
Il nuovo Brandhorst Museum traccia un segno nella matrice urbana ed istituzionale di Monaco. Questo corpo elegante e impeccabile assomma in sé molti temi attinenti al pensiero architettonico e museologico contemporaneo. Progettato da Matthias Sauerbruch e Louisa Hutton registra, come prima impressione, la presenza di un edificio dai colori vivaci vicino ai musei neoclassici e alle residenze borghesi. In effetti, la parola “impressione” ne descrive l’essenza esteriore, il modo con cui comunica attraverso il colore e si rende leggibile tramite l’aspetto tettonico. “Impressione”, ovviamente, rimanda anche ai primi quadri modernisti, all’uso espressivo del colore, alla scomposizione della luce, alla rappresentazione della vita moderna. Il Brandhorst è un parallelepipedo. Menzionare questo tipo di figura spaziale che richiama alla memoria gli scritti di Robert Venturi e la polemica americana sul significato di superficie, può portare a considerarlo solo un contenitore molto raffinato, un semplice custode di tesori. La sua forma squadrata, però, consegue dalla particolarità del sito: costituisce la realizzazione più recente, se non l’ultima, all’interno di una cornice illustre quale il complesso di musei sollecitato all’inizio del XIX secolo dalla Alte Pinakothek di Leo von Klenze, ricostruita con sensibilità da Hans Dollgast dopo la seconda guerra mondiale e recentemente ampliata con l’adiacente Pinakothek der Moderne. Di conseguenza, il Brandhorst di Sauerbruch Hutton non è un corpo a sé, bensì un componente di questo complesso museale. L’edificio si sviluppa su due piani sopra un ampio basamento. Alla necessità di dovere adempiere alle esigenze pratiche di un museo indipendente, quali magazzino, servizi, zone di carico, consegue che buona parte della superficie esterna sia cieca, o opaca, come conseguenza dell’intelligente impianto di illuminazione interna. Le gallerie inferiori prendono luce da un nastro di finestre a cleristorio, le superiori direttamente attraverso un soffitto a griglia sottile. Il rivestimento della superficie esterna è trattato a campiture di colori - lo studio Sauerbruch Hutton è noto per l’uso espressivo del colore - ottenute ricorrendo a una lunga serie di piastrelle in ceramica nastriformi, su un rivestimento in metallo perforato, ognuna diversa dall’altra per tonalità e sfumatura; in tutto 23 colori diversi, divisibili in tre gruppi basici che suggeriscono una distribuzione tripartita dell’edificio. Il Brandhorst può essere accostato alle sculture della Op Art che si animano con il movimento dello spettatore. Si entra dall’angolo più lontano, attraverso una caffetteria geniale e la libreria, per poi passare in un volume lineare, illuminato lateralmente; qui, una scalinata aperta collega le gallerie dell’ampio piano interrato, le sale illuminate a cleristorio del piano terra e gli splendidi spazi espositivi dell’ultimo piano. Le pareti sono bianche, i pavimenti in quercia chiara. Il senso di relativa intimità delle gallerie inferiori, con percorso sinuoso, si dissolve al piano superiore, dove le pareti delle grandi sale espositive terminano in soffitti di tessuto traslucido Barrisol. Finestre-cartolina consentono di riorientarsi con la città e la zona musei. Il Brandhorst non è ortogonale, si potrebbe definire a forma di martello, con i lati della testa rastremati all’indietro rispetto alla strada. È così non per ostentazione: sopra l’ingresso, la galleria si dilata leggermente per accogliere le grandi tele del maestro americano Cy Twombly. Qui si resta pressoché soli, a diretto contatto con l’arte. L’architettura quasi scompare, quasi dimenticate sono le ceramiche degli esterni, al cospetto dell’arte. Raymund Ryan