
L’ideale di una perfezione astratta non è un concetto estraneo alla cultura iraniana, che anzi sembra attratta in vari modi da una prospettiva di perfezione. Il mondo allargato in cui la maggior parte di noi vive, deve a questa realtà complessa e talvolta turbolenta il concetto di paradiso, o almeno trova la sua etimologia in pairi.daêza-, che Wikipedia indica come “area recintata”, da pairi- (intorno) e -diz (creare, fare). E in effetti molte grandi opere d’arte persiana, siano esse film, poesie o progetti, sembrano, almeno a me che non faccio parte di quella cultura, realizzazioni molto chiaramente definite, aggressive, …interi mondi costruiti sia dentro che al di fuori di se stessi. Le ville progettate di recente dal giovane architetto iraniano Pouya Khazaeli Parsa ci sorprendono per la forte connotazione plastica. La Darvish Residence, un’abitazione che si snoda come una scala intorno ad un asse verticale, e la più recente Shahbazi Residence, una villa bianca, cubica, in equilibrio su quattro pilotis, attirano la nostra attenzione con la loro chiara sintesi di struttura, superficie e sequenze di spazi fluidi. Sono residenze universali, ma al tempo stesso sorprendenti per la loro unicità, che rielaborano l’idea della Villa Ideale con un linguaggio che ricorda molti esperimenti modernisti arditi e perfino utopici. La Darvish Residence si avvolge su se stessa disegnando un percorso sinuoso tridimensionale che si eleva intorno a una vasca ornamentale quadrata. Questa vasca non solo raffresca l’aria ma, insieme al vuoto sovrastante, funge da centro simbolico della casa, un segno geometrico e assiale in cui si riflette il cielo. Il linguaggio di questa prima casa di Pouya Khazaeli - la struttura priva di decorazioni, la scelta dei colori bianco, nero e rosso mattone, le terrazze in copertura piatte e a gradinate - richiama la stagione purista di Le Corbusier, ispirata dal “Voyage d’Orient” del maestro intrapreso un secolo fa, e i progetti di architetti del primo modernismo, sebbene dissimili tra loro, come Melnikov, Terragni e O’Gorman. Mentre la Darvish Residence invoglia il visitatore a compiere una piacevole ‘promenade architecturale’, che dalla strada risale attraverso il cuore della casa fino alla copertura spettacolare con vista sulla spiaggia, la Shahbazi Residence è più ermetica. Nelle fotografie di Darvishabad, una località sul Mar Caspio, la casa sembra un oggetto autonomo, quasi separato dal Pianeta Terra, che offre allo sguardo pochi indizi sulla sua vita interiore. Quattro esili pilastri posti al centro dei quattro prospetti collegano al terreno questo cubo sospeso; gli angoli della Shahbazi Residence si trovano in tal modo a fluttuare nello spazio puro. Questa qualità oggettiva, con le sue allusioni alla natura (la struttura della casa quale albero stereometrico?) e al rifugio (la casa come tenda), rivela delle affinità con l’architettura giapponese, dalla Sky House del 1958 del metabolista Kiyonori Kikytake ai tersi padiglioni di Shigeru Ban per il quale Khazaeli ha lavorato in passato. La pianta quadrata ha ovviamente dei precedenti in molte culture architettoniche. Tuttavia, la disposizione asimmetrica delle finestre scavate sulle facciate compatte e uniformemente bianche e - in modo ancor più evidente - l’esibizione della trama diagonale delle travi nello spazio sottostante rivelano il ricorso a una strategia della rotazione simile a quella adottata in occidente dai New York Five nella loro interpretazione del modernismo europeo classico. La luce, rifratta dalle vasche d’acqua poco profonde poste alla base dell’edificio, si diffonde sull’intradosso in travi di calcestruzzo inclinate a 45 gradi rispetto al guscio dell’edificio. Al piano terreno una griglia ortogonale di lastre in pietra devia formando prima un percorso lineare e poi una ripida rampa senza corrimano o parapetti che s’infila in una stretta apertura della facciata d’ingresso. La zona abitativa sopraelevata - un moderno piano nobile - è dotata di pareti e infissi bianchi, come bianche sono le porte a libro racchiuse tra pavimento e solaio. Salendo ancora si giunge sul tetto-terrazza delimitato da un alto muro di recinzione. Con il cielo come soffitto, un richiamo alla famosa casa di Barragàn in Messico. Wikipedia ci dice che Mazandaran, la provincia dove Khazaeli ha costruito queste case, è caratterizzata da “pianure, praterie, foreste e giungle che si estendono dalle spiagge sabbiose del Mar Caspio fino al monte Elburz, roccioso e coperto di neve”. Al tempo stesso, le immagini di Google ci mostrano una sequenza sorprendente di profonde vallate verdi, cascate, risaie, capanne in legno e fulgide chiome di vecchi alberi. Questa regione dell’Iran presenta quindi aspetti piacevoli e si differenzia nettamente dalle zone più desertiche del paese; un elemento, questo, che ha portato Khazaeli a costruire non solo case di vacanza eleganti, ma anche un prototipo per una struttura in bamboo a basso costo. L’architetto racconta che gli era stato chiesto di proporre “un nuovo modello per la realizzazione di una città di vacanze vicino alle foreste del Katalom”. Queste piccole strutture sono composte da canne di bamboo locale, elastiche e flessibili se usate appena raccolte. Le canne vengono inserite in una struttura tubolare per il gas, acquistata nei mercati della zona, disposta in due semicerchi di raggio lievemente diverso. Tale differenza imprime una torsione al reticolo strutturale che viene poi rivestito con paglia di riso coltivato in loco lasciando due aperture per l’accesso e la ventilazione. Siccome la tubatura è semplicemente appoggiata sul terreno, le capanne possono anche essere spostate. L’interesse sia per le case su commissione sia per le abitazioni a basso costo è notoriamente il modus operandi di Shigeru Ban - una strategia vincente che permette a giovani designer di lavorare su diverse scale e con budget diversi. Ban rivela alcune caratteristiche tipiche dell’Asia orientale; tuttavia, egli ha studiato negli Stati Uniti ed è influenzato in particolare da John Heyduck, il più poetico dei New York Five. Khazaeli è senza dubbio creativamente autonomo e le sue costruzioni sofisticate ci sorprendono. Comunicano una cultura articolata e riflessiva, autosufficiente; che ha, inoltre, una vita interiore. La Shahbazi Residence presenta tre zone chiaramente distinte e distribuite in verticale: il giardino, l’abitazione e il tetto-terrazza. Tre livelli che potrebbero corrispondere rispettivamente allo spazio occidentale o modernista, allo spazio privato e a quello mediorientale o tradizionale. Tuttavia, vi è celata una sorpresa. Un elemento a imbuto, un lucernario che s’incunea dal tetto verso l’interno per concretizzarsi in una colonna centrale di vetro: oltre a riflettere il cielo favorisce la ventilazione e fa defluire l’acqua piovana. Forse, rappresenta un secondo albero metaforico, un albero trasparente però che, contrariamente alla struttura ermetica della casa, crea uno spazio vuoto ben calibrato al centro di quest’opera intrigante dell’Iran.
Raymund Ryan








