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Home State of the Art 009 New Acropolis Museum

| Bernard Tschumi Architects |

New Acropolis Museum

| Atene | Grecia |
| Letter from America |


036-8 Il Museo dell’Acropoli ad Atene è un edificio intelligente. Razionale, essenziale, didattico, sperimentale, è una delle più importanti realizzazioni di Bernard Tschumi, l’architetto e teorico svizzero-franco-americano il quale, dopo essersi aggiudicato il concorso per il Parc de la Villette ormai un quarto di secolo fa, ha sorpreso - se non addirittura ridotto al silenzio - chi lo criticava formulando giudizi polemici sul suo uso congiunto di acciaio, calcestruzzo e vetro. L’opera di Tschumi è fatta di astrazioni concettuali, piuttosto che empirica e descrittiva, e l’obiettivo della sua architettura trascende la semplice replica di immagini architettoniche conosciute. il Museo dell’Acropoli è un trionfo politico per la classe dirigente greca: una perfetta macchina da propaganda, costata 130 milioni di euro e inaugurata di recente, dopo decenni di false partenze e problemi burocratici, in un’atmosfera solenne, vagamente comica. Ha come finalità non solo quella di ospitare gli straordinari reperti dell’antica Acropoli (a pochi passi di distanza), oggi protetti a beneficio delle future generazioni. È, il nuovo museo, un’arma potenzialmente letale, lanciata per avvalorare la richiesta fatta dalla Grecia al British Museum affinchè i Marmi di Elgin ritornino da Londra alla loro sede originaria, Atene. Dall’Acropoli,il museo è sotto gli occhi e, dal suo interno, la vista spazia sull’Acropoli. Ancora oggi chi vuole visitarla deve salire lungo un sentiero tortuoso e ripido, per potere ammirare il complesso di monumenti che rappresentano il periodo classico dell’arte ateniese. Molto ha sofferto l’Acropoli nel corso dei millenni: i Cristiani sfregiarono le immagini delle antiche divinità, i Veneziani bombardarono l’arsenale dei Turchi Ottomani, l’inquinamento atmosferico è molto elevato ad Atene ed infine un singolo aristocratico inglese, Lord Elgin, trasportò all’inizio del diciannovesimo secolo parti fondamentali del fregio del Partenone nella sua nebbiosa Inghilterra. Sull’Acropoli, si rimane folgorati dal Partenone, dal suo colonnato dorico che si staglia contro il cielo. Si percepisce la sottile curvatura della base delle colonne e la loro leggera inclinazione. E, ovviamente, si notano i vuoti brutali nei due lati lunghi, effetto di un’esplosione avvenuta alla fine del diciassettesimo secolo. Il famoso fregio correva tutto intorno il volume interno, diviso in due sale, dove dominava un’enorme statua dedicata ad Atena, dea protettrice della città. Qui attorno gli archeologi sono costantemente al lavoro. I puristi possono anche non essere d’accordo, ma la mescolanza tra antico e nuovo, restauro e ristrutturazione conferisce a luoghi storici come questo una certa vibrazione. Volgendo da qui lo sguardo verso il nuovo museo, se ne legge la geometria, stratificata in corpi orizzontali sovrapposti. Dalla strada una profonda pensilina invita al suo interno e funge con la sua parte superiore da schermo per il café della grande terrazza. Questa struttura si innesta su un volume a parallelepipedo, dalle facciate in vetro opalescente, che si appoggia su un basamento con pareti cemento perforato. Sormonta il tutto un monolite nero, ruotato in modo appariscente rispetto alla struttura sottostante, la cui copertura piatta e liscia è incisa al centro da un netto taglio rettangolare. Attraverso la pelle esterna di questo ultimo livello si scorgono ombre muoversi: sono i visitatori del museo che, a loro volta, guardano nella direzione dell’Acropoli. Il guardare attraverso tutte le sue sfaccettature, quasi con un gesto voyeuristico, l’incorniciare la vista e la consapevolezza della bellezza che si dispiega davanti agli occhi sono elementi centrali nelle opere sia teoriche sia realizzate di Tschumi. Qui ad Atene, avvicinandosi a piedi al Museo dell’Acropoli, si passa su pavimenti vetrati che proteggono reperti di epoche antiche. Sotto la pensilina, uno spazio vuoto che ricorda una vasca senza acqua, rivela le fondamenta di antichi insediamenti cristiani. Qui è visibile l’insolita struttura ideata da Tschumi: robuste colonne in calcestruzzo che si dividono scendendo, formando esili triadi di colonne, come dei tripodi che paiono poggiarsi circospetti intorno alle rovine riportate alla luce da scavi recenti. Entrati nell’edificio, si cammina su un ampio pavimento in vetro e si procede ad angoli retti fino a raggiungere una spaziosa sala dalle pareti in cemento che conduce ad una rampa. Qui inizia il percorso coreografico ideato da Tschumi che porta di piano in piano fino all’ultimo livello del museo. Dischi neri attraversano le vetrate (un aiuto per chi soffre di vertigini), un motivo funzionale, non pura decorazione, proposto ripetutamente su superfici punteggiate da fori circolari: in questo modo infatti sono traforati i pannelli verticali fonoassorbenti delle pareti. Lungo questi muri divisori sono disposti i servizi, sviluppati in modo lineare, per lasciare libera la grande hall centrale inondata di luce naturale che entra dal soffitto vetrato. Il percorso espositivo si snoda trasversalmente lungo il volume a parallelepipedo. Le due facciate più lunghe sono integralmente vetrate, per lasciare libera la vista della collina e del tempio in linea retta verso nord. Sono, questi, gli spazi più spettacolari dell’edificio, forse i più difficili. Le statue sono distribuite, apparentemente a caso, su piedistalli di marmo bianco. Secondo Tschumi, il cemento a vista delle colonne assorbe la luce, mentre il marmo utilizzato per il pavimento e i piedistalli la riflette. Un senso di percorrenza prioritario è indicato, ma si può tracciare un proprio percorso attraverso la selva di statue dal valore inestimabile. La rotazione dei due livelli superiori (quello centrale, più grande, allineato con le direttrici della città, il più alto parallelo al Partenone) permette a Tschumi di far entrare la luce naturale nelle gallerie anche dall’alto. I lati più corti del penultimo livello della galleria ospitano i reperti più piccoli del Museo in nicchie chiuse in maglia di acciaio. Il percorso di Tschumi prosegue oltre le cinque cariatidi dell’Eretteo che guardano al di là di un vuoto centrale (l’incisione centrale che si vede dall’Acropoli), mancando però la sesta sorella, ancora “prigioniera” nel British Museum. Salendo in ascensore si raggiunge il piano attico dove le pareti esterne del nucleo centrale servono da supporto per esporre il fregio del Partendone: è, questa, la ragion d’essere e l’immagine-icona dell’istituzione. Parti originali, sostituite nell’Acropoli da copie, sono rimontate insieme a calchi in gesso dei Marmi di Elgin attualmente a Londra. Colpisce la differenza tra le parti originali e i calchi e i vuoti in sequenza causati dall’esplosione di tre secoli fa. Tschumi, approfittando di questi vuoti, permette l’accesso dalla galleria centrale all’esterno, alla terrazza vetrata che circonda il fregio e la sequenza delle metope appese ad altezza d’uomo, come dovevano essere viste in origine. Lo strato più esterno è una membrana a filo di copertura in vetro, che passa dal trasparente alle gradazioni del nero opaco. Come sempre pronto a lavorare con ingegneri all’avanguardia, Tschumi ha collaborato qui con Hugh Dutton. L’idea base del progetto è dirigere nuovamente il visitatore verso l’Acropoli, perché possa paragonare e mettere a confronto il panorama esterno con i reperti oggi raccolti all’interno del museo. I committenti greci sperano sia possibile considerare, se non esigere, la restituzione dei Marmi di Elgin mancanti, da parte della “perfida Albione.”

Raymund Ryan