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Home State of the Art 001 The Hepworth Wakefield Museum

| David Chipperfield |

The Hepworth Wakefield Museum

| Wakefield | UK |
| Architettura |


052-David-Chipperfield Su un’ansa del fiume Calder, lambito dall’acqua sui due lati, sorge il museo Hepworth Wakefield, ben visibile da qualunque prospettiva. Un luogo, benché area protetta, per molti anni difficile da raggiungere e abbandonato al degrado, che rende la vista del nuovo museo con le sue facciate in calcestruzzo ancora più sorprendente. “Non c’è fronte né retro: siamo stati molto attenti ad evitarlo”, così Chipperfield descrive l’edificio composto da dieci blocchi trapezoidali di dimensioni diverse, distinti ma collegati tra loro, le cui sale presentano le opere della scultrice Barbara Hepworth, nata nello Yorkshire, un’esposizione di lavori su carta del XVIII e XIX secolo e, in uno spazio di 650 m2, mostre temporanee di opere multimediali contemporanee. Gli effetti tattili e scultorei delle facciate e l’assemblaggio di corpi geometrici rispecchiano le forme possenti delle opere della Hepworth. Chipperfield non ama la sequenza di sale espositive e ha quindi progettato una serie di spazi ben definiti per questo museo che rappresenta, dai tempi dell’apertura nel 1968 a Londra della Hayward a Southbank, la galleria d’arte più ampia costruita nel Regno Unito. L’estensione degli spazi è piuttosto grande (5.000 m2) e l’architetto ha voluto confrontarsi con la progettazione di “volumi frammentati, una sequenza di corpi collegati, piuttosto che con un’unica grande costruzione che tenti di mimetizzarsi”. Questa soluzione conferisce al museo un carattere peculiare, con i singoli blocchi che rompono l’unità dei prospetti, fino alla porta di servizio sul retro che diventa elemento integrante della forma plastica dell’edificio. La struttura in calcestruzzo gettato in opera conferisce all’edificio un carattere monolitico; la facciata portante, realizzata con una tecnica innovativa, è posta sul lato che fronteggia la chiusa, in parte nell’acqua. Le finestre sono a filo facciata per evitare rientranze che interrompano le linee dell’edificio, enfatizzando così la coerenza delle forme. A sud ovest, un lungo ponte d’accesso porta al foyer, dall’atmosfera funzionalista, poco scenografico ma ben definito, e con accessi chiaramente visibili a bookshop, caffetteria, auditorium, aule didattiche e guardaroba, tutti con uno scorcio su un lato dell’edificio. È l’architettura stessa che conduce il visitatore ad accedere alle gallerie: si procede verso la luce ed è proprio l’illuminazione naturale il fattore privilegiato del progetto di Chipperfield, realizzata con grande maestria e varietà. La geometria di questa sequenza di gallerie, tutte sviluppate al piano superiore, ricorda un puzzle tridimensionale e ciascuna delle dieci sale, nessuna delle quali rettangolare, ha un’altezza variabile tra 3 e 6 metri, soluzione che conferisce varietà all’edificio. “Volevamo che il progetto avesse una pianta complessa, ma senza forzature”, racconta Chipperfield. Con particolare attenzione è stato studiato l’ingresso della luce che entra da fenditure aperte solo su un lato del soffitto di ciascuna galleria, evitando l’uso di schermature e permettendo al visitatore di percepire i cambiamenti atmosferici. La pendenza delle coperture varia da blocco a blocco in modo che ogni taglio lasci filtrare e diffonda la luce nel migliore dei modi per ogni sala; i risultati ottenuti sono estremamente soddisfacenti, i visitatori vivono un’esperienza che li induce a soffermarsi. Il ricorso a dimensioni diverse unito alle finestre a tutta altezza, modulate da uno spazio all’altro, che offrono vedute dell’acqua, della chiusa, della natura e dei vecchi mattoni dell’edificio vicino, conferisce alle gallerie un aspetto molto naturale, senza nulla togliere all’esperienza spaziale singolare all’interno di ognuna. “L’arte non ha maggior nemico dell’architetto”, afferma l’eminente critico David Sylvester; tuttavia, nel museo Hepworth la diversa inclinazione delle coperture e angolatura delle pareti, il leggero rialzo rispetto al terreno e gli ampi accessi danno la sensazione di percorsi diagonali più interessanti di una rigida sequenza di molti spazi espositivi. Nella sala che espone i calchi della Hepworth (usati per realizzare i suoi lavori), la più esposta alla luce naturale poiché gli oggetti sono meno delicati, Chipperfield ha raccordato al massimo il suo progetto al contenuto. Con il suo gruppo ha realizzato un centinaio di modelli per valutare la misura degli oggetti e la giusta distanza fra i diversi angoli della copertura, il che ha comportato un processo molto articolato per ottenere il risultato finale. Manipolare i volumi “è stato come realizzare una scultura”. Il suo obiettivo era un’architettura complessa alla quale però non voleva pervenire in modo troppo intenzionale, voleva farla derivare da un progetto rigoroso che portasse il visitatore ad un incontro magico con qualcosa di inatteso. Chipperfield afferma di essere consapevole di quanto possano essere insoddisfacenti gli spazi quando non sono tenuti sotto controllo, e che “bisogna lavorare moltissimo” per far perdere loro ogni elemento superfluo. è altrettanto conscio che i musei sono cambiati e aspirano ad attirare nuovi utenti. La sua organizzazione del piano terra segue l’approccio classico di un museo del XIX secolo, nella disposizione dei servizi e della scala che conduce alle opere esposte al piano superiore; ma concede più spazio alle attività per il pubblico di cui tutti i musei hanno oggi necessità e che non sarebbero state concepibili nel XIX secolo. Il museo ha un ruolo fondamentale nel progetto di riqualificazione di Wakefield; questo gli conferisce una “certa autorevolezza”, un ruolo primario che inizia già nel giardino, nell’area giochi lungo il fiume. L’estremo rigore però con cui è stato portato a compimento il progetto si palesa soprattutto negli spazi espositivi, i quali non sono ermetici ma dialogano empaticamente con il mondo che li circonda.

Lucy Bullivant