Nicola Leonardi - Intraprendere una politica di sostenibilità aziendale è un’operazione a 360°, quasi un gioco del domino, nel quale ogni elemento ne trascina altri. Quale è stato il percorso di Haworth, e quando è iniziato?Giorgio Dino, Amministratore delegato Haworth Italia - Haworth è stata nel 2006, in tempi non sospetti, la prima azienda del settore a pubblicare negli Stati Uniti un Bilancio di Sostenibilità. Lo spirito era quello di iniziare un percorso aziendale per cambiare i nostri processi produttivi, l’idea quella di abbracciare la sostenibilità quale elemento strategico, con la consapevolezza che questo percorso nel lungo periodo avrebbe portato benefici, non solo di tipo ambientale e sociale, ma anche di tipo economico. Oggi la sostenibilità è uno dei pilastri della nostra strategia aziendale. Il nostro obiettivo è consumare nei nostri processi aziendali meno risorse per consegnare un mondo migliore alle prossime generazioni, sapendo che di questa strategia si avvantaggiano i nostri clienti, le nostre risorse umane e i nostri azionisti. In Europa questo processo è arrivato con un leggero ritardo, ma ha trovato un terreno già preparato e fertile. L’Italia ha abbracciato gli stessi temi, traducendoli in una serie di comportamenti interni all’organizzazione aziendale e relativi al nostro modo di presentarci al mercato. Sotto alcuni aspetti eravamo già avanti: tutti i nostri stabilimenti europei, ad esempio, sono certificati ISO 14000. Rispettare la normativa, però, non basta, bisogna guardare e spingersi oltre, per innescare una serie di meccanismi e di comportamenti positivi che influenzano i processi aziendali nella loro globalità. Pensando all’impatto ambientale degli arredi, non possiamo fermarci a creare prodotti in linea con la normativa vigente relativamente alle materie utilizzate ed ai processi produttivi. Dobbiamo pensare a tutto il ciclo di vita dei prodotti, alle risorse che consumiamo, all’energia e al trasporto. Pensiamo ad esempio agli imballi, che generalmente nel nostro settore sono a perdere, e producono scarti, spreco di materiale ed energia. A questo proposito abbiamo intrapreso il progetto EMU Boxes, creando un imballo totalmente riutilizzabile: investiamo di più sull’imballo originale, ma questo viene riutilizzato più volte e alla fine del ciclo di vita è interamente riciclabile. Il tutto è gestito con un sistema di tracking Rfid, che consente di localizzare il contenitore in ogni momento.
N.L. - Quali gli obiettivi realizzati, per ognuno dei diversi aspetti che caratterizzano la sostenibilità, e quali i prossimi obiettivi in rapporto ad alcuni fattori: i luoghi di lavoro, i dipendenti, i processi di produzione, la logistica, i materiali e il ciclo di vita dei prodotti?
G.D. - Abbiamo lavorato seguendo due grandi aree di intervento: innanzitutto la creazione dei presupposti produttivi e culturali perché tutta la nuova generazione di prodotti in Italia e in Europa sia concepita, progettata, industrializzata, e distribuita secondo alcuni principi fondamentali: qualità e durata nel tempo, integrabilità, flessibilità, riciclabilità dei prodotti e delle loro componenti. La riduzione della qualità industriale non può essere un elemento competitivo per reggere la pressione dei prezzi. Le sedute, ad esempio, devono essere progettate secondo i più aggiornati principi di ergonomia, affinché la loro validità si protragga il più possibile nel tempo. Le nostre sedute Zody, System 59 e Very, pur posizionate a diversi livelli di prezzo, seguono tutte questa logica. Gli arredi devono essere tutti fortemente integrabili, per dare al cliente un valore di mantenimento dell’investimento nel tempo. I nostri prodotti dialogano tra loro, hanno la stessa matrice culturale e sono intercambiabili. Questo consente al cliente, al variare delle sue esigenze organizzative e del suo modo di lavorare, di avere sempre a disposizione prodotti in grado di integrarsi tra loro. Kiron, il nostro nuovo sistema di arredo, abbraccia perfettamente questa logica; un altro esempio è la linea di schermi che abbiamo appena lanciato in Europa: schermi trasversali, in grado di dialogare con tutte le principali linee Haworth. Relativamente ai materiali, utilizziamo nella più alta percentuale possibile materie prime riciclabili e riciclate: alluminio, acciaio, plastiche. Prestiamo massima attenzione al fatto che i prodotti siano facilmente smontabili alla fine del loro ciclo di vita, in modo da agevolare il loro riciclo. In diversi casi ci prendiamo in carico noi stessi anche questa fase: molti clienti ce lo chiedono. La seconda area sulla quale abbiamo lavorato è la filosofia e l’organizzazione aziendale. Perché la nostra azienda sia davvero sostenibile, tutti i collaboratori devono essere coinvolti e condividere valori e principi della sostenibilità, in modo da potervi contribuire attivamente, attraverso le loro azioni di tutti i giorni. Riteniamo molto importante testimoniare direttamente il nostro impegno anche nel campo dell’edilizia sostenibile: per questo l’anno scorso ci siamo associati al Green Building Council Italia, di cui dal 2010 siamo anche Sponsor Argento, con l’obiettivo di promuovere il sistema LEED sul mercato italiano. A livello di Corporate partecipiamo da tempo alle attività di USGBC, e dal 2008 è Policy globale della nostra azienda la progettazione e costruzione LEED di tutti i nuovi edifici aziendali: tutti i nostri nuovi siti produttivi sono LEED argento, tutti i nuovi showroom sono certificati LEED Gold.
N.L. - Il rapporto costi/benefici di questa scelta. I prodotti che escono da un’azienda sostenibile costano di più al consumatore finale? E all’azienda? Questa scala eventualmente si inverte in relazione al processo complessivo?
G.D. - Non dobbiamo commettere l’errore di valutare il materiale in sé, ma ragionare sull’intera filiera; in base a questo la risposta è che i prodotti sostenibili non costano di più. La riduzione di spreco e di utilizzo di materie prime nei processi industriali porta un beneficio concreto, trasferibile al mercato, a parità di margini per l’azienda. C’è un equivoco a questo proposito, nato dal mercato del cibo sostenibile; in quel settore è meno costoso produrre in maniera intensiva, e la domanda oggi di prodotti sostenibili non è sufficiente. Per quanto invece riguarda i prodotti industriali, il mercato c’è. La sfida sta nella comunicazione al mercato e nella creazione di una consapevolezza, che credo stia maturando. Per questo c’è bisogno di un lavoro di squadra, con il Green Building Council, con gli Architetti e clienti che hanno a cuore questi argomenti.
N.L. - Ormai tutti le aziende si dicono sostenibili. Come riuscire a comunicare la propria idea di sostenibilità, il proprio livello di sostenibilità? Esiste in questo senso una competizione positiva?
G.D. - Non esiste una scala ufficiale di green, anche se il mercato si sta muovendo. Per la prima volta l’anno scorso negli Stati Uniti l’associazione dei maggiori produttori mondiali di arredo per ufficio, BIFMA, ha introdotto la normativa LEVEL, che cerca di tradurre all’interno dei processi manifatturieri delle aziende del nostro settore i principi LEED. Ci auguriamo che questo tentativo si concretizzi in un punto di riferimento anche a livello europeo; sarebbe un modo per innalzare il livello medio del settore. È nel nostro stesso interesse che tutto il settore cresca.
N.L. - Sostenibilità significa anche comfort, benessere. Quale la vostra cultura aziendale sul tema luogo di lavoro, rapporto con la persona?
G.D. - Guardando alla radice del nostro brand, credo che Castelli nei suoi 130 anni di storia abbia sempre avuto tra le sue peculiarità la cultura del progetto. Sono usciti da Castelli vari prodotti di successo, però quello che ci è sempre stato riconosciuto dal mercato è stata la nostra capacità di interpretare il progetto, la nostra attenzione ai luoghi di lavoro destinatari dei nostri prodotti. Haworth segue la stessa filosofia: non produciamo semplici oggetti, ma soluzioni progettuali e ambienti di lavoro. Abbiamo aperto i nostri team di lavoro a sociologi, specialisti dell’organizzazione, abbiamo fatto un’importante e approfondita ricerca sulla generazione Y, con lo spirito di intercettare come sta cambiando il modo di lavorare e come le nuove generazioni concepiscono l’ambiente ufficio. Il nostro obiettivo è creare ambienti di lavoro gradevoli che stimolino creatività e produttività, in grado di attrarre e trattenere i talenti. Un posto di lavoro piacevole e stimolante è, per le nuove generazioni, una delle ragioni principali alla base della scelta di lavorare in un’azienda rispetto a un’altra. Prestare grande attenzione alle risorse umane significa anche offrire loro postazioni di lavoro adeguate e all’altezza delle loro aspettative.
N.L. - Come si evolverà il concetto di “postazione di lavoro”? Quale sarà il modo di lavorare della generazione I-Pad?
G.D. - L’arredo per ufficio è stato sempre strettamente legato all’evoluzione tecnologica. Pensiamo agli anni ’80, quando l’arrivo del pc ci ha costretto ad integrare nuovi elementi, a gestire cavi, cablaggi, ecc. Man mano che la tecnologia diventa wireless, man mano che procede la miniaturizzazione, l’arredo operativo va semplificandosi. La nostra attenzione oggi è puntata su altri elementi. Dobbiamo aiutare le aziende a pianificare gli spazi per utilizzarli al meglio. L’ambiente di lavoro, quale luogo di incontro e confronto, è insostituibile. Cambiano le modalità con cui si fa un ufficio, oggi c’è sempre più bisogno di spazi di incontro, di sale riunioni e team. Se fino a ieri producevamo 80% di posti individuali e 20% di posti collettivi, oggi il trend si sta invertendo, per effetto di una migliore gestione dello spazio, e perché alcune persone non avranno più un posto di lavoro assegnato. La rotazione del posto di lavoro in molte aziende è già una realtà. Aumenteranno gli spazi di dialogo, gli spazi di lavoro non convenzionali. È in questa direzione che le aziende vedranno evolvere i loro ambienti di lavoro.
N.L. - Quali sono stati i principali ostacoli che avete trovato nella realizzazione di un processo di produzione sostenibile? Si può puntare a un 100% di sostenibilità? Esistono limiti oggettivi?
G.D. - Il limite principale è dato dalla tecnologia: alcune tecnologie sono disponibili ma a un costo ancora troppo alto rispetto all’impatto positivo che questi processi possono dare sul prodotto. Dobbiamo poi considerare che tutte le attività umane producono scarti, che non riusciamo a ridurre oltre un certo livello. Altro limite alla sostenibilità è la cultura del mercato. Su questo bisogna lavorare, ma sono ottimista. È un processo culturale che dovrebbe partire dai governi, attraverso ad esempio incentivi fiscali e la diffusione del Green Public Procurement nell’amministrazione pubblica. Ci sarà forse ancora bisogno di tempo, ma la direzione è tracciata in maniera irreversibile.




