti da grandi pannelli vetrati sostenuti da esili cornici nere. Le facciate vetrate rivolte ad est e a sud riflettono i grandi alberi piantumati lungo il marciapiede che con le loro fronde fanno loro da schermo: sono un liquidambar o albero della gomma rossa, un frassino, all’angolo della strada, e una jacaranda che in primavera si ricopre di fiori blu-viola. L’edificio è lievemente arretrato rispetto al fronte delle case circostanti, e ciò gli conferisce una certa autonomia. è suddiviso in tre blocchi trasparenti, ciascuno della dimensione di una casa borghese o di una villa: un corpo quadrato insiste su Calle Copernico; il secondo forma l’angolo con calle Michelet; il terzo, più sottile, si sviluppa sul retro perpendicolarmente alla strada. L’ingresso è al civico Michelet 50, fra questi due ultimi blocchi, evidenziato da una porta a vetri e un interno bianco che spezzano il profilo del muro perimetrale. Gli appartamenti del piano terra rimangono nascosti alla vista dei passanti dal muro di cinta nero a superficie scabra su cui ha libero gioco un’edera dai fiori gialli. Analogamente a questa recinzione, anche le due fasce verticali che separano i prospetti vetrati sono di colore nero asfalto e ricoperte di un’edera rigogliosa in modo quasi surreale; un’idea, questa dell’edera, che è una citazione ingegnosa di un’istallazione temporanea dell’artista Jeronimo Hagerman. Osservando con attenzione, ci si accorge che la superficie di questi tagli è irregolare per creare un contrasto con la rigida ortogonalità delle facciate vetrate, e punteggiata di tanto in tanto da cilindri di metallo nero dove alloggiano oblò apribili. Se da un lato le gabbie prismatiche in vetro e le cornici esterne nere ricordano le opere razionaliste di Herzog & de Meuron come Villa Koechlin a Riehen, le fenditure tra gli edifici ricordano l’attenzione di questi architetti svizzeri per i materiali d’uso comune e per l’interazione con la natura. Derek Dellekamp tuttavia non vuole seguire tendenze di moda. Michelet 50 infatti rappresenta l’ultima di una serie di indagini accurate operate dal giovane architetto di Città del Messico su tipologie e strutture che rivelano una conoscenza critica del pensiero internazionale corrente, pur essendo attente alla potenzialità produttiva dell’industria edile in Messico e alla realtà della vita messicana. Fulcro di Michelet 50 è l’atrio, che ospita la scala: all’involucro esterno colore inchiostro fa da contraltare l’interno con pavimento e pareti rivestite di un mosaico bianco perla a formare una sorta di membrana protettiva solida; da qui la scala, sorprendentemente bianca, si snoda a spirale, protetta da esili corrimano in metallo, fino ai pianerottoli e su fino al tetto dove si apre un lucernario biomorfo. Questo gioco di geometrie di un bianco abbacinante rievoca molti interni seducenti di Álvaro Siza, architetto molto amato da Dellekamp. Dalla terrazza comune sopra gli appartamenti d’angolo la vista spazia oltre gli alberi su tutto il quartiere fino alla Pemex Tower a nord, un landmark dei primi anni ‘80. L’idea progettuale di Michelet 50 era già evidente nel primo edificio costruito da Dellekamp, un condominio in Calle Alfonso Reyes nel quartiere Condesa. Ma mentre il primo è formato da tre blocchi accostati, Alfonso Reyes 58 è un unico volume composto da blocchi rettangolari sovrapposti in materiale industriale separati da finestre a nastro e da spazi vuoti che fungono da vani esterni coperti. La composizione di Michelet 50 si sviluppa in un gioco di pieni e di vuoti, dove le pareti vetrate laterali contigue ai tagli verticali ricoperti d’edera regalano alle residenze scorci sulle strade vicine. Questo perfezionamento del rapporto fra struttura e involucro non ha solo una funzione estetica - l’architettura vista come oggetto astratto - bensì amplifica le possibilità di fruire l’edificio attraverso i sensi. A Polanco, altro quartiere prevalentemente residenziale di Città del Messico, Dellekamp ha completato altri due condominii sulla strada intitolata a Calderón de la Barca. CB 30 si apre sulla strada con un prospetto estremamente piatto e continuo dovuto anche all’assottigliamento dello spessore dei solai in facciata. Anche l’edificio CB 29 ha una facciata in vetro, resa però più interessante da pareti angolate che attraversano i volumi creando spazi a doppia altezza e aprendo visuali su un patio dalla vegetazione lussureggiante al secondo piano. Queste geometrie angolate all’interno di una struttura ortogonale ricordano le opere di Donald Judd e l’uso di materiali industriali dei progetti di Rem Koolhaas e di Diller Scofidio + Renfro. Dellekamp, tuttavia, non è interessato né alla citazione, né alla realizzazione di un modello, ma alle qualità tattili e percettive dell’architettura. Nell’evoluzione del suo lavoro, da Alfonso Reyes 58 ai due edifici su Calle Calderón de la Barca, a Michelet 50, fino al progetto di Amsterdam 307, egli va precisando e selezionando gli obiettivi in modo che la sua architettura risulti sempre più diretta, per usare uno dei termini preferiti dell’architetto. Il progetto Amsterdam 307 prevede la ristrutturazione di un edificio a due piani che si affaccia sul viale omonimo e l’inserimento di un edificio più alto in un cortile sul retro. Qui a Condesa ogni metro quadrato è prezioso e il nuovo intervento (in realtà un piccolo edificio a torre) si espande per conquistare spazio, luce e vedute ottimali. Dellekamp ha racchiuso la struttura e i locali di servizio entro pareti confinanti parallele, così che ciascuno dei sei livelli è occupato da un unico spettacolare appartamento, senza interruzioni. Dai piani superiori si aprono vedute che spaziano dagli alberi al panorama dei tetti di questo ricco quartiere urbano, oltre al cortile interno e all’edificio ristrutturato. La geometria si piega a scopi pratici; le porzioni strutturali laterali alloggiano il blocco scala-ascensore e l’angolo cottura, come se fossero i piloni attrezzati di un ponte, e si snodano in piano (come le solette del CB 30 in sezione), in modo che l’occhio non ne percepisca lo spessore ma sia indirizzato verso il panorama esterno. Questi volumi rastremati sono articolati in modo tale da illuminare discretamente e ventilare piccole stanze da bagno ai loro vertici. Altra soluzione intelligente è la sequenza dell’ingresso dove chi entra dalla strada supera un primo leggero dislivello a gradini (come nell’edificio CB 29), prima di accedere ad un atrio comune candido, illuminato da un unico taglio aperto in alto (sicuramente affine al vano scala di Michelet 50). Derek Dellekamp è uno dei più originali di una generazione emergente di giovani architetti messicani, ambiziosi e internazionali. Cosa significa essere “originali”? Nel caso di Dellekamp, trarre ispirazione dal passato con un’autonomia di giudizio tale da proporre soluzioni innovative per una risposta evolutiva alle necessità più frequenti.

Raymund Ryan

 
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