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Home State of the Art 004 Centre Georges Pompidou

| Shigeru Ban Architects |

Centre Georges Pompidou

| Metz | Francia |
| Architettura |


044-6 L’apertura del Centro George Pompidou (CGP) a Metz lo scorso Maggio è stata, da parte della sede di Parigi, una decisione coerente non solo perché quest’ultima soffre di una pesante carenza di spazi espositivi, ma soprattutto perché – al pari del Guggenheim – capitalizza l’enorme successo del suo marchio che ha richiamato milioni di visitatori fin dalla sua apertura nel 1977 dimostrando di garantire altissimi profitti. Al momento di prendere la decisione per la costruzione del nuovo CGP nel 2003, il carisma dell’architettura di Piano e Rogers ha inevitabilmente condizionato il bando del concorso per Metz, che invitava i partecipanti a sottoporre proposte innovative, ma allineate con il suo “Zeitgeist”. Il progetto vincente di Shigeru Ban e Jean de Gastines può essere descritto come l’unione di due componenti distinte: un assemblaggio di tre spazi espositivi sovrapposti da una parte e una struttura di copertura dall’altra. Oggi, il museo è situato in una zona verde, lontano da altri edifici e a pochi passi dalla stazione. Tra tutte le proposte presentate, il progetto di Ban e de Gastines esprime nella forma più chiara un’immagine di innovazione strutturale e di rinnovo delle tipologie, coerente con la linea creativa di Shigeru Ban. Sin dai primi anni ’90, i lavori di Ban hanno attinenza con materialità e spazio, un approccio peculiare, non del tutto giapponese, nè occidentale. Tre esempi tra i suoi case study di abitazioni (Grid House, Forniture House, Paper House) esemplificano al meglio il suo desiderio di applicare i concetti di organizzazione strutturale e spaziale utilizzando varie tecniche costruttive e/o concentrandosi sui differenti aspetti del progetto, sempre però con l’imperativo di unire progetto, struttura e spazio. Prima di Metz, Ban ha utilizzato un impressionante apparato di materiali e sistemi di costruzione, dalle tensostrutture di copertura in PVC e policarbonato cellulare, al cemento colato in opera e all’acciaio strutturale, il tutto in modo distintivo e pertinente al contesto. Il suo interesse per le strutture costruttive è motivato, non solo dalla sua attenzione per la tecnica o l’eleganza, ma anche dal desiderio di dimostrare come queste influiscano sull’espressione architettonica nel suo insieme. Alla domanda su cosa abbiano in comune il CGP di Parigi e quello di Metz, l’architetto risponde: “niente, eccetto l’innovazione”. È altresì vero che il CGP di Parigi non è stato unicamente innovativo nella tipologia e nella struttura ma ha avuto la capacità di compendiare la sensibilità culturale di un’epoca. Sintetizzando l’utopia di Archigram e utilizzando le tecniche dell’industria navale per fabbricare le enormi travature, l’edificio ha rappresentato un successo senza precedenti, in quanto opera totale. Nel caso di Metz “l’innovazione” assume un significato totalmente diverso. Ciò che identifica il CGP di Metz sono la struttura e il materiale della copertura costituito da un complesso telaio tridimensionale in legno lamellare, rivestito da una membrana tessile realizzata in Teflon (PTFE: polytetrafluoroethylene) stesa sopra la copertura ondulata (il tessuto per agire a livello strutturale deve essere steso ed incurvato, sia su superfici sinclastiche che anticlastiche). Alla base del concetto della struttura di copertura pare ci sia stata la forma di un cappello cinese, dove sottili strisce di foglie sono intrecciate per rendere stabile la forma, simile ad una maglia tridimensionale. Componenti strutturali necessari sono un punto di massima altezza e un anello a compressione sul perimetro. Quello che più impressiona i visitatori a Metz è l’imponenza della struttura di copertura che, paradossalmente, sostiene un materiale estremamente leggero. Dal momento che il tessuto teso genera tensioni molto forti in tutte le direzioni, tutti i punti del perimetro devono resistere a spinte verso l’alto; questo, insieme all’assenza di tiranti fissati a terra, spiega le dimensioni della trave perimetrale e del tetto. Sembra strano infatti che una membrana che potrebbe essere facilmente supportata da una leggera struttura a tiranti abbia bisogno di una così costosa e complessa struttura lignea. Ciò che sembra conflittuale in questo caso è che l’idea del cappello cinese sia stata meramente utilizzata per le sue doti di evocare la tradizione artistico-artigianale piuttosto che come risposta alle esigenze specifiche del sito e del progetto. Il tentativo di adattare la struttura a intreccio del cappello all’enorme scala di questa architettura è stato di difficile attuazione, dal momento che uno sforzo immane è stato compiuto per trasformare qualcosa di molto semplice in qualcosa di estremamente complesso e costoso. Il visitatore, camminando all’interno, nota l’incoerenza tra gli spazi espositivi e la struttura di copertura. Questo si avverte anche nelle terrazze parzialmente coperte che si affacciano sugli spazi interstiziali tra la membrana di copertura e i volumi delle gallerie. La copertura appare staccata dagli spazi espositivi e non rivela relazioni spaziali nè organizzative con le altre parti dell’edificio. L’unico raccordo tra questi elementi è costituito dalla torre in acciaio centrale (che sostiene il tessuto e funge anche da vano ascensore) e dalle aperture in copertura (dalle quali sporgono i blocchi delle gallerie). Curiosamente, le zone dedicate alle esposizioni non fruiscono della luce naturale che filtra attraverso la membrana traslucida e, allo stesso modo, questa non beneficia della luce diffusa dalle gallerie, ma richiede un sistema di retroilluminazione dedicato. Diversamente dal CGP di Parigi, il museo di Metz usa l’innovazione per esaltare un’immagine evocativa piuttosto che per dare vita a un’esperienza nuova e unitaria. A Parigi, senza la massiccia travatura, ossia le Gerberettes o i tiranti della facciata, nessuno dei criteri organizzativi sarebbe stato ottenuto. Il lavoro di Ted Happold e Peter Rice perseguiva un obiettivo funzionale ma anche strutturale e architettonico, dato che nessuna parte può essere eliminata senza intaccare l’edificio nel suo insieme strutturale, funzionale e semantico. Come affermato da un funzionario cittadino all’inaugurazione, a Metz il museo necessita di “catturare attenzione”, di essere visto come “oggetto identificato”. In questo caso il CGP di Metz risponde certamente alle indicazioni progettuali, e certamente conquisterà lo status di icona di cui, pare, i musei non possano più fare a meno.

AliReza Razavi