Il Barnard College e la Columbia University hanno entrambi sede nella Upper West Side di Manhattan; li separa l’ampia striscia d’asfalto della Broadway. Il Barnard fa parte delle Sette Sorelle, il gruppo di collegi universitari femminili e di vecchia tradizione, mentre la popolazione maschile frequenta le università della Ivy League, nel cui novero rientra la Columbia. Osservandone l’architettura, da un punto di vista sia urbanistico sia progettuale, si può definire la Columbia come un’isola accademica, risultato di un famoso master plan Beaux Arts di McKim Mead & White. Il Barnard è meno introverso e idealizzato, e l’organizzazione del suo campus è più frammentaria o improvvisata. Il nuovo Diana Center dello studio Weiss/Manfredi di New York è chiaramente un landmark per il campus e per la città. Parallela alla Broadway, questa lunga struttura vetrata si manifesta a prima vista come un parallelepipedo di cristallo, traslucido, di colore dall’arancione al rame, di grande effetto se colpito da luce obliqua o illuminato dall’interno al crepuscolo. Il rivestimento è costituito da pannelli verticali rigidi i quali, visti da vicino, variano in trasparenza e ampiezza all’interno di bande orizzontali regolari da solaio a solaio. L’effetto è quello di un grande oggetto luminoso, dove le varie differenze nella finestratura suggeriscono ritmi e schemi mutuati dalla natura. Negli ultimi anni, le università americane hanno cercato un punto di equilibrio fra le aspettative dei potenti donatori (spesso ex allievi emotivamente legati al ricordo della loro alma mater) e le nuove esigenze di spazi meno formali, in grado di promuovere collegamenti interdisciplinari e dotati di tutti gli impianti necessari alle nuove tecnologie. L’istruzione oggi non è solamente meno gerarchica… le università devono apparire più aperte. Intitolato al nome di una benefattrice importante, Diana Vagelos, il Diana Center può ingannevolmente sembrare a prima vista un corpo estraneo. I suoi architetti però, Marion Weiss e Michael Manfredi, sottolineano come la colorazione sia in parte una reinterpretazione del mattone scuro e della terracotta, cioè della tavolozza storica del Barnard. Il nuovo edificio occupa lo spazio di una struttura degli anni Sessanta recentemente demolita fra Lehman Lawn, un’area a prato contigua alla Broadway, e Milbank Hall a nord, il massiccio edificio storico a forma di U. Il concept di Weiss/Manfredi voleva mettere in relazione questi due nuclei del campus progettando una serie di terrazze digradanti che, protette dal traffico della Broadway dalla massa del nuovo edificio, arrivassero fino alla corte centrale di Milbank Hall. Il prospetto longitudinale del Diana Center verso ovest si differenzia dal lato rivolto verso la Broadway: questa facciata, angolata in pianta, a formare uno spazio aperto che si apre verso sud, è movimentata da fasce aggettanti dove si sviluppano logge vetrate e una sequenza di scale, d’impronta quasi manierista. L’opera di Weiss/Manfredi è l’esempio di una sintesi efficace fra architettura e paesaggio, dove l’architettura sa estendere il proprio ruolo al di fuori dell’involucro dell’edificio includendone il territorio circostante. Un aspetto questo già evidente nel Women’s Memorial ad Arlington, Virginia; nel Museo della Terra a Ithaca, nello stato di New York; e, soprattutto, nell’Olympic Sculpture Park che si sviluppa a zig zag attraverso arterie stradali e binari ferroviari per ricollegare Downtown Seattle con il Puget Sound e l’Oceano Pacifico. Per Weiss e Manfredi l’interesse per il paesaggio è espressione di un forte impegno civico, quale elemento integrante, forse addirittura concetto ispiratore del progetto. Il Diana Center si apre al suo contesto grazie ai terrazzamenti che, inseriti nell’area esterna a ovest dell’edificio, collegano Lehman Lawn con Milbank Hall, dove in precedenza la presenza di una parete o di un plinto impediva la possibilità di qualsiasi collegamento. La metafora del paesaggio continua attraversando l’intera costruzione: spazi vuoti si aprono all’interno, dove una sorta di sezione topografica diagonale favorisce l’apertura verso l’esterno. Questa percezione di suolo e di volume come ibrido fra naturale e artificiale e la distribuzione in verticale di elementi paesaggistici, ricordano certe strategie attuali di progettazione e programmazione di matrice olandese. Weiss/Manfredi, tuttavia, sono architetti attratti anche da forma e immagine, dalla bellezza di un oggetto. Oltre ad un teatro sotterraneo flessibile, (black box theatre) il Diana Center offre agli studenti del Barnard strutture e servizi, uffici universitari e laboratori di arte e architettura. Il livello d’ingresso si apre su uno spazio eventi ovale a nord e un caffè a sud quale primo ambiente a doppia altezza del centro. Al piano superiore una zona pranzo si affaccia sul caffè; sopra una sala di lettura e al di sopra ancora una galleria che collega orizzontalmente gli studi dei livelli superiori. Da qui la vista spazia a est verso Broadway. La sequenza sfalsata di volumi cubici, racchiusi da balaustre in vetro, apre prospettive quasi telescopiche su una cascata di terrazze interne, una reminiscenza romantica, forse, dei giardini barocchi italiani. È una caratteristica di Weiss/Manfredi selezionare e prendere in considerazione un repertorio limitato di materiali. Al Barnard, l’involucro vetrato è formato da pannelli opachi, traslucidi e trasparenti, 1.154 in tutto, funzionalmente disposti secondo gli usi interni. I pannelli traslucidi sono serigrafati a linee verticali, arancione sulle superfici esterne, bianche nelle partizioni interne, come codici a barre a scala ambientale, un grafismo lineare che attiva un leggero senso di movimento. Le scale vetrate e le gallerie del Diana Center che si proiettano verso ovest con i soffitti, le pareti e i corrimano di un bianco brillante, richiamano il sistema di circolazione sul retro del dormitorio del MIT di Alvar Aalto e l’articolazione di molti progetti tardi di James Stirling. Questa struttura zigzagante si protende alta sull’affaccio rivolto a sud come una scatola prismatica a sbalzo sul Lehman Lawn. Da lassù, agli studenti di architettura si apre una vista a 270 gradi del Barnard, della Columbia e di Manhattan. Ancora più in alto la copertura dell’edificio è progettata come spazio pedagogico all’aperto per biologia e scienze ambientali. Il repertorio dei materiali del Diana Center tende al minimalismo, il colore è comunque fondamentale sia all’esterno sia all’interno. Il tamponamento opaco è composto da uno strato esterno vetrato, serigrafato sul suo lato interno, e da un pannello di metallo rosso vivo. I colori del rosso sono presenti nella moquette a righe degli atrii e, con toni più chiari, arancio e rosa oro, nelle righe della moquette dei piani superiori. Weiss/Manfredi hanno progettato anche alcuni arredi, come i tavoli con il ripiano in resina e le postazioni studio dalla forma fluida che rinforzano la caratteristica di accogliente catalizzatore sociale del Diana Center. In tutta l’opera di Weiss/Manfredi è evidente questa coesistenza o fusione di funzionalità e gradevolezza, come se i due architetti cercassero di mantenere un equilibrio costante fra l’aspetto pragmatico, economico e infrastrutturale e il piacere di una progettazione che trasmetta e faccia assaporare una cultura architettonica in evoluzione. Raymund Ryan








