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Milano - Detroit: una molteplicità di temi per la metropoli contemporanea

| Urban Development |


47_5 Due città, due temi: vuoto e densità. Da un lato il vuoto voluto, dall’altro il vuoto subito. Da un lato un vuoto definito dalla densità, dall’altro un vuoto che non definisce e non è definito. Milano e Detroit hanno ben poco in comune. Sembrano essere l’una il negativo dell’altra: il vuoto di Detroit è pari al 60% della superficie della municipalità di Milano. Da un lato c’è un piano (il PGT di Milano), dall’altro c’è un fenomeno. A Milano si progetta una nuova città anche grazie a nuove quantità edilizie (pur senza aumentare il consumo di suolo), a Detroit si cerca di intervenire su un fenomeno di disurbanesimo, che ha creato un vuoto pari alla superficie di San Francisco e a due volte quella di Manhattan, anche grazie all’agricoltura urbana. A Milano ci si prepara alla sfida di un’ expo mondiale, a Detroit si cerca di ridefinire l’esperienza urbana in una città svuotata. Eppure, ci sono tratti comuni: aldilà di destini ormai assai diversi, c’è una comune storia produttiva e di innovazione, di ruolo di capitali economiche (certo affievolito per Detroit, ma ancora vivo nella memoria collettiva, e perno di un singolare orgoglio civico), e una simile localizzazione territoriale strategica all’interno delle rispettive macro-regioni. Milano e Detroit sono cresciute con un comune ethos: quello di rappresentare l’avanguardia economico-produttiva dei rispettivi paesi. E oltre le ormai evidenti differenze, rimane in comune una certa passione di essere città, quasi un senso di “missione”, che ispira una specifica ecologia umana. Milano e Detroit disegnano un arco in cui stanno dentro alcune importanti questioni per la metropoli contemporanea. Quali sono i meccanismi che possono creare circoli virtuosi tra attivismo civico, disegno urbano e gestione della città? tra appropriazione e reinvenzione spontanea dei nuovi paesaggi urbani e la trasformazione guidata dall’architettura e dall’urbanistica? come mettere a sistema la nuova domanda di città, le dinamiche dell’investimento privato e gli obiettivi generali dell’amministrazione pubblica? quali partnership si possono immaginare tra pubblico e privato? Ci sono poi le domande sul vuoto. Come utilizzare (o creare) il vuoto quale materiale di disegno urbano e nuova occasione per la città pubblica del futuro? e, intorno o dentro i vuoti, quale densità? come valorizzare e trasformare i grandi vuoti urbani della città post-industriale? come rendere i vuoti perni di una nuova struttura urbana assai più articolata e complessa dei modelli monoformali del passato (reticolare, radiale, concentrica, etc.)? come attivare d’altro canto i vuoti anche con interventi puntuali, diversificati nel programma, nelle scale, e nei modi di realizzare una nuova esperienza di città? come realizzare punti d’intensità urbana (non necessariamente di densità edilizia) dentro i vuoti anziché intorno ad essi? Queste non sono domande solo per Milano e Detroit, ma anche per molte altre città post-industriali dei paesi occidentali. Se le città europee possono far leva su una maggiore densità e una più fitta infrastrutturazione, ma devono far fronte a maggiori vincoli, ambientali, spaziali e culturali nella nuova “Europa delle Regioni”, le città americane, sullo sfondo di un regionalismo spesso giustamente invocato ma raramente realizzato come scala di governance territoriale, dispongono ancora di molto suolo e di un tessuto urbano e territoriale assai più trasformabile, ma scontano un grave ritardo sulle infrastrutture (che rimane una delle sfide più difficili dell’amministrazione Obama). Nell’arco tracciato dal nuovo piano di Milano al Detroit Works Project (che piano, giustamente, non è), stanno alcuni importanti tentativi di risposta alle domande prima accennate. La visione guida proposta da “metrogramma” con il nuovo PGT è centrata su un nuovo umanesimo urbano e su un nuovo significato di qualità urbana per la metropoli contemporanea. Quello che colpisce di Detroit, per contro, è la determinazione di cittadini, organizzazioni, progettisti, operatori e amministrazione a inventarsi strategie d’intervento che, contrastando un’emergente e pericolosa “estetica del degrado”, rifiutano, giustamente, il destino di “Pompei americana”. Pare stia crescendo a Detroit la giusta consapevolezza che l’urbanistica sia insufficiente a risolvere i grandi e gravi problemi di una città implosa. La cosa più importante però è che l’arco Milano-Detroit sottende una corda comune: l’impegno delle città a capire, trasformare e immaginare una loro nuova identità come sistemi ecologici legati a luoghi, contesti, e culture specifici. A Milano in modi forse più strutturati, attraverso l’articolazione dell’amministrazione locale e guidato da un attento disegno urbano, a Detroit nei modi forse più spontanei dell’attivismo di quartiere o degli “esploratori urbani” e nella frammentazione di progetti inevitabilmente più parziali. Pare cogliere comunque, nelle storie parallele di queste città, un comune segnale positivo per la crescita di una nuova cultura urbana: l’assunzione da parte dei cittadini di un ruolo sempre più protagonista nell’influenzare il destino delle proprie città.

 
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