Rajeev Kathpalia descrive la casa che ha costruito ad Ahmedabad per la sua famiglia come un padiglione aperto sui giardini e sul cielo, anche se dall’esterno sembra scolpita da un unico gigantesco blocco con aggetti scenografici. In questo, ma anche in altri edifici, Kathpalia, partner del grande architetto Balkrishna V. Doshi, che fu assistente di Le Corbusier e Louis Kahn quando lavorarono in questa città dell’India settentrionale, cerca di fondere tradizione e modernità. Doppie pareti e un tetto ben isolato mitigano i freddi inverni e il caldo feroce dell’estate. Seguendo la tradizione locale la terrazza sul tetto è ribassata in modo da offrire un fresco rifugio nelle sere d’estate e un luogo dove dedicarsi allo sport locale delle gare di aquiloni; egualmente tradizionale è la cisterna del seminterrato per la raccolta della pioggia monsonica. Le pareti esterne ombreggiate e i soffitti in cemento, gli scarichi di gronda aggettanti e i plastici lucernari del tetto, evocano le ville di Le Courbusier e il suo Mill Owners’ Building; Kathpalia ha perfino incluso la figura del Modulor nei suoi prospetti. E’ un gesto spiritoso, ma Kathpalia è un pragmatico che si differenzia nettamente dal maestro francese nell’enfasi posta sulla vivibilità rispetto alla forma.
La villa prende nome da sua moglie Radhika, architetto e una delle tre figlie di Doshi, ed è configurata per rispondere alle esigenze personali della coppia, dei loro figli di 15 e 21 anni e dei loro ospiti. Nonostante le superfici dure e gli spigoli vivi, la casa ha una atmosfera accogliente e informale. Gli alberi filtrano la luce del sole e attenuano la durezza delle superfici con una screziatura di luci ed ombre. All’interno, la luce si sposta in continuazione registrando il movimento del sole e delle nuvole; arredi fissi dividono il soggiorno a doppia altezza dalle stanze più piccole sui due piani, senza interrompere la fluidità dello spazio o ostacolare la ventilazione incrociata: un’interpretazione creativa della casa tradizionale del Rajasthan in cui un unico spazio viene suddiviso da tende o avvolgibili in bambù.
Sulle mensole sono esposti dipinti e sculture indiane contemporanee. I lucernari, come le torri del vento del deserto, catturano le fresche brezze della sera e lasciano uscire l’aria calda durante il giorno. Solo nelle giornate immobili e afose in piena estate è necessario chiudere le finestre e ricorrere all’aria condizionata. La casa è dotata di sistema di riscaldamento solare dell’acqua ed è prevista l’installazione di pannelli fotovoltaici per alimentare l’illuminazione e il condizionamento termico.
Kathpalia ha disegnato e realizzato un modello molto dettagliato della casa e ha rivisto i suoi disegni con Doshi come fa per ogni progetto. “Non avevamo un impresario edile che si occupasse di tutto e io ero molto occupato”, ricorda, “così la casa passava spesso nel dimenticatoio. C’erano numerosi capomastri che facevano quasi tutto a mano, e hanno realizzato i miei progetti a modo loro nell’arco di tre anni”. I materiali e le finiture sono economici, sostenibili e a bassa manutenzione. Il cemento dei soffitti e delle pareti esterne è stato colato in casseforme costruite con assi recuperate dai bancali di una nave, e la superficie scabra assorbe le imperfezioni rifrangendo la luce. I comuni mattoni indiani non sopportano bene le condizioni climatiche, sono stati quindi impiegati per le pareti interne e intonacati. I pannelli di teak, che coprono un’estesa superficie, sono stati tagliati sul posto da ceppi e il legno avanzato è stato usato per mascherare le sbarre d’acciaio di sicurezza alle finestre. I pavimenti sono rivestiti con pietre color miele provenienti dal deserto intorno alla città di Jaisalmer. Kathpalia ha chiesto ai posatori di immaginare un rivolo d’acqua scorrere fra l’irregolarità delle lastre e loro hanno riempito le connessioni di schegge di pietra e vetro marmorizzato. I parapetti del tetto e i lucernari in cemento sono rivestiti di un mosaico di porcellana bianca. Un’anziana signora con grossi occhiali ha portato tazze e piattini acquistati come scarti di fabbrica e li ha rotti in frammenti arrotondati, messi poi in opera da una squadra di otto uomini.
La casa è orientata in modo tale da incorniciare un giardino pubblico e tagliare fuori i vicini, rendendo la vista più rurale che urbana. E’ facile immaginare di essere lontani da una metropoli industriale quando i pavoni entrano in casa da una finestra aperta e incedono impettiti sul tavolo da pranzo e scimmie dalla faccia nera scorazzano sulla terrazza del tetto.
“Ci godiamo intensamente la casa e le sue diverse atmosfere che cambiano con il cambiare delle stagioni”, ha scritto Kathpalia sei mesi dopo esserci andato ad abitare con la sua famiglia. “Abbiamo avuto un bel monsone quest’anno e la nostra cisterna d’acqua piovana è colma, il che è un buon segno”.
Michael Webb








