By A Web Design


Home Arretrati 2011 The Plan 51 Il vuoto si riempie di qualità puntuali

Il vuoto si riempie di qualità puntuali

| Urban Development |


47_6 Anche se la città di Detroit non è tecnicamente la città a più rapido decremento demografico degli Stati Uniti, il suo ruolo nel quadro della più vasta narrativa della de-industrializzazione le dà il diritto di considerarsi l’epicentro dello spopolamento urbano. La politica edilizia e dei trasporti del governo federale della metà del secolo scorso, applicata con particolare intensità a Detroit nella speranza di proteggere l’ “Arsenale della democrazia”, ha avuto come effetto drammatico l’espansione disordinata della città. Mentre la regione metropolitana ha continuato ad estendersi con un incremento della popolazione (fino a tempi recenti), continua invece a diminuire la densità. Il quartiere commerciale centrale ha un aspetto spettrale, come conseguenza della presenza di dozzine di lotti vuoti ed edifici abbandonati, alcuni di dimensioni incredibilmente notevoli. Alcuni quartieri delle zone confinanti riflettono questa condizione e altri hanno spesso un aspetto decisamente rurale. La maggior parte dei lettori conosce anche troppo bene questa narrativa di Detroit come paesaggio estraniante che in qualche modo mantiene il suo senso urbano, mentre si deforma sotto il peso dell’assenza: un esempio emblematico di tutto ciò che è ‘POST industriale”. Infatti Detroit è spesso stata usata metaforicamente come una sorta di post-scriptum o addirittura come l’epilogo del modernismo in generale. È stata studiata, vilipesa, deplorata e in fin dei conti è stata vittima fino alla nausea di uno sfruttamento artistico estemporaneo [vale a dire una “pornografia del rudere” prodotta principalmente da estranei]. Molte recenti rappresentazioni della città fissano lo sguardo sul morbosamente sublime; la città come allegoria dei fallimenti del moderno capitalismo al suo meglio, ma molto spesso semplicemente una caricatura del fallimento dell’urbano. Anche se a rigor di logica queste rappresentazioni possono riflettere la realtà, la maggior parte dei tentativi di raccontare questa storia vengono seriamente limitati dal loro stesso quadro di riferimento: il punto di vista ristretto dell’autore; la durata di un documentario commerciale; o le esigenze di un titolo sensazionale. Lo sguardo della macchina fotografica deve inquadrare un qualche punto all’interno delle nostre vaste 139 miglia quadrate e come può non mettere a fuoco il vuoto? Si dimentica forse troppo facilmente che le città sono le più complesse fra tutte le imprese culturali umane. Le città si evolvono abbastanza lentamente con la partecipazione di migliaia di individui, e le ragioni delle loro trasformazioni e del loro invecchiamento e declino nel tempo sono quasi infinite. La realtà attuale è complessa in modo analogo. Detroit non è una semplice metafora. Se si è disposti a guardare, ci sono molte visioni alternative della città che fanno da punto di partenza per il suo futuro se andiamo oltre l’ovvia rappresentazione stereotipica. Tuttavia, è veramente difficile per qualsiasi progettista che si occupi del futuro di una città contemporanea, soggetta a decremento demografico, evitare di prendere in esame il ruolo variabile dello spazio negativo nel tessuto urbano. La diffusa presenza del vuoto è diventata una componente significativa dell’identità stessa della città. I vuoti delle strade, dei parchi, dei lotti liberi e perfino gli edifici non occupati iniziano a perdere i loro contorni a un livello tale che viene meno la funzione del vuoto come tessuto connettivo. Il vuoto pervasivo all’interno di uno spazio urbano porta con sè un innegabile senso di libertà e di aspettativa. Come abbiamo detto sopra, si è dedicata molta energia intellettuale a piangere la perdita che ciò rappresenta, o viceversa ad enfatizzare la necessità di mettere a frutto queste circostanze con grandiosi progetti visionari, nuovi modelli urbani nostalgici o altre visioni più serie ma insolite. Per usare le parole di Ignasi de Solà-Morales Rubió questi spazi sono “vuoto, assenza, tuttavia anche promessa, lo spazio del possibile, della speranza” 1. Quindi per coloro che sono forse un po’ più ottimisti, questa seconda comune versione della storia dà alla città il ruolo di un luogo di speciali possibilità; l’indeterminata e provocatoria promessa deriva da una condizione che si è allontanata così tanto e così in fretta dal suo passato che la potenzialità di una nuova condizione urbana progressista è quasi palpabile. Ma anche i cantastorie che sono affascinati dagli esempi più positivi che emergono nella città hanno bisogno di una sintesi per creare una storia avvincente. Lo sguardo deve di nuovo posarsi su una visione semplice per articolare il tema e completare l’allegoria; in questo caso l’allegoria di una città perennemente all’apice del rinnovamento. Questo secondo tipo di narrazione dà ruoli diversi a Detroit: uno strano tipo di città giardino; la prima nuova città agricola dell’America; una frontiera urbana di libertà creativa; il campo giochi finale dell’urbanesimo paesaggistico (o altri mantra di design urbanistico che non hanno ancora una definizione); o una città dove si pensa che gli interventi reali provengano esclusivamente da piccoli imprenditori sociali agricoli. Anche in questo caso, queste descrizioni hanno tutte un fondo di verità, ma sono riduttive. Non limitiamo la complessità della narrazione di un luogo, della sua gente, e la sua evoluzione per amore del tema emergente di avanguardia “PRE-qualcosa e non ancora definito”. La storia della decadenza di Detroit non può ridursi al conflitto razziale, o all’implosione dell’industria automobilistica, e analogamente ciò che emerge in quel fertile territorio urbano che resta come conseguenza della de-industrializzazione è ricco e vario come la complessità di un ecosistema forestale. Può anche essere utile sottolineare che queste metanarrazioni antitetiche si focalizzano chiaramente sul passato e sul futuro a scapito del momento presente. Si può valutare la città in modo molto più oggettivo se si riesce a resistere alle visioni semplicistiche che la riducono a un luogo, o soprattutto abbandonato o soprattutto pregno della speranza di uno stimolante futuro. Uno spazio particolare all’interno della città può avere una ricca storia che è stata perduta, per così dire, ma se in quel luogo emerge una palude possiamo essere più efficienti nel trovare un’alternativa produttiva per quello spazio, se resistiamo consapevolmente alla tentazione di dargli un valore simbolico che o rimpiange il passato o sogna uno stimolante ma irraggiungibile futuro. Quindi, se “Detroit è una terra di narrazioni multiple e, secondo il relativismo descrittivo di Goodman, tutte queste narrazioni sono vere” 2, come possiamo allora individuare dei fili comuni nel contesto di un tema complessivo di pluralismo? Alcune istanze che si sovrappongono possono aiutare a mettere in evidenza un modello, ma il modello in questo caso è un arazzo che si costruisce pezzo dopo pezzo piuttosto che esprimersi a priori. Per molti anni Detroit si è sviluppata senza alcun chiaro principio generale che facesse da guida per le priorità di sviluppo o senza una qualsiasi altra forma veramente funzionale di autorità centrale che perseguisse un progetto, ammesso che ne fosse esistito uno. Infatti, molti sostengono che Detroit ha una cultura così forte di sviluppo senza fini di lucro e una così forte storia di iniziative rurali proprio perché nel suo recente passato è mancata una modalità funzionale o efficace per dirigere un territorio così vasto. (Anche se la città è passata attraverso molti processi di pianificazione nel passato, molti di questi sforzi potrebbero essere fondamentalmente definiti studi che non sono mai diventati un vero progetto). Senza obiettivi coerenti che possano guidare una discussione su quale possa essere l’interesse primario della collettività, non è sorprendente che invece troviamo un appassionato impegno in uno stile di lavoro che favorisce interventi di piccola portata, in crescita, locali. Esiste infatti nella città una grande varietà di efficaci strategie di rinnovamento a partire da quelle piccolissime iniziative rurali, che fondamentalmente non hanno budget e mettono in evidenza un processo improvvisato, fino ai vasti progetti infrastrutturali che implicano una pianificazione complessa e sforzi di progettazione con budget di centinaia di milioni di dollari. Qualsiasi sia la dimensione, molte delle attuali iniziative nella città, sia quelle discusse in dettaglio nei seguenti articoli, sia altre troppo numerose da elencare, hanno in comune parecchie caratteristiche. Il primo tema comune è la strategia di incremento. Operando all’interno di un contesto di risorse finanziarie molto limitate, al fine di costruire capacità e slancio per passare dal tavolo da disegno alla realtà, molti progetti partono volutamente da piccole dimensioni e crescono nel tempo man mano che si vanno realizzando. Un secondo tema comune consiste nel fatto che molto del lavoro ora in corso nella città si realizza in modo non coordinato, senza un’entità o un piano guida che diriga il rapporto fra i singoli progetti. Questa proliferazione di approcci non coordinati ricorda in qualche modo i nostri contemporanei networks digitali. L’insieme di queste iniziative urbane produce una sensazione di “sorgente aperta” . La metafora non è esatta in quanto non esiste una reale condivisione attiva e una modificazione delle idee su base paritaria, ma tutto il lavoro che avviene in città può essere visto come il debole intreccio di concetti, valori, e anche di componenti di una squadra. Ognuno ha il suo proprio modo di dare apporti al sistema collettivo, in assenza di una fonte di controllo e di guida generale. Questo approccio a “sistema aperta” modula anche il modo in cui vengono presi in considerazione i progetti che via via si aggiungono. Invece di progettare a priori molte fasi che s’intendono realizzare in sequenza, la combinazione di queste due tendenze può dare come risultato iniziative che vengono considerate come documenti dinamici che enfatizzano gli obiettivi rispetto alle tecniche, il processo piuttosto che gli specifici risultati concreti. Come risultato finale in questi esempi si vede quanto profondamente la comunità valuti l’importanza del controllo locale. Gran parte della storia di Detroit del ventesimo secolo sottende tensioni che derivano nel migliore dei casi da una mancanza di partecipazione locale, ma spesso da forme più insidiose di discriminazione e privazione dei diritti civili, con la conseguenza di indurre una profonda sfiducia in tutte le forme di autorità centralizzata locale ma in special modo in quelle provenienti dall’esterno. Quindi, anche in una situazione in cui il bisogno di un’articolazione di obiettivi comuni è decisamente evidente, è probabile che quegli stessi obiettivi debbano essere di necessità abbastanza aperti tanto da permettere diverse caratterizzazioni e approcci differenti nei vari quartieri all’interno della città che si espande. Vale la pena menzionare, alcuni progetti. Si è formata recentemente su vasta scala una società mista pubblica e privata per trasformare il lungofiume del Detroit River. Si è istituito un ente senza scopo di lucro chiamato Detroit River Front che ha coinvolto dozzine di notabili di spicco con lo scopo di dare nuova vita al lungofiume. È in corso un progetto di 8.8 km che include una pavimentazione in legno, parchi attigui e altri servizi. Più di metà del progetto è già stato completato. La struttura ibrida pubblico/privata ha permesso un’ampia varietà di fonti di finanziamento, compresi fondi pubblici, contributi dalle fondazioni e investimenti privati. Un altro progetto di infrastruttura in avanzata fase di realizzazione è una rete ferroviaria leggera di 15 km che va dal centro nei pressi del fiume fino all’estremo nord della città. Anche l’M-1 Rail Project si sviluppa come un’analoga impresa mista pubblico/privata, ma in entrambi questi esempi su vasta scala sono evidenti i temi dell’approccio incrementale, basato su un controllo molto localizzato e su un processo aperto. Volendo partire da un ordine di grandezza minimo l’inizio potrebbe essere un progetto che si è sviluppato letteralmente da un pollice quadrato alla volta. Il Loveland Real Estate Project è una strategia di sviluppo innovativo quasi virtuale che fondamentalmente incoraggia la gente a investire sulla città di Detroit, acquistando il terreno un pollice quadrato alla volta. In realtà questo progetto ha avuto la funzione di fornire una fonte di finanziamento minimo che, attraverso un approccio aperto, è in grado di fornire fondi per progetti lievemente più ambiziosi. Per esempio questa forma di “investimento da un pollice” ha dato ora vita a un progetto chiamato Imagination Station. “L’ Imagination Station è un nuovo ente senza scopo di lucro il cui compito primario è quello di risanare i numeri 2230 e 2236 della quattordicesima strada. La casa a destra sarà ristrutturata con metodi ecosostenibili e diventerà un centro pubblico multimediale. La struttura bruciata della casa a sinistra sarà demolita e il suo perimetro sarà usato come spazio pubblico per attività artistiche. Attraverso questo processo, l’Imagination Station tende a creare un modello riproducibile di rinnovamento sostenuto economicamente da società e da finanziamenti tradizionali, come pure da nuove tecniche mediatiche per la raccolta fondi, la narrazione e il volontariato” 3. Questo progetto, come altri progetti simili nella città, mette insieme un collettivo aperto di artisti, imprenditori, progettisti e volontari che lavorano in collaborazione su tutti gli aspetti dello sviluppo del progetto e la sua realizzazione. Forse il valore maggiore di questi tipi di microprogetti non consiste necessariamente nella trasformazione dei siti specifici di cui si fanno carico, ma nella loro capacità di fare leva su risorse in continuo aumento che possono alla fine permettere la realizzazione di progetti più elaborati. L’ordine di grandezza medio, che è forse il più fertile, si riferisce a una situazione ibrida di sviluppo di base e autonomo che cerca consapevolmente di anticipare un livello intermedio di progettazione. Il Roosevelt Park Project di Noah Resnick di uRbanDetail e Tadd Heidgerken è un chiaro esempio di un approccio alla progettazione urbanistica capace di mettere in relazione il piccolo e il grande. Analogamente alla Imagination Station, il progetto inizia da un piccolissimo territorio - 150 metri quadrati, ma in questo caso un’iniziativa civica molto più ampia viene anticipata dalla prima mossa. Tuttavia, in questo caso è importante notare che la progettazione e la visione che sottende al progetto non hanno una funzione prescrittiva per un percorso passo passo. Il procedimento dà valore al contributo dei cittadini, e prevede possibili cambiamenti nel progetto man mano che le varie tappe dell’iniziativa si realizzano. In effetti, uno degli aspetti più promettenti di questa proposta consiste nel fatto che la concezione delle fasi del progetto non è così lineare come si potrebbe pensare. Anche se è partito da due azioni che si incrementavano tra loro in senso tradizionale, il futuro del progetto è lasciato aperto, e si basa su un numero di “fasi” identificate che si sovrappongono e si intrecciano. Ognuno di questi fili del progetto si presta ad essere interrotto o ripreso in tempi diversi e con diverse durate a seconda delle necessità. Così il progetto non è solo una risposta aperta a bisogni specifici della comunità, ma è anche aperto nel senso che il concetto di pianificazione viene costantemente reinterpretato e modificato, e non concepisce le fasi come blocchi di lavoro predeterminati che devono seguire una sequenza specifica. Il Recovery Park Project del Detroit Collaborative Design Center è un altro eccellente esempio di pianificazione aperta. In questo caso progetti elastici di un piccolo quartiere all’interno della città si sviluppano sotto la direzione di un’ampia varietà di finanziatori. Anche se questo progetto include un territorio molto più vasto del Roosevelt Park, questo caso emblematico è anche radicato in un approccio alla progettazione che favorisce linee guide abbastanza generali che si articolano poi in una serie di progetti minori che si concretizzano all’interno della visione più ampia. Parte del progetto si focalizza su una strategia per sviluppare l’agricoltura urbana su scala più ampia degli orti comunitari convenzionali, ma con una enfasi sulla capacità di collegare proprietà non contigue, in modo da permettere che zone nuovamente produttive si intreccino con gli usi esistenti e altri nuovi programmi. All’interno di questo più vasto sfondo numerose iniziative architettoniche specifiche aiutano a dare nuova vita al quartiere, non attraverso l’imposizione di una visione esterna, ma attraverso una serie di ampliamenti molto mirati a partire da situazioni esistenti che potrebbero essere viste nel loro collegamento concettuale come una costellazione di punti focali all’interno di un territorio dai contorni aperti. Ed infine torniamo alla scala più ampia - la città in sè. Sotto la guida del sindaco Dave Bing e una nuova squadra di notabili cittadini progressisti, l’amministrazione della città ha messo in atto un processo di sviluppo, per creare una visione ardita e realistica del futuro del nostro territorio urbano. Il Detroit Works Project è un’iniziativa recente, condotta dalla città, che in questo momento è proprio agli inizi del suo sviluppo. Oltre a funzionari pubblici e una varietà di consulenti professionisti, la struttura dirigente del progetto comprende un comitato consultivo di 55 personaggi importanti del territorio con diverse competenze. L’iniziativa ha comportato numerosi incontri pubblici che continueranno man mano che una nuova serie di priorità si svilupperà per progetti di impiego del territorio, di trasporti e di altre forme di valorizzazione. Anche se è troppo presto per giudicare il possibile successo di questa iniziativa, essa almeno s’impegna a costruire, partendo dalle risorse della nostra tradizione recente, l’intervento di pianificazione urbana aperta che viene descritto sopra e illustrato nel progetto che segue. Per esprimere tutto ciò in termini più generali, si potrebbe sostenere che nel ventesimo secolo la più grande eredità della città non è l’automobile in quanto tale, ma l’approccio ispirato dal fordismo al sistema logistico che ha organizzato vaste catene di rifornimento decentralizzato a partire da un modello di gestione centralizzata. In qualche modo questa metodologia si è tradotta in un parallelo modello gerarchico di rinnovamento urbano per la città stessa. Nel ventunesimo secolo sembrerebbe che la città tenda a dimostrare l’inattualità di un approccio centralizzato, iper-razionalista e formale della pianificazione urbanistica. Siamo arrivati al punto in cui per la prima volta in decenni la città sta veramente facendo qualche tentativo di pianificazione, ma sembra chiaro che ciò che più probabilmente emergerà da questo processo, nel contesto di una tale diversità di approcci e rispettivi protagonisti, non è un progetto rigidamente prescrittivo, ma probabilmente una forte e chiara tendenza all’interno di un quadro operativo. Possiamo sperare in questa congiuntura che Detroit dimostri un atteggiamento innovativo alla pianificazione urbanistica, ma che lo faccia resistendo all’approccio idealizzato, dogmatico e calato dall’alto dei modernisti. Detroit ha bisogno di uno scopo. Detroit ha bisogno di investimenti. Detroit ha bisogno di iniziative spregiudicate e di un pensiero creativo. Detroit ha un bisogno disperato di un pensiero progressista riguardo alla suddivisione del territorio. Detroit ha bisogno di porsi degli obiettivi, ma non ha bisogno di un programma dittatoriale. Ha bisogno di continuare a promuovere un approccio alla pianificazione urbana che sia aperto, incrementale, e intensamente partecipativo. Ci sono ottocentomila storie in una nuda città ... speriamo che questa volta la storia sia veramente raccontata dalla sua gente.

 
abbonamenti-4

Archivio The Plan